Larry Bertlemann nacque nel 1955 a Hilo, Hawaii. Figlio di un ex istruttore di sopravvivenza per l’U.S. Air Force, iniziò a surfare all’età di 11 anni, subito dopo essersi trasferito con la sua famiglia a Honolulu.

“Ricordo ancora la mia prima onda a Queens, ho affittato una tavola per un’ora e sono rimasto fuori tutto il giorno. Dovevano venire a riprendermi con la forza.” Ricorda Larry e continua dicendo ” Stavo sempre tra i piedi, Rabbit Kekai una volta si mise a urlare contro di me, ma poi mia madre gli disse chi ero e tutto si mise apposto. La nostra famiglia era molto in vista in quel momento – da entrambi i lati della legge – quindi mi lasciò stare. ”
Con il passare degli anni, Bertlemann progredì rapidamente trasformando sia Ala Moana sia le onde più increspate della North Shore nel suo personale palcoscenico. A questo punto, la scuola divenne una seccatura, quindi dopo l’ottavo anno si ritirò, lasciando le aule in favore di un’appagante vita da spiaggia. “L’unica laurea che mi interessava era passare dalle dolci onde di Waikiki fino alla bowl di Ala Moana.”
Tre anni aver mollato gli studi si classificò quarto nella divisione maschile dei campionati statali delle Hawaii, iniziando così carriera dilettante di successo con una vittoria nella divisione junior del 1971 Makaha International e un quarto posto nei Campionati Mondiali del 1972. Nel 1973 vinse entrambi i titoli statali e nazionali. Come professionista – la linea tra il surf amatoriale e professionale era quasi inesistente fino alla metà degli anni ’70 – si classificò terzo nel Pipeline Masters del 1972, terzo nel Smirnoff Pro del 1973, primo nel Duke Classic del 1974, secondo nel Lightning Bolt del 1975 Pro, e primo nel 1978 Katin Team Challenge. Era il numero 13 al mondo nel 1976 e il 12 ° nel 1979.
Ma i risultati sportivi sono altamente riduttivi per definire la personalità e l’impatto che il giovane Hawaiano ebbe sulla surf culture prima e sulla rivoluzione dello skateboard moderno poi, anche perché, sebbene sia diventato uno dei professionisti più pagati del tempo, ebbe solo un marginale successo competitivo.
Soprannominato “Rubberman”, il cinetico e iper-flessibile Bertlemann aveva uno stile di surfata mai visto prima, stava accucciato sulla tavola, a ginocchi e braccia aperte e sviluppava un’elasticità esplosiva che sembrava provenire da un altro pianeta. Lavorava costantemente sulla sua posizione sulla tavola, adattando il corpo e i movimenti a quel pezzo di resina che gli consentiva di rendere sull’acqua le linee, mai viste prima, che aveva in testa; fluidità e radicalità fuse insieme in un quadro dalle tinte sgargianti e psichedeliche.
A quel tempo, l’approccio sottile e zen di Gerry Lopez era considerato lo stile per eccellenza, in quanto essere in sintonia con l’onda era l’obiettivo finale. Ma Bertlemann, appassionato skateboarder, cominciò a immaginare di tradurre in acqua i bruschi cambi di direzione e gli slide che la tavola a rotelle gli permetteva di fare sull’asfalto. “La visualizzazione”, era ciò che lo separava dal branco. “Un nostro amico era solito portare una telecamera in Super 8 e riprenderci mentre surfavamo; io mi riguardavo a pensavo: wow! potevo abbreviare quella linea, fare più secco quel turn, tutto è possibile! sapevo cosa volevo fare, dovevo solo mettere i piedi su di una tavola che me lo permettesse.”
Ed è qui che inizia la collaborazione con lo shaper Ben Aipa, collaborazione che portò l’innovazione di stile e tecniche costruttive a livelli impensabili.
Per la prima volta un surfista di alto livello era anche uno skateboarder hardcore; Larry si dedicò in maniera esclusiva alla nascente scena skate delle Hawaii e – come agli inizi aveva portato in acqua le manovre proprie dello skate – ben presto iniziò a trasportare sul cemento il suo stile aggressivo di surfata, influenzando un gruppo di ragazzini che, dall’altra sponda dell’oceano, seguivano tutte le sue mosse, cambiando così la storia dello skateboard moderno.
Larry aveva sulle onde uno stile radicale e innovativo, si piegava continuamente spingendo il corpo al limite della tenuta di equilibrio ed eseguiva bruschi cambi di direzione della tavola piantando una mano nel cavo dell’onda ed usandola come perno per girare. Dall’imitazione di quella mossa Jay Adams e i ragazzi di Dogtown inventarono il “Bert” – così chiamato in onore di Bertlemann – una delle manovre fondamentali, sia per resa visiva che per esecuzione, dello skateboard moderno . L’evoluzione è costituita da un brusco cambio di direzione eseguito mandando le ruote in scivolamento trasversale tramite lo scarico del peso su di una mano saldamente piantata sul cemento, proprio come Larry faceva sulla parete dell’onda. Da quella manovra e dall’approccio radicale alla disciplina iniziò la rivoluzione che portò alla nascita dello street skate così come lo conosciamo.
Per tutti gli anni settanta Bertlemann continuò a sperimentare alterando permanentemente le dinamiche del corpo nel surf, aprendo una gamma impensabile di linee, angoli e archi e imprimendo il suo stile su di un gruppo di giovani surfisti hawaiani, tra cui Dane Kealoha, Buttons Kaluhiokalani e Mark Liddell.

Alla fine degli anni ’70, prendendo ancora una volta in prestito una mossa dal mondo dello skateboard, Bertlemann iniziò a lavorare sugli arial – che con la sua proverbiale scarsa modestia, chiamò “Larryials” – divenendo un precursore di Kelly Slater e di tutta la new school del surf anni ’90.
Nonostante l’enorme impatto, stilistico e di performance, che il surf di Larry ebbe alla fine degli anni ’70, l’hawaiano non riuscì mai ad avere piazzamenti notevoli nel ranking mondiale, questo perché il suo stile era così radicalmente fuori dalla norma che i giudici dei contest spesso non sapevano che punteggio assegnare alle sue manovre. Dopo tutto, come si fa a dare un punteggio a qualcosa che non si è mai visto?
La carriera agonistica non fu mai un cruccio per Bertlemann tanto più che fu messa rapidamente in ombra dalla sua presenza dominante nei media.
Dotato di una personalità sfrontata, al limite dell’egocentrismo molesto, Larry contribuì fortemente al grande saccheggio che gli sponsor fecero della cultura del surf.
L’ossessione di Bertlemann per l’immagine e gli affari lo portarono presto ad essere mal visto dai puristi dello sport. Sempre attento alla moda, immediatamente riconoscibile per la sua acconciatura afro ben curata, Larry spesso faceva surf e skateboard in abiti coordinati a colori sgargianti per essere maggiormente riconoscibile. Per far si che le telecamere fossero sempre puntate su di lui, ad un certo punto prese a surfare Pipeline indossando una muta blu e rossa personalizzata con pantaloni a campana.
Pioniere della sponsorizzazione aziendale del mondo del surf, alla fine degli anni ’70 cominciò a inzozzare le sue tavole con adesivi oversize di Pepsi, United Airlines e Toyota, e adottò persino l’emblema della Pepsi come motivo di design della sua tavola.
“Faccio felici i miei sponsor e loro mi tengono in affari.” diceva, sorridendo con la sua solita faccia da schiaffi, a chiunque gli faceva notare che, forse, stava passando il segno.
Rimanere visibile era semplice per un surfista di tale calibro, a patto che lo volesse.
Da qualche parte, durante la metà degli anni ’80, qualcosa cambiò nella testa di Larry e, inaspettatamente, scomparve dal radar del surf per quindici anni, con le voci su dove si trovasse che si susseguivano selvaggiamente.
“Volevo vedere come era il mondo senza acqua” ricorda Bertlemann, “ sono andato a fare skysurf in Arizona, ho vissuto a Palm Beach in Florida, al PGA National Course, ma ho mantenuto il mio accordo di sponsorizzazione con United e Southwest Air per potermi permettere di andare a fare surf in Messico , Porto Rico o Rio nei fine settimana. Ho surfato in posti che nessuno ha mai visto. ”
Purtroppo, intorno al 1998, il suo bisogno di velocità e avventura ebbe la meglio su di lui. Gli anni di abusi fisici da skateboarding, surf, motociclismo e corse su camion portarono due suoi dischi vertebrali a logorarsi, lasciandolo con il lato destro del corpo paralizzato. Con gli anni, e dopo svariati interventi chirurgici, recuperò la mobilità, ma con un dinamismo  ben lontano da quello del vecchio Rubberman.
Dopo essere tornato a Oahu nei primi anni 2000, iniziò ad armeggiare con i computer e a shapeare tanto quanto il suo corpo gli permetteva. Due volte divorziato, con tre figli e altrettanti nipoti, non ha mai lasciato che le sue radici affondassero troppo in profondità. “La casa è ovunque tu lasci le valigie”, ha sempre sostenuto.
Non è mai stato un tipo calmo Larry. Sempre impegnato con qualche cosa che non si riusciva mai a capire esattamente cosa fosse, ma che era chiaro che stesse nell’affascinante zona d’ombra tra legale e illegale, nell’estate del 2001 fu arrestato per rapina e porto illegale di arma da fuoco finendo in prigione per svariati anni. Il suo arresto dette vita alla famosa campagna “Free Bert” con tanto di adesivi attaccati sui paraurti di tutti i surfisti della North shore.


Al suo rilascio, Bertlemann iniziò a shapeare di nuovo tavole da surf – anche facendo accordi di produzione di massa con Rebel Boards e Santa Cruz – ma, ironia della sorte, la sua più grande influenza in termini numerici si può dire che l’abbia avuta sullo skateboard. Il documentario pluripremiato del 2005 Dogtown and Z-Boys, che racconta la nascita dello skate moderno, inizia con nomi come Tony Alva, Stacy Peralta e Jay Adams che raccontano di quanto l’approccio di Larry sulle onde abbia influenzato il loro skate.
Per quel che riguarda la sua vita, il surfista più performante della sua generazione, dichiara di surfare ancora occasionalmente, ma – aggiunge ridendo – “Solo a velocità di crociera”.
Il mondo moderno lo lascia piuttosto perplesso. Quando gli è stato chiesto cosa ne pensasse del presunto surf contemporaneo, ha affermato: “Quelle che chiamano manovre, noi le chiamavamo errori”.