Spaventoso goofyfooter hawaiano, asso di Pipeline e uno dei primi a portarsi quasi in hang five durante un tubo, Marvin Foster nacque a Honolulu nel 1962, crebbe a Waialua e iniziò a surfare all’età di 14 anni.
Il ragazzo aveva una curva di apprendimento fuori dal comune e, già cinque anni dopo, era uno dei migliori tube rider di Pipeline e, a Backdoor, la particolare posizione del corpo che riusciva a tenere – schiacciato sulla tavola e con le spalle frontali – gli consentiva di entrare nel tubo tanto profondamente quanto lo si faceva usualmente surfando Classic Pipeline.
La carriera di Foster sembrava dover decollare facilmente, tanto che “Carvin’ Marvin” – come venne presto ribattezzato – debuttò come professionista nel 1980 diventando subito Rookie of the year; nel 1983 arrivò secondo ai Pro Class Trials, si piazzò al terzo posto nel Duke Kahanamoku Classic (entrambi tenuti all’Oahu’s Sunset Beach) e, nel 1984, vinse il Perù International.

Marvin a Backdoor

Come più volte abbiamo ricordato però, crescere alla Hawaii non era una passeggiata, specialmente se si era nativi e, sopratutto, se si era dei surfisti. Il sottobosco della cultura surf era, ancora negli anni ’70, qualcosa di ben diverso dell’edulcorato carrozzone a cui siamo abituati oggi; ostentazione orgogliosa della propria marginalità, rifiuto sdegnoso della vita borghese e appartenenza a micro comunità che vivevano ai margini della legalità, erano come una santa trinità, a cui ogni ragazzo cresciuto a North Shore era devoto.
Marvin non faceva eccezione, pesantemente coinvolto nel mondo delle gang di locals, nel 1993 fu arrestato per possesso illegale di arma da fuoco e condannato a 18 mesi di prigione. Il ragazzo però non era un tipo qualunque, era uno che lasciava il segno, uno che surfava senza compromessi, che non aveva paura di nulla, che aveva del potenziale – anche economico – e questo potenziale la Quicksilver lo fiutava lontano un miglio. Fu così che l’azienda creò una delle pubblicità più strane che il mondo del surf avesse mai visto, pagando uno spazio pubblicitario sulle riviste Surfer e Surfing magazine per stampare un messaggio “Scritto da Marvin Foster, detenuto presso l’Halawa State Prison” – come recitava l’incipit – in cui, l’ormai ex pro surfer, raccontava ai giovani surfisti di quanto la prigione fosse una line up troppo affollata e pericolosa per i nuovi arrivati “too Crowded for newcomers” per usare le sue parole. Un posto da sui stare lontano dunque, per tutti gli altri forse, ma non per lui, tanto che, appena rilasciato, ruppe la libertà su parola dandosi alla macchia e venendo inserito nei “10 Most wanted of US” prima di essere catturato e rimandato in prigione per altri sei mesi.
Si può avere tutto il potenziale che si vuole, ma certi mondi non ci lasciano mai, come i tatuaggi di appartenenza che, stampati a lettere gotiche sulla pelle, rimangano attaccati al corpo, quasi fossero parte della nostra anima.
Così Marvin uscì di prigione e divenne un rispettato surfista da Town in, ma non uscì mai dalla gabbia che il suo vissuto gli aveva costruito attorno; droga, microcriminalità e disagio non lo abbandonarono mai, fino a che, nel 2010, a soli 49 anni, decise che ne aveva abbastanza, si mise una corda al collo e, in un attimo, uscì dal gioco con la velocità con cui ci era entrato.