Quasi per caso mi capita di passare una serata da solo a Bologna; o meglio, per caso no, è una scelta dettata dalla partecipazione a un paio di giornate formative, ma la sera ne approfitto, visto che sono da solo, dopo aver mangiato un boccone, per decidere di andare a vedere qualcuno che suona, sia mai che mi lasci sfuggire l’occasione.

Purtroppo il concerto più interessante, quello dei Godflesh al Freakout, era già sold out da un bel po’ e di provare a imbucarsi nemmeno a parlarne, sarebbe stato solo tempo perso.
Sfera Ebbasta che si sarebbe dovuto esibire all’Estragon era stato rinviato e poi non avrei avuto con me nessuna molotov, quindi anche questo era escluso. Rimaneva la serata della Maple Death al TPO e l’evento del Bologna City Rockers, una successione di gruppi punk che sicuramente avrei apprezzato. Quindi, con tutti gli elementi in mano, decido ovviamente di andare al TPO. E questo perché a volte un po’ di sano masochismo può anche far bene, ti potrebbe rimettere al mondo qualche sferzata.
Arrivo che l’evento è già in corso perché vantava la partecipazione di svariati gruppi e cominciava dal pomeriggio. Per chi non lo sapesse, Maple Death è un’etichetta discografica indipendente, alfiere di quel sottogenere dark horror che va un po’ di moda adesso, quello delle fanzine come Tritacarne, di gruppi come gli Hate&Merda e gli OVO (di cui ho avuto il piacere di intervistarne la cantante, la strega Alos) e di altre case produttrici come la fiorentina Dio Drone.
Ho un approccio altalenante in merito a questa ventata satanica di magia scura musicale, a tratti apprezzo molto le loro esibizioni e produzioni, a tratti non riesco a sopportarne l’immaginario, che non è come il dark anni ottanta del “siamo morti in un mondo di morti e quindi ci vestiamo e trucchiamo come fossimo dei morti”, ma assume spesso forme autoreferenziali e a volte ridondanti.
In ogni caso appena arrivo al TPO (adoro i centri sociali per l’aria di scafata libertà priva di compromessi che traspira attraverso i muri) sul palco stanno suonando i Dead Horses, che tutto sommato non sono male: il loro noise si compone con una ragazza alla batteria che suona anche in piedi, minimale come lo Steve Shelley di Bad Moon Rising, e un paio di chitarristi di cui uno imbraccia una custom che genera dissonanze, l’altro un’acustica elettrificata dal suono secco e rumorista. Il cantato è costantemente allineato sul Kurt Cobain di “Gallons of Rubbing Alcohol Flow Through the Strip”, con quel particolare urlato a tratti pure un po’ stonato, come i Pavement ubriachi di Southern Comfort. Per essere o apparire stonati e farlo funzionare ci vuole stile.
Finito il loro set il pubblico si sposta in altra sala dove comincia un DJ Set di un qualche sottogenere elettro qualsiasicosasia di cui non parlerò, perché né mi intendo di quella roba né mi interessa cominciare a farlo, anche perché la trovo particolarmente inutile.
Quindi, dopo mezzora a bere birra a un tavolino, aspettando che finisca la tortura, sento montarmi la stanchezza; e il colpo (di sonno?) finale me lo danno i SabaSaba. La musica con loro perde ogni connotazione melodica e diventa una sperimentazione tale da tradursi in qualcosa di altro al quale non so dare un nome, arte forse, magari seghe mentali. Campanacci, gong e voci registrate dal profondo di una presunta seduta spiritica. Oppure, tanto per dare l’idea, come se si fosse in Sardegna durante il carnevale di Mamoiada assistendo alla sfilata dei Mamuthones.
Cosa piace in questa roba per me resta un mistero e magari fa parte anche del gioco; cioè mi vien sempre da chiedere se veramente qualcuno se la sente a casa o in macchina. O si mette allo stereo dopo una giornata di lavoro? Si compra il vinile per una migliore qualità del suono in stile vintage da piena era hipster? Eppure i telefoni del pubblico restano sollevati in modalità video, quindi i casi sono due: se li rivedranno oppure finiranno in qualche social a nutrire variegate forme di vanità umana, avide di like perché ormai si esiste tanto quanto è più alto il loro numero. E sì, sarà figo far vedere quanto sono avanti e avantguard, io, che queste cose cazzo le apprezzo. E qualcuno, allora, obietterà: e il grind? Il death il black? La voce growl?
Vero, ma gli sfigati come me che ascoltano o ascoltavano quella roba erano zecche, ricordate?
E poi in Scandinavia suonavano e andavano a vedere concerti Black Metal e poi, per finire la serata, un bel sacrosanto rogo di qualche chiesa. Non è che si facevano l’aperitivo, poi.