É il 1981 a Los Angeles e in giro per le spiagge della città si vedono soltanto tavole corte e iper colorate. Cheyne Horan – detto “il gladiatore” – sta su tutte le riviste con i suoi capelli platino spinti come le cromature di un Hurley Davidson e le sue manovre super veloci a spaccare i lip.
La velocità sembra il minimo comune denominatore di tutto quanto l’apparato sociale: velocemente si fa carriera così come velocemente si finisce per strada e, a diecimila giri al minuto, si cerca di cavalcare l’onda effimera dell’affermazione di sé, lasciando per strada morti e feriti.
E il mondo del surf non è immune alla realtà che lo circonda; sono finiti i tempi dell’espansione lisergica, del take it easy, dell’odore dell’erba a saturare l’aria, adesso c’è la speed, la cocaina e quei roundhouse sparati a mille per creare cascate di schizzi salati.
Velocità, radicalità, immagine. La santa Trinità degli anni ’80.
I cospiratori, però, prosperano sempre quando fuori sembra non esserci spazio per loro; piccole e determinate congreghe si ritrovano in spazi ristretti e poco frequentati e lì, all’ombra dei più, preparano la rivoluzione.
É sempre il 1981 e siamo sempre a Los Angeles, ma le immagini che ci scorrono davanti danno l’impressione di provenire da tutt’altro quadro. Sono le dieci del mattino e a Manhattan Beach si sta svolgendo il “ Dewey Weber Invitational Longboard Classic”, una piccola gara di un giorno, senza premi in denaro e con uno spirito Soul proprio di altri tempi. Canzoni di Dick Dale escono da due grosse casse piazzate ai lati del palco e due o tre Woodies (le macchine con la carrozzeria in parte di legno, tipiche degli anni ’50 e ’60 ) sono parcheggiati nel piazzale che si affaccia sul molo. Le onde sono alte solo fino alla cintura, ma David Nuuhiwa, nelle prime fasi della gara, prende una sinistra veloce, cammina fino al nose, Hang five, poi Hang ten e, per un momento o due, l’intera spiaggia torna indietro al 1966.
Decine di stelle del longboard della California dell’era del boom, la maggior parte delle quali vivevano nell’oscurità dalla rivoluzione della shortboard, arrivarono alla spicciolata nelle ore seguenti. C’era Robert August di The Endless Summer, c’erano Corky Carroll, LJ Richards, Mark Martinson, Dale Dobson, persino lo stesso Dewey Weber.

Dewey Weber fotografato da Leroy Grannis


Poco prima della finale, un annunciatore indirizzò l’attenzione di tutti sul molo, dove un “ospite molto speciale” stava osservando; laggiù – appoggiata alla ringhiera del pontile – c’era l’enorme silhouette di Greg Noll che, alzando una mano verso il pubblico, sorrise accettando di buon grado gli applausi e le urla da cui venne ricoperto.
Il Dewey Weber Classic fu un primo esercizio di “surf nostalgia” e tutti quanti lo amarono.
“Una fantastica esplosione dal passato!” scrisse Surfer e il calendario fu presto riempito di eventi fotocopia di quello di Weber. Ma le manifestazioni erano solo una piccola parte di una tendenza molto più grande.
All’improvviso, tutti sembravano riscoprire una verità che era stata accantonata durante la rivoluzione della shortboard: il longboarding era una figata pazzesca.
Inoltre, le tavole grandi erano una manna per i surfisti di mezza età, i cui numeri erano in rapida ascesa. Il “longboard revival” è durato per tutti gli anni ’80 e oltre e, nel 2000, la popolazione di surfisti era divenuta più o meno equamente divisa tra shortboarder e longboarder. Come ha detto il giornalista di surf Steve Barilotti, il movimento longboard aveva fatto “un colpo di stato silenzioso”.
Analizzando da dentro il fenomeno, Matt Warshaw dice che, con il senno di poi, nulla nella storia del nostro sport sembra logico o inevitabile come il ritorno del longboarding ed ha incredibilmente ragione. Ma negli anni ’70, con i rivoluzionari della shortboard che ancora sventolavano le torce usate per incenerire l’era precedente – che includeva non solo i longboard, ma la tutta la cultura surf che si portavano appresso – l’idea era ridicola. “Vi siete avvicinati ultimamente a uno di quei vecchi longboard e avete provato a tirarlo su?” chiedeva la rivista Surfing World ai suoi lettori nel 1970 “ecco, adesso provate a pensare di doverne surfare uno… ”

Ben Aipa

Non tutto però era così uniforme come si tendeva a fare apparire. Già alla fine degli anni ’70 Ben Aipa, alle Hawaii, passava un sacco di tempo sul suo nove piedi e, sulle riviste, comprava ancora spazi pubblicitari per reclamizzare, oltre alle short, i suoi magnifici longboard.
In questo periodo però chi si avvicinava al long di solito lo faceva poco seriamente, per lo più nei giorni in cui il mare era quasi piatto. A parte pochi irriducibili era difficile che qualcuno prendesse la disciplina seriamente.
Ma il movimento cresceva e, con esso, la consapevolezza che quello che si stava facendo era parte di una cultura dimenticata che aveva sulle spalle anni di storia.
David Nuuhiwa, Herbie Fletcher, Lance Carson e altri campioni della metà degli anni ’60 tornarono sulla scena, affiancati da una nuova generazione di longboarder a tempo pieno.
Young, McTavish, Nuuhiwa, Fletcher, tutti dicevano la stessa cosa: il longboarding era un ritorno al surf “divertente”. Catturare un sacco di onde, cross-stepping, spinner, trim senza sforzo, era qualcosa di innegabilmente affascinante. Ma i longboarder cominciarono quasi da subito ad usare il “divertimento”come un’arma per sparare contro al localismo, al carrierismo dei tour professionistici, contro l’ondata di surfisti tutta tecnica e niente anima e contro tutta quella patina di seriosità insopportabile che aveva avvolto lo sport nei precedenti vent’anni.
C’è poco da fare, Il longboarding – nella sua forma più pura – sarebbe un modo più amichevole e più democratico di surfare. Le persone condividono le onde, si scambiano le tavole, parlano in line up. Tranne ai massimi livelli, le prestazioni radicali non contano un granché, quello che spesso conta di più è il Glide, e lo stile con sui si plana sull’onda ovviamente. Lo stile è tutto.

Lance Carson a Rincon. A lui è ispirato il Matt Johnson di Un mercoledì da leoni

É innegabile però che l’effetto nostalgia abbia avuto un enorme ruolo in tutto questo, con tutto il ciarpame sgradevole che si porta appresso, scene locali zeppe di surf band riformate per suonare incessantemente “Walk Do not Run” e “Pipeline” e Endless Summer che, nel 1984, era diventato il primo grande successo VHS del surf. Le macchine Woodie tornate in voga, restaurate e costose questa volta, invece che rognosi ferri vecchi come erano ai tempi, insieme a camicie aloha, ukulele e marmellate floreali spalmate dappertutto. La venerazione dei vecchi surfisti presto arrivò ad un punto in cui qualsiasi B-lister degli anni ’50 o ’60 poteva essere considerato una “leggenda”.
Molte cose, di questo atteso ritorno, erano meravigliose. Gli anziani si erano ripresi il rispetto che meritavano, il surf si era riappropriato del proprio passato e i longboarder – di regola più anziani, più tranquilli e meglio radicati rispetto ai loro omologhi shortboarder – riportarono nello sport un approccio più allegro e bonario. D’altra parte, gli affezionati della tavola lunga si andarono a infilare in line up già super affollate, su tavole che davano loro un enorme vantaggio tattico.
Se la rinascita del longboard sembrava tutto fuorché predestinata, così non fu per la reazione che ne seguì.
Facevano impazzire gli shortboarder, sempre dietro di loro a prendergli tutte le onde, certo non tutti i longboarder erano degli ingordi “frega onde”, ma ce n’erano molti. E poi Il mantra “divertente” del mondo del long divenne anche un punto dolente. Certo, divertente, era la controargomentazione: il longboarding è facile, una cosa da ritardati. Il piacere della tavola corta stava anche nel fatto che per goderne a pieno necessitava di una grande quantità di pratica, di tempismo e di un’enorme concentrazione. Con l’aumentare del numero dei longboarder, si diffuse la credenza tra i “Tavolettari” che la loro era la forma migliore e più alta di surf così, sulle line up, cominciarono le frizioni.
La violenza non ha mai fatto parte della divisione longboard / shortboard, o almeno non come tra locali e non locali. C’era un sacco di umorismo beffardo però. Infatti una t-shirt della fine degli anni ’80 aveva il pollice alzato e la scritta “Shortboarders” stampato sul petto mentre sul retro c’era scritto “Longboarders” e un enorme dito medio alzato. Spesso i due gruppi si sono relegati in angoli separati. Non è una legge impressa nella pietra, ma luoghi come First Point Malibu, First Point Noosa Heads, Queen’s Surf a Waikiki – onde più piccole, più morbide e di alta qualità – sono diventati noti come spot da longboard, con la consapevolezza che i breaks vicini (Third point Malibu, Boiling Pot, Ala Moana) sono riservati alle shortboards.
Ad un certo livello però, le persone hanno cominciato a capire che le differenze tra i due gruppi non hanno nulla a che fare con le scelte di equipaggiamento. Gran parte dei surfisti sono da sempre infastiditi dai cambiamenti repentini ed hanno spesso la tendenza ad incolpare qualcun altro per quello che non gli piace, che siano i nuovi arrivati, gli inlanders, i non locali o i bodyboarder poco importa. Quindi, quando i longboarders hanno iniziato a comparire in numero significativo, lo sport ha reagito automaticamente con la sua pratica abituale di dividersi contro se stesso.
Ormai sono quasi quarant’anni che le tavole lunghe sono tornate sulle nostre spiagge – durante i quali, tra l’altro, è arrivato Joel Tudor a portare tutto quanto ad un livello superiore – e, purtroppo, l’eccessiva svendita dell’effetto nostalgia unita all’attuale tendenza all’hipsteria fuori controllo hanno quasi definitivamente cancellato quello stile di vita delicatamente antagonista che caratterizzava il logging lifestyle, scevro com’era dai peggiori capricci del surf commerciale.