In questa torrida estate di festival del 2018 – che poi, a dirla tutta, non è così bollente, si è visto e sentito di peggio – è capitato anche un evento che forse, ai più, potrebbe essere sfuggito, vuoi perché non addetti ai lavori, non bene informati o più semplicemente poco o niente appartenenti a quella sorta di nicchia che è rappresentata dalla surf music, con tutti i suoi annessi e connessi vestiti di camice hawaiane, ma senza hula hula.
Sto ovviamente parlando del Surfer Joe Summer Festival di Livorno, che si tiene nella città toscana da ormai diversi anni e che, giunto alla ennesima edizione, ha visto avvicendarsi più di venti gruppi provenienti da ogni parte del mondo, in una quattro giorni che si pone definitivamente – casomai ci fosse stato bisogno di una conferma – come l’evento dedicato al genere più importante d’Italia e un punto di riferimento per tutti gli amanti.
Attenzione: qui non ci sono pit, docce di acqua vaporizzata in cui strizzarsi tra altre decine di persone, biglietti a 60 euro minimo, chilometri da percorrere e posti di blocco della Security; nessuno vi chiederà di cambiare i vostri soldi con buoni in plastica che poi dovrete spendere per forza. Arrivati alla terrazza Mascagni il più è fatto, se hai bisogno di una rinfrescata il mare è a un passo, è richiesto solo di rilassarsi e godersi l’inimitabile suono Fender che ovviamente la fa da padrone, sia come strumentazione che come amplificazione, in un mix fluido e armonico, a tratti secco e a volte noise come solo quel marchio sa essere in maniera così versatile, in particolare quando è applicato a un genere che ritiene la musica come un’estensione dell’onda, a imitarne il divenire, lo scroscio, l’infrangersi e il canto.
Stavolta ci si sposta di poco; non è molta la strada che separa Prato da Livorno, la piana industriale dalla costa – altrettanto industriale, ma con la palla del sole che si tuffa nel mare a ritemprare le pupille dallo scempio delle ciminiere; giusto un centinaio di chilometri di una superstrada massiccia, la FI-PI-LI, che è quasi uno stile di vita o un modo di essere e intendere il mondo. Ho sempre pensato infatti che quella strada separasse due visioni della società contrapposte; quando da Firenze, e sopratutto da Prato, si intende moversi verso il mare, si hanno sostanzialmente due alternative: prendere l’autostrada del sole, con i suoi 7 euro e quaranta centesimi per i 90 chilometri che ci separano dalla Versilia, con le Apuane vista mare e il suo immaginario fatto di Capannina di Franceschi – con tanto di Jerry Calà d’arredamento stantio – figli e figlie di industriali a ingozzarsi di micro schiacciate da Valè a Forte dei Marmi, Paolo Brosio e russi vari. Oppure, ci si può buttare sulla Firenze-Pisa-Livorno, che è gratis, e scendere verso la città labronica e il suo litorale popolare, i Rasta al Sonnino, le colonie a Calambrone e la torta di ceci anche a colazione.
In questa scelta ci sta molto di come ci si approccia alla cose della vita, di quello cioè che si adatta meglio alle nostre corde, perché fa parte di un mondo piuttosto che di un altro. E un festival di musica surf può fare parte di una di queste cose, se organizzato con l’elemento essenziale per rendere vero quello che si fa, il cuore.
E se quello c’è te ne rendi conto appena in un posto ci metti piede e, per quanto ci riguarda, appena cerchi un contatto con gli organizzatori per avere la possibilità di fare qualche foto decente e organizzare un minimo di dialogo con le band. Ci sono realtà molto piccole e molto di nicchia che sono anche molto autoreferenziali e molto spocchiose. Per capirsi, arrivi a serate Brutal con quattro metallari che non si cambiano le Reebook dal 1987 e chi sta dietro a tutta la (micro)baracca si sente come Elliot Tiber mentre gestiva la 3 giorni di Woodstock nel 1969 – che, detto tra noi, probabilmente se la tirava molto meno di tanti con cui abbiamo dovuto avere a che fare per buttare giù qualche articolo decente.
Ecco, al Surfer Joe, la situazione è stata piacevolmente diversa.
Una serata frizzante ci accoglie il lunedì nella quarta giornata di musica, vero e proprio after party visto che il festival si è svolto dal venerdì; anche noi purtroppo siamo totalmente avvolti dal vortice degli obblighi di sistema, sballottati come le anime del quinto girone dell’inferno di Dante, non per passione ma per necessità e, a causa di questo, impossibilitati a partecipare a tutta la kermesse.
Ma, diavolo (appunto), non ci lasciamo perdere l’occasione di spendere la sera libera per dare un’occhiata e la scelta, anche se dettata da necessità, si rivela ben fatta.
Il palco con vista mare non è molto grande ma sufficiente e appare come ben calibrato per l’evento, a voler quasi irradiare intorno a sé un’aria familiare che è propria delle situazioni raccolte, quando i musicisti girano tranquilli tra il pubblico con una birra in mano e si mostrano disponibili a scambiare due parole, per condividere esperienze e visioni. I gruppi previsti erano tre e sebbene suonino la stessa musica dipinta con colori felici e divertenti, come è proprio del genere, vi si approcciano in modi diversi; ecco quindi per primi i Fascinating Creatures Of The Deep, che presentano un suond deciso e a tratti più rumorista, per come violentano le Strato a fine pezzi, quelli che ricordano forse più di ogni altro come, in California, il surf possa andare degnamente a braccetto con il punk; e questa non è propriamente una eresia, visti i trascorsi di molti gruppi e l’attitudine dei locali storici ormai entrati nel mito (per esempio il Mabuhay Gardens di San Francisco). A ruota seguono i Frankie & The Pool Boys con un look pulp molto tarantiniano, che concentrano in mezzora un personalissimo set from dusk to dawn molto intenso, corroborato dal suono di una tastiera vintage che accompagna il corpo delle canzoni senza mai apparire sovrastante, anzi sorprendendo per il suo affiancamento discreto e adeguato. La conclusione della serata viene lasciata ai The Space Cossacks, che senza dubbio stupiscono per la tecnica, l’approccio rock’n’roll e soprattutto per la bassista che, a mio avviso, può tranquillamente guadagnarsi l’epiteto di Steve Harris del surf, con i suoi pantaloni attillati a zampa di elefante, il fisico asciutto e, in particolare, la presenza dominante – e diciamolo, piuttosto sexy – sia sul palco che nei confronti del pubblico.

Le quattro chiacchiere che siamo riusciti a scambiare con i gruppi

(che chiamarla intervista pare troppo)

Prima – e dopo – l’inizio dei concerti siamo riusciti a scambiare qualche parola con il chitarrista e il batterista dei Fascinating Creatures Of The Deep, eccone il resoconto fedele.

Chi non fa parte dell’ambiente spesso non capisce che suonare musica surf non comporta necessariamente dover essere un surfista; voi, per esempio, lo siete?

Amico siamo di Santa Cruz… certo che surfiamo. Ho 55 anni, quindi niente Mavericks, ma cerco di stare comunque in acqua più che posso. Mi avevano detto che ci sono dei buoni spot pure qua e speravamo di surfare, purtroppo però il mare non si muove neppure un po’…

Capita spesso d’estate di avere lunghi periodi di piatta purtroppo…

Beh, c’è lo skate in quel caso, mi hanno detto che qua vicino c’è una bella bowl.

La Surf music – almeno qui da noi – quando non viene usufruita come intrattenimento inconsapevole in contesti che, spesso, non sono neppure i suoi – fa parte di una nicchia propria, con un circuito di appassionati che si muove su canali tipici; è così pure negli Stati Uniti?

Direi che da noi la surf music fa parte di un circuito piuttosto aperto, quello che conta è il rock’n’roll sai… si suona spesso assieme a gruppi punk o rockabilly. Io stesso amo molto la musica psichedelica e lo Stoner.

Guardando il set, sul palco si nota la preponderanza di strumentazione sixties, amplificatori, chitarre ed effettistica… quale è il peso della strumentazione in questo genere di musica?

Beh, direi che è molto importante, non si tratta di un vezzo vintage, si tratta della ricerca di un certo tipo di suono. Questa musica è nata anche grazie alle possibilità sonore che un certo tipo di strumentazione dava e se quello che si ricerca è quel suono là, è chiaro che avere la strumentazione adeguata è fondamentale.

A fine serata, quando i musicisti scendono dal palco e si mischiano al pubblico, lasciando ai ragazzi del Joe l’onere e l’onore di chiudere la serata, riusciamo a parlare un po’ anche con Lorenzo Valdambrini, l’indaffaratissimo organizzatore del festival – e ci credo che sia in affanno, quattro giorni, più di venti band e adesso i gruppi da accompagnare in albergo, il palco da smontare, la strumentazione da mettere al sicuro – e con un altro ragazzo (di cui, colpevolmente, non ricordo il nome) che ci raccontano di come sia sempre più difficile tirare su eventi del genere, nuove leggi, nuove tasse e sempre più fogli. Ci fanno un esempio, gli anni passati c’era una bella half pipe, piazzata a due passi dalla terrazza in modo da poter skateare con la musica dei gruppi nelle orecchie e il mare negli occhi, ma quest’anno niente, con le circolari del Ministero degli Interni n. 11001/110(10) (Uff. II – Ord. Sic. Pub. Roma, 28 luglio 2017) per la sicurezza, tutto è più difficile, farraginoso e costoso.
Ce ne andiamo consapevoli di aver passato una bella serata e con in testa l’idea che, c’è poco da fare, questa assurda e eccessiva voglia di sicurezza si paga in brandelli di libertà.