Thomas Campbell è nato a Dana Point, in California, nel 1969, col pacifico davanti agli occhi e nei polmoni la stessa aria che respirava Jay Adams. A cinque anni già skateava, a dieci mise i piedi su una tavola da surf e, a undici, l’occhio dietro la macchina fotografica.
Sei anni più tardi le sue foto cominciarono ad essere pubblicate su riviste di skate locali e, nei successivi 11 anni, contribuì allo sviluppo di magazine fondamentali per il mondo dello skateboard come TransWorld Skateboard e Big Brother.
Poi arrivarono gli anni novanta, il periodo d’oro dello street skate, con l’eco del grunge e l’ hip hop hardcore a invadare MTV e, assieme ad essi, arrivò pure il richiamo della metropoli. Così Thomas si trasferì a New York e, dal 1997 al 1999 (mentre viveva a Manhattan), lavorò alla rivista Skateboarder come photoeditor. Durante quel periodo, Campbell produsse il suo primo film, un cortometraggio in bianco e nero di 17 minuti girato a New York con Love Supreme di John Coltrane come colonna sonora.

In pillole lo stile del regista c’era già tutto: taglio cinematografico, attenzione maniacale alla fotografia e all’ambiente in cui si svolge l’azione, il tutto condito con una colonna sonora di alto livello.
Poi il richiamo dell’oceano tornò a farsi sentire e Thomas tornò in California, prima a Leucadia, poi a Santa Cruz. Lì Joel Tudor – suo grande ammiratore per i lavori su Skateboarder – lo avvicinò per convincerlo a realizzare un film incentrato sul movimento retrò che stava prendendo forma lungo la costa occidentale.
“Lo conoscevo per via dello skateboard”, racconta Tudor. “Vedevo le sue foto che giravano su TransWorld e mi dicevo ‘Wow, questo ragazzo è incredibile!’. Due anni dopo ero a Cardiff a surfare e un mio amico mi presentò Thomas. Fu tutto molto tutto naturale, un secondo dopo eravamo a girare della roba; come l’ho sentito parlare di surf ho capito che aveva una visione diversa da quella di tutti gli altri. All’epoca non c’era nessuno come lui nel mondo del surf “.
“Con Joel è stata una cosa del tipo che lui si è avvicinato e ha detto: Hei, lo vuoi fare un film?” ricorda Campbell “E quando uno come lui ti chiede se vuoi fare un film non è che puoi dire di no”.
Ci volle poco infatti per convincerlo a fare un vero e proprio lungometraggio così, nel 1999, uscì The Seedling, un lavoro splendidamente composto e girato interamente su pellicola 16mm. In una recensione lusinghiera, la rivista Surfer ha evidenziato che The Seedling “Si inserisce nel solco tracciato dalla leggenda del cinema surf Bruce Brown, che ha ricordato al pubblico che il surf, soprattutto, è qualcosa di divertente”.
Tudor portò in dote a Thomas il suo talento fuori dal comune e le giuste connessioni per riunire un gruppo di longboarder e shaper che sarebbero diventati i volti della nuova rinascita della tavola lunga: Tudor, Devon Howard, Dane Peterson, Kassia Meador, Donald Takayama, Skip Frye e altri riempirono ogni frame di The Seedling con stile e anima dispensati in parti uguali, evangelizzando il mondo con la loro religione fatta di gusto, tradizione ed eleganza shakerati con un bel po’ di psichedelia anni ’60.
Dovettero letteralmente chiedere l’elemosina per trovare i fondi necessari per realizzare il film, girare in 16mm era decisamente costoso e, una volta che il girato fu finito, neppure un distributore voleva prendersi la briga di distribuirlo, perché si pensava che nessuno sano di mente avrebbe avuto la voglia di vedere un film intero incentrato sul longboarding tradizionale.
Invece la pellicola ebbe un successo enorme e un’influenza colturale altrettanto grande all’interno della surf culture, concorrendo all’incredibile fortuna che il movimento retrò ebbe da quel momento in avanti e contribuendo non poco a definirne l’estetica.
Estetica che, ben presto, finì per influenzare tutto quanto il mondo del surf, riaffermando con forza che il surf poteva – e doveva – essere un’arte.
Cinque anni dopo uscì Sprout, un film altrettanto elegante che unì nella stessa pellicola surfisti diversi come l’eroe dell’alt-culture e principe degli aerial Ozzie Wright e il coraggioso bodysurfer Mark Cunningham. Poi arrivò The present, del 2009, a continuare sulla stessa vena eclettica, dopodiché – surfisticamente parlando – il nulla.
Non ci sono soltanto il surf e la fotografia nel mondo di Campbell infatti, il ragazzo è anche un ottimo pittore e un artista visuale di ottimo livello.
“Oggi, le persone cercano sempre di incasellarti – sei o questo, o sei quello,” ha dichiarato Thomas a Surfer. “Ma io sono una persona creativa e mi piace fare cose diverse perché rende la vita interessante. Mi piace molto dipingere, ma non voglio farlo tutto il tempo. È troppo intenso. Troppo emotivo. Quando sto lavorando a un dipinto, provo tutte le emozioni possibili e immaginabili: dall’euforia completa, alla connessione totale fino alla disperazione. Molte volte il mio corpo non vuole che dipinga, è come se dicesse ‘Davvero, amico? Vuoi farlo davvero? Certo, potresti avere questa rivelazione emotiva … oppure potremmo andare a fare surf o semplicemente sederci sul divano “.
Adesso però, dopo quasi un decennio dal suo ultimo film di surf, che ha fatto da punteggiatura finale alla trilogia coesa che è iniziata con The Seedling nel 1999 ed è finita con The present nel 2009 – passando per Sprout nel 2004 – potrebbe essere una sorpresa per molti sapere che Campbell sta tornando al genere. In effetti, è stata una sorpresa anche per Thomas stesso.
“Quando finisco un film di surf, dico sempre che non ne farò mai un altro perché c’è così tanto da dare e da fare”, ha detto una volta Campbell. “Ma è una di quelle cose in cui, più mi allontano dalla cosa in se più mi viene da pensare ai bei tempi e a quello che è divertente nel fare film di surf, così alla fine ci ricasco”.
Thomas vede i suoi primi tre film come “una specie di trilogia di formazione”. In un’epoca dominata dai thruster infatti quelle pellicole mostravano surfisti incredibili che surfavano di tutto: fish, long, alaia, bodyboards e bodysurfers. Single fins, Twins, tris, quad e finless erano tutti quanti presentati come veicoli ugualmente degni, in grado di collegare il surfista all’onda e all’oceano, in una maniera che poteva migliorare e persino definire il loro stesso modo di vivere.
Tutto questo però succedeva quasi 10 anni fa e, se uno osserva le line up oggi, si rende conto che le cose sono cambiate drasticamente. La mentalità che sembrava all’avanguardia allora, adesso è la norma.
Quale è quindi l’approccio che Thomas ha usato per girare questo suo nuovo film?
“Con questo progetto, voglio davvero esplorare di più e fare qualcosa di diverso”, racconta. “In un certo senso, questo sarà probabilmente uno dei film meno accessibili che ho mai fatto; si svolgerà in un regno più creativo, senza la narrazione tradizionale che i miei altri film hanno avuto. Sarà astratto e selvaggio”.
Anche con gli ostacoli inerenti alla realizzazione di un film di surf nel 2018, Campbell, a quanto dice, non si sta rassegnando alle mezze misure, circondando la pellicola di un alone di mistero ancora non del tutto svelato. Nemmeno il nome ci è dato sapere perché, per usare le parole di Thomas, “ Rivelerebbe troppo”. Quello che però gli interessa sottolineare è che “Si può dire che sarà quasi un film di fantascienza, fantascienza in un modo strano, indigeno direi”.

E, mentre ciò che queste parole significano è probabilmente chiaro solo a Campbell stesso, ciò che invece ci è chiaro è che si tratta di un progetto ambizioso, al quale il regista si sta dedicando da più di sei anni e per il quale ha assemblato una Justice League di talenti del surf che spaziano dall’avanguardia alla sperimentazione folle, tra i quali spiccano Knost, Tudor, Rastovich, Wright, Ryan Burch, Bryce Young, Craig Anderson , Jared Mell, Lauren Hill e Trevor Gordon.
Come da tradizione, la maggior parte del film sarà girata su una fantastica pellicola 16mm.
Ma 10 anni dopo, ora che l’etica del surf di Campbell è condivisa da sempre più surfisti, potrà questo film avere lo stesso tipo di impatto culturale che hanno avuto i suoi lavori precedenti? Del resto, è possibile che un film di surf “analogico” arrivi, nel 2018, a coprire il rumore assordante di tutti i contenuti digitali da cui siamo invasi?
Per rispondere a questa domanda ci vogliono di nuovo le parole di Campbell.
“Ovviamente non posso sapere l’impatto che avrà, quello che so è che girare su pellicola costa circa 175 dollari ogni tre minuti di riprese – un’enormità nell’epoca del dominio del digitale – ma mi piace quello che viene fuori, il film ha un aspetto molto emotivo e trasmettere emozioni è tutto quello che conta”.