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La SS1 Aurelia, nel tratto che va da Livorno a Pisa, è una striscia nera di asfalto che corre, costeggiata da un filare di pini ad alto fusto, in una terra scura che passa dagli enormi depositi di carburante di Stagno alle pinete grigio verdi di Tirrenia.
Di notte, un buio assordante sembra mangiarsi tutto quanto e figure scure scorrono riflettendosi sul vetro del finestrino; caselli ferroviari dismessi, canali in cui i fari delle macchine si riflettono lievi sulla carena di qualche barca lasciata a marcire, distributori di benzina malconci, il filo spinato di Camp Darby e qualche rara e triste signorina nelle piazzole di sosta.
La costa Pisana e Livornese è interessante, siamo sinceri, e lo è per tutta una serie di motivi che ci vorrebbe più un trattato di sociologia che un articolo per una rivista che prova a parlare di surf e di musica. Vengo spesso da queste parti, sopratutto perché cerco di fare surf, ma la verità è che noi – e per noi intendo io e altri 3 disgraziati – ci muoviamo dall’entroterra più per il situazionismo che per altro, voglio dire lo facciamo anche quando non ci sono le onde e lo facciamo perché siamo sempre dietro a cercare qualcosa che non c’è; perlomeno sulla costa è più facile accettare di far naufragare l’incanto. Non che sia un gran che, ma tanto basta per andare avanti, per continuare a inseguire il sogno, che più che sogno sarebbe opportuno chiamare illusione.
E l’illusione è anche la musa, bellissima e sfuggente, che ho sempre pensato dia linfa a un certo tipo di musica, quella che ti prende e ti porta via, dentro mondi così lontani dalla SS1 Aurelia che da Livorno va verso Pisa, che alla fine le sono tanto vicini da compenetrarsi.
La vita, per i romantici, è fatta di suggestioni e la musica di quelle stesse suggestioni si nutre e, al tempo stesso, ne è nutrimento. Questo vale per tutti i tipi di musica, a maggior ragione per quella psichedelica, di cui questo lembo di terra è una delle roccaforti.
E’ strano quanto la passione e “la visione” di un singolo, o di un gruppo di individui, riescano a plasmare un territorio fino a farlo divenire la culla di un qualcosa che, col senno di poi, si comincia a chiamare scena.
Pisa, della scena psichedelica italiana, è stata una delle culle e lo è stata, appunto, grazie alla visione di alcuni ragazzi che trent’anni fa hanno cominciato a fare qualcosa che gli altri non facevano; tra questi ragazzi, a proseguire una via aperta dai primissimi pionieri – Useless Boys, Liars e The Birdmen Of Alkatraz – ci sono gli Strange Flowers.
Cover-rifattaI ragazzi sono attivi dal 1987, sono passati dai concerti nelle storiche aree occupate del pisano ai palchi europei divisi con Rudi Protrudi dei Fuzztones, hanno inciso 8 album, partecipato a svariate compilation internazionali e, in trent’anni di carriera, sono riusciti a plasmare un immaginario sonoro che niente ha da invidiare ai mostri sacri della neo psichedelia anglosassone; ci sono pezzi nel doppio cd “celebrativo” Best Things Are Yet To Comeuscito recentemente per Area Pirata – che suonano moderni come un pezzo dei Tame Impala, tanto per capirsi.
E’ martedì, ho la febbre e dei lancinanti crampi allo stomaco quando li incontriamo. Fuori c’è il sole però e, dopo un inverno piovoso che manco a Manchester, tanto basta per permettere al mio umore di non scendere sotto il livello di guardia; e poi stiamo andando a parlare con dei signori che hanno intitolato uno dei loro album “The Grace of Losers” e questo – per uno che, per tutta l’adolescenza, ha tenuto scritto sull’armadio di camera la frase citata da Salvatores (e da lui attribuita a Camus) “stare sempre con i perdenti, fosse altro che per la tracotante arroganza dei vincitori” – potrebbe anche bastare.
Non sapere dove sei a volte può aiutarti a capire dove ti trovi e questo è bello perché è contraddittorio e fa assumere alla verità dell’assunto una veste più armoniosa. Non sai mai dove sei quando devi chiedere indicazioni, quando ti affidi alla tecnologia impostando un navigatore, quando le strade nel proprio susseguirsi di stanzoni e parcheggi e palazzi popolari sembrano tutte uguali, e i fuochi sulla vetta delle ciminiere non sono ancora accesi a illuminare di un arancione infernale le nuvole basse, come fari di una terra d’ombra posti a monito per guidare i passi di viandanti su sentieri incerti che conducono al sogno, all’incubo, alla pazzia. Quando le visioni rese dall’acido lisergico diventano reali e si acquista la consapevolezza che l’uomo può essere capace di questo e del peggio, nella sua rincorsa a regolare la vita propria e del proprio ambiente, allora amico sei giunto nella psichedelia. E non è solo musica o luce o impressione o disegni di forme nere nelle mani di uno psichiatra che si dispiegano innumerevoli e in un susseguirsi circolare e infinito davanti ai tuoi neuroni, è concreto, è un invito a fuggire, un’esortazione allo straniamento. Essere posti davanti all’ineluttabile che si sposa l’illusione in un matrimonio urlante celebrato nel deserto, con angeli e demoni a fare da testimoni.

29693750_10156114093792978_607705329_oPiegati, storti, traballanti, raggiungiamo la nostra destinazione per un colloquio con chi questa cosa forse l’ha capita e ha provato a tradurla in suono, dando senso a una vacuità mentale inafferrabile, che nella quotidianità assume unicamente forme terribili. Hanno capito che solo la natura può dare corpo a quelle forme che proviamo a immaginare arrancando boccheggianti come in mezzo al mare o in un racconto di Lovecraft, ecco perché si chiamano Strange Flowers. O almeno, così mi piace pensare. Poi però quando gli chiedo perché hanno intitolato un album Ortoflorovivaistica mi dicono che era l’unica parola italiana che il loro produttore tedesco aveva imparato, e che ripeteva forse a motteggio nello stile del pappagallo di Churchill, o magari perché gli piaceva come suonava. In ogni caso a loro è sembrato divertente e hanno utilizzato l’aneddoto, e questo alla fine mostra come dietro ogni cosa, oltre a nascondersi una storia, non deve esserci per forza un ragionamento filosofico, a volte c’è solo semplicità.
La semplicità con la quale, appunto, entriamo subito in sintonia con gli Strange Flowers, accomodati nella sala prove che utilizzano abitualmente, nell’atrio che si apre in una sala d’attesa che è più un salotto addobbato per far sentire a proprio agio chi la musica la respira, con i poster di Cobain e dei Maiden a fare la guardia dall’alto per tener lontano lo spirito maligno della trap, espressione truce dei nostri tempi balordi, un punto sul quale conveniamo vicendevolmente.
a01ddbcc-8f9b-11e5-8503-1e0e6e87c302In realtà forse si aspettavano che fossimo più giovani, quindi dopo i convenevoli non hanno mancato di informarsi sulla nostra età anagrafica, mostrando un evidente sollievo alla nostra risposta; è ovvio e palese, non è che si ragiona meglio tra coetanei o quasi, ma ho avuto l’impressione che il fatto di non essere, diciamo, dei “millennial”, per gente che da trent’anni, la musica la fa davvero e la fa buona, fosse un biglietto da visita più efficace di qualsiasi curriculum vitae.
Rendiamoci conto, siamo a ragionare con gente che ha vissuto l’adolescenza nei tempi in cui infuriava il Granducato Hardcore (CCM, i già citati Useless Boys…) e che si è vista i Soundgarden nei tempi mitici in cui Cornell aveva i capelli lunghi ed era senza pizzo (tour di Louder Than Love). E infatti loro non esitano a informarci che anni fa la scena era sicuramente meglio e le possibilità più ampie. Pisa, con la sua tradizione psichedelica, costituiva un terreno fertile per lo sviluppo di espressioni di controcultura giovanile, più locali, realtà più vive; più coraggio persino, se si pensa alle storiche occupazioni, tipo quella del Macchia Nera. In un periodo in cui siamo schiavi dipendenti della tecnologia può fare una certa impressione ritornare ai giorni in cui le tournée venivano fissate per posta (non elettronica, la vecchia busta affrancata con un foglio di carta ripiegato al suo interno su cui si scriveva sopra roba a mano e poi si imbucava in una magica cassetta rossa) o telefonando dalle cabine del telefono pubbliche della SIP (io personalmente conservo ancora qualche gettone, gli altri che non sanno cosa sia possono pure continuare a chiederselo).

Ma non voglio che l’impressione generale data sia quella di un gruppo di vecchi che rimembrano i bei tempi in cui; il discorso si dipana sul fatto di ciò che era più concretamente assimilabile a un supporto generalizzato alla musica, quella suonata nel garage di casa e che poteva essere portata a giro nei club della propria città e di quelle vicine. Letteralmente citando: “no merda di tribute band, roba originale anche se si faceva cover. Adesso pare che la gente vada nei locali, solo per – in ordine non intercambiabile – ubriacarsi e accoppiarsi (o meglio cercare di farlo dopo essersi, in ogni caso, ubriacati; che per far questo non hai bisogno del consenso di un altro/a)”. E da un punto di vista musicale, cosa rimane? “I gruppi che facevano garage e psichedelia, a parte alcune valide realtà – vedi Liars o Giöbia – o si sono sciolti o fanno power pop. Mentre a livello nazionale assistiamo allo sdoganamento dell’underground verso forme cosiddette ‘indie’, che in realtà è solo un modo per dare una patina di originalità e pseudoalternatività a orribile musica pop da classifica fatta per piacere a orecchi facili, scevra di contenuti e profondità”.
Tanto basta per capire quanto sia importante scoprire, e riscoprire, realtà prossime e consolidate che hanno dato e detto molto, sia a livello particolaristico di una scena – quella psichedelica – che alla fine, in Italia, non è stata adeguatamente tenuta in considerazione come forse si sarebbe meritata, sia a livello generale della musica realmente underground prodotta nella penisola; ecco perché la raccolta recentemente uscita, per gli Strange Flowers, rappresenta “sia una celebrazione di quanto fatto, ma anche un punto di partenza”. E il titolo, tradotto, è un invito inequivocabile: “le cose migliori devono ancora arrivare”.