IMG_0106Se si arriva di notte la prima cosa che si pianta nelle pupille quando l’aereo comincia ad abbassarsi sul Bosforo, rompendo l’immancabile muro di nuvole, sono le luci verdi dei minareti.
Istanbul si stende a cavallo di due continenti come un immenso tappeto persiano e le sue moschee, come tanti nodi, sembrano tenerla assieme e impedire che il gigantesco tessuto sociale – Istanbul conta quasi quindici milioni di abitanti – si disperda nel buio del mar di Marmara.
Città strana questa; strana, affascinante e dai molti nomi, come una concubina o un simpatico truffatore… Bisanzio, Costantinopoli, Istanbul… e chissà se altri ne avrà ancora.
Città di suggestioni e di sogni infranti, dalla bellezza disarmante e dalle contraddizioni costanti. Perla di multiculturalità in un paese che il suo democratico sultano sta stringendo in una morsa sempre più stretta.

Fuori dall’aeroporto strade nuove, palazzi in costruzione – simbolo di quella crescita effimera portata come una bandiera dal partito di governo – e grattacieli man mano che ci si avvicina al cuore pulsante della città. Quasi ad ogni angolo gruppi di operai lavorano senza sosta alla manutenzione o all’ampliamento del manto stradale e manifesti dell’AKP (il partito del presidente Erdogan) appaiono un po’ ovunque, appesi alle impalcature dei cantieri.
Quando si arriva in piazza Taksim ancora non si riesce a rendersi conto di essere in una delle perle del medio oriente, le immagini da cartolina – quelle che siamo soliti associare alla capitale dei due continenti – sono sotto di noi, nascoste allo sguardo dalla collina di Karakoy.
Man mano che si scende verso il mare, seguendo la brezza salmastra che sale rendendo umida l’aria, le strade diventano vicoli e vicoli diventano scale, fino che il panorama si apre sul Bosforo e le alte guglie della moschea del Solimano appaiono a sollecitare le suggestioni che migliaia di anni di letteratura hanno impiantato nel subconscio di quasi tutti gli occidentali.
La lingua d’acqua che separa l’Europa dall’Asia pulsa di vita, passano i mercantili all’ombra dei minareti di Rustem Pashà e, se ci si siede sui gradini del ponte di Galata – magari a fumare l’ennesima sigaretta circondati dai pescatori – non si riesce a fare a meno di chiedersi dov’è che vanno quelle navi piatte e grandissime, e come sarà quel mare così grigio che si perde negli orizzonti dell’est.
Un mare misterioso, chiuso, gravido di storia ma, sicuramente, parco di onde.
Questo era quello che pensavo fino a poco tempo fa; e questo è sicuramente quello che pensano la maggior parte dei surfisti su questo lato del continente.
IMG_0169Certo, non che di mareggiate ce ne siano a volontà e pure la frequenza pare lasciare al quanto a desiderare, ma le onde ci sono, spesso di buona qualità e – cosa più importante – l’arte di cavalcarle pare avere qui un’origine così antica che si stenta a crederci.
Il primo occidentale a vedere qualcuno surfare e a lasciarne testimonianza scritta fu, probabilmente, il capitano James Cook nel 1779 che descrisse un’attività che, per centinaia e centinaia di anni, aveva costituito il perno centrale della cultura Polinesiana; e alla Polinesia si è soliti associare l’origine del surf.
Nel corso degli anni si è poi scoperto che anche in altri paesi affacciati sul mare c’era una qualche tradizione di approccio umano alle onde – seppure mai essa assunse l’importanza che aveva in Polinesia – ma che la Turchia fosse uno di questi posti, risulta una scoperta piuttosto singolare.
Nonostante il surf tradizionale sia una cosa relativamente nuova per il paese di Ataturk, il gesto di cavalcare le onde non lo è affatto.
Più di un millennio fa infatti – in qualche momento tra le pieghe del passato eterogeneo di questa regione – ci fu una popolazione di Greci del Ponto che si stabilì lungo le coste del Mar Nero, nell’ attuale Turchia nordorientale.
Da questa comunità è emersa la tradizione del Viya, una pratica in cui i pescatori provenienti dai villaggi costieri si cimentano dalla notte dei tempi e che consiste nel praticare bodysurfing durante le frequenti tempeste dell’inverno. Senza conoscere il surf tradizionale, questi pescatori surfano le onde del mar nero da prima dell’emergere dell’impero ottomano. La tradizione è stata tramandata nel corso dei secoli e, ancora oggi, si possono trovare gruppi di bodysurfer sui reef ed i beach break della Costa del Mar Nero.

Il Viya – una parola di derivazione Pontica che significa onda – si è tramandato di padre in figlio nel corso dei secoli e, col passare dei tempo, ha sviluppato una cultura propria, cresciuta lontano dal mondo tradizionale del surf ma che, incredibilmente, ha con esso similitudini sbalorditive; dal vocabolario, agli atteggiamenti, alla struttura sociale delle comunità che frequentano gli spot.
Parlare di Viya, infatti, non è parlare di un gioco da bambini, ma di un’attività complessa, eseguita da Waterman d’esperienza che – esattamente come nel mondo del surf tradizionale – vivono seguendo le bizzarre previsioni marine ed interagiscono in un ambiente dove ci sono Locals e leggende locali, duri e puri che escono soltanto quando le onde sono enormi, mareggiate leggendarie e un linguaggio contro culturale proprio soltanto di chi è parte del gruppo.
La comunità è composta quasi interamente da pescatori che vivono sulla Costa del Mar Nero, una zona sorprendentemente consistente dal punto di vista surfistico e che abbonda di spot di alta qualità.
Da quando il surf convenzionale ha guadagnato popolarità anche da queste parti, i due mondi sono venuti in contatto, dando luogo a una convergenza unica delle due tradizioni marinare.
Il reef a largo del villaggio di Rumeli Feneri, a nord di Istanbul, è considerato l’epicentro della cultura Viya e, ad ogni mareggiata, almeno una quindicina di persone affollano la sua insidiosa line up; ed è così dalla notte dei tempi.
Da queste parti le condizioni del mare sono migliori di quello che ci si può aspettare, il fetch su questo tratto di costa è superiore alle 600 miglia, più di quello su cui può contare la Sardegna.
image (1) photo by hakiQualche anno fa i ragazzi di Magic Sea Weed sono riusciti a parlare con qualcuno di questi bodysurfer ed hanno scoperto che la disciplina è piuttosto complessa. I surfisti utilizzano le spalle per direzionarsi sulla parete dell’onda e dividono la loro attività in due stili, uno detto Kapaklama ( let. Cadere giù ) da usarsi principalmente sui close out e un altro detto Sulun ( let. Galleggiare) da usarsi sulle onde che srotolano con regolarità dentro la baia e che consiste nel guadagnare la parete dell’onda e surfarla proprio come nel moderno bodysurfing. Si dice che in passato qualcuno era solito usare anche delle piccole tavole di legno, da mettersi sotto le mani come i moderni handplane, ma i puristi preferiscono surfare senza nessun ausilio tecnico.
E’ incredibile come questa disciplina sia così simile all’approccio polinesiano al surf pur essendosi sviluppata in completo isolamento. I punti di contatto con il surf tradizionale sono, infatti, moltissimi, dal vocabolario all’approccio mitologico all’arte di cavalcare le onde; nei giorni in cui il mare è enorme, gli uomini anziani del villaggio scendono giù fino agli spot e raccontano ai ragazzi storie sulle ciclopiche mareggiate degli anni passati e, spesso, l’intero villaggio si riunisce sulla scogliera per pregare, cantare e avvertire i surfisti dell’arrivo dei set più grossi.
Come in tutti i surf spot del mondo, i locali di Rumeli gestiscono una line up altamente regolamentata e il localismo è molto forte. Anche i racconti e le spacconate dei veterani sono le stesse che nel resto del mondo “I vecchi surfisti dicono sempre la stessa cosa ” racconta un surfista del luogo, “che le stagioni sono cambiate in peggio e che una volta c’era una mareggiata da quattro metri ogni settimana. Dicono che le onde di adesso sembrano le increspature nel lavandino dopo che ci si è lavati il viso .”
image photo by hakiAndando indietro nel tempo è difficile risalire a fonti certe sull’origine del Viya e per ricostruire la sua storia è necessario riferirsi alle fonti orali; I locals di Rumeli – con l’esagerazione tipica di tutte le Gang da spiaggia – sostengono che la loro arte ha avuto origine prima dell’arrivo degli Ottomani e che i nonni dei loro nonni raccontavano che i nonni dei loro nonni erano maestri indiscussi nell’arte di cavalcare le onde.
Che sia vero oppure no, quello che è certo è che questa tradizione ha origine antichissime e l’importante non è risalire ad una data certa a cui poter far risalire l’inizio del sodalizio tra questi pescatori e le onde del Mer Nero; quello che conta è che in questa parte di mondo esiste una comunità autonoma di surfisti che, potenzialmente, surfa da ben prima che Cook mettesse gli occhi sui Polinesiani; una comunità di fratelli senza tavole che possono anche non sapere nulla delle tavole di resina, di Kelly Slater o di Greg Noll, ma che hanno una conoscenza ancestrale delle onde, delle tecniche raffinate per cavalcarle e un rapporto così intimo e intuitivo con l’oceano che tutti quanti i surfisti possono riconoscere come proprio.

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