Mark Foo nacque nel 1958 a Singapore, figlio di un fotoreporter cino-americano che lavorava per il ministero degli esteri degli Stati Uniti. Si trasferì con la sua famiglia a Honolulu all’età di quattro anni e, cosa non comune, non imparò a nuotare fino all’età di 10 anni. Iniziò a surfare l’anno successivo, ma presto si trasferì a Rockville, nel Maryland, dovendo dare un momentaneo stop alla sua esperienza tra le onde. Rimase poco tempo lontano dal mare però, perché già qualche anno dopo si spostò, assieme ad un amico, a Pensacola, in Florida, per poi riunirsi con la sua famiglia a Honolulu. In poco tempo le onde diventarono un’occupazione a tempo pieno e, nel 1975, dopo aver finito il liceo, si trasferì a North Shore, in cerca di una carriera da surfista professionista.
Le cose però, all’inizio, non andarono come Mark sperava. Frustrato nel World Pro Tour – il suo miglior piazzamento fu il 66 ° nel 1979 – ma intenzionato a non lasciare il mondo del surf, Foo iniziò a diversificare: scrisse articoli per riviste di surf, aprì un bed and breakfast per surfer sulla North Shore, fece doppiaggi per i surf movie e lo speaker alle gare di surf. Diresse anche un programma radiofonico incentrato sul riding, per poi collaborare con il collega surfista/giornalista Mike Latronic per la co-conduzione di uno spettacolo televisivo dedicato al surfing lifestyle chiamato H2O.
Tutto questo senza mai stare lontano dall’acqua. Il suo surf migliorava costantemente permettendogli di esprimere la tradizione Hawaiana di una surfata potente e aggressiva contaminata con un gusto raro per le linee pulite ed efficienti. Sempre attento alla propria visibilità, Foo lavorava a stretto contatto con i migliori fotografi divenendo così una delle figure più riconoscibili di questo sport; apparse sulla copertina delle riviste Surfer e Surfing Magazine nel 1978 e fu spesso protagonista di film di surf, tra cui Fantasea (1978), Follow the Sun (1982) e Totally Committed (1984). Tutto ciò contribuì alla formazione della leggenda Foo, leggenda che lui stesso amava alimentare definendosi, in maniera poco modesta, come “la leggenda vivente del surf”.
Intelligente, motivato e affidabile, esperto nel linguaggio del marketing Mark divenne uno dei primi surfisti a essere sponsorizzato da una società non appartenente al mondo del surf, firmando un contratto con il birrificio Anheuser-Busch a metà del 1981.
Se Foo era a volte opportunistico, persino grossolano, aveva anche un grande apprezzamento per il mistero, il potere e la bellezza del surf. “Come posso descrivere la sensazione di guardare dentro a un tubo da 30 piedi?” si chiedeva retoricamente Mark in un articolo per una rivista di surf. “Come faccio a trasmettere la vista, i suoni e le sensazioni che solo una manciata di esseri umani su miliardi che popolano la terra possono sperimentare? Sarebbe come chiedere a Neil Armstrong cosa si prova a camminare sulla Luna…”
Poi arrivarono le onde enormi a spazzare via la spacconeria, la falsa modestia e la promozione sconsiderata di sè.
Foo si fece notare come big wave rider il 18 gennaio 1985, quando remò dentro le fauci di un set di close out da 50 piedi a Waimea e quando, poco dopo, con centinaia di persone sulla spiaggia a guardare, si alzò su un’immensa e ruggente parete di oltre 30 piedi. Non riusci a cavalcarla quell’onda, ma scrisse dell’esperienza per la stampa di surf e in seguito descrisse in modo memorabile le onde che aveva visto quel giorno a Waimea, figurandosele come esseri di un altro mondo, abitanti del misterioso “regno del non surfabile”.
Nel frattempo qualcosa era scattato dentro di lui: qualcosa di relativo al suo approccio psicologico al surf delle onde enormi aveva preso una deriva pericolosa. Tanto pericolosa da far nascere una vera e propria faida fra lui ed il grande big wave rider Ken Bradshaw. Nel 1988 le due concezioni dello sport vennero cristallizzate in un servizio della rivista Outside intitolato “The Divided Rulers of Waimea Bay”. In quell’articolo, e in dozzine di conversazioni private e pubbliche, Foo parlò continuamente della possibilità di morire surfando onde enormi, dicendo a un intervistatore televisivo che “sarebbe un modo affascinante per andarsene, un ottimo modo per morire, voglio dire, è così che mi piacerebbe uscire di scena”.
A volte c’è qualcosa che scatta quando l’essere umano si spinge troppo oltre, qualcosa che apre le porte a sensazioni incontrollabili, spezzando le catene che tengono sopiti i demoni che ci portiamo dentro. Si va avanti, contro tutto e tutti, contro la logica e pure contro la natura se necessario.
Eppure Mark lo sapeva che, seppure fosse un surfista eccezionale, era un big wave rider atipico; soffriva di vertigini e la velocità eccessiva tendeva a renderlo nervoso, nonostante questo continuava a essere attratto dalle onde giganti come il ferro verso un magnete, ottenendo, oltretutto, risultati eccezionali. Mark fu il primo a cavalcare una Tri-fin a Waimea, il primo ad azzardarsi ad usare il leash nel big wave surfing e, nel 1986, arrivò secondo al Quiksilver in Memory of Eddie Aikau a Waimea.
La voglia di spingersi oltre spesso va a braccetto con l’inconscia spinta verso il martirio, che diventa una costante, un molla carica e pronta ad esplodere nel momento scelto dal fato.
Per Mark Foo quel momento arrivò il 23 dicembre del 1994.
Per poterlo capire, però, c’è da cambiare inquadratura e fare un passo indietro.
Sono i primi anni settanta e siamo nel nord della California, fa freddo lassù e, in inverno, onde enormi si infrangono sulle scogliere poco a sud di San Francisco.

Mavericks

Jeff Clark è un adolescente e dalle finestre di scuola vede enormi muri d’acqua infrangersi fuori dalla baia di Half Moon Bay, sono insurfabili però, troppi scogli, troppo a largo, troppa corrente, troppo pericoloso; almeno così dicono tutti. D’altra parte quel tratto di costa è conosciuto più per i naufragi delle navi che come zona di surf. Jeff però non è d’accordo, vede le foto delle grandi onde Hawaiane e non si rassegna all’idea di non poterne surfare di simili pure a casa sua, così, nel 1975, a 17 anni, si tuffa nelle acque agitate della baia e rema per oltre quaranta minuti, tra correnti impetuose e scogli affioranti, fino a raggiungere quella che aveva individuato essere una potenziale line up.
Qualche minuto dopo, dopo aver cavalcato un mostro di 25 piedi, diviene il primo uomo ad aver surfato Mavericks, e lo rimarrà per quindici anni.
Fino al 1990, Jeff surfò quell’onda da solo – nessuno credeva neppure alla sua esistenza – poi una foto di Clark a capofitto giù da una parete apparve su Surfer Magazine e tutto cambiò.
Il palcoscenico era stato aperto, c’erano delle onde enormi pure in California e non c’era big wave rider che non volesse surfarle.
Compreso Mark Foo.
Quel 23 di dicembre del 1994 la créme del big wave surfing mondiale era là, Mark Foo, Ken Bradshaw, Brock Little, Mike Parsons e Evan Slater uscirono a Mavericks con una mareggiata di 20 piedi.
In tarda mattinata, Foo partì con un late take off su di un’onda di 18 piedi, perse il controllo della tavola e cadde in avanti vicino al bottom dell’onda. Poco dopo, un altro surfista che stava tornando a riva su una barca notò un corpo nell’acqua, che fu identificato come quello di Foo. L’unica ferita visibile era un piccolo taglio sulla fronte. Molti credono che la violenza della caduta abbia fatto uscire tutto il fiato dei polmoni di Mark, che sia stato trascinato verso il fondale e lì il suo leash sia rimasto impigliato ad una formazione rocciosa impedendogli di riemergere.

Mark Foo a Mavericks poco prima del wipe out fatale

Così, due giorni prima di Natale, il mondo del surf perse una delle sue leggende, scomparsa nelle acque fredde e burrascose di Half Moon Bay cercando di afferrare la vita in una visione radicale dell’esistente.
In fondo lo ripeteva in continuazione “Deve essere bello morire facendo quello che ami”, chissà se è vero…

Il Memoriale dedicato a Mark Foo a Half Moon Bay