Il 31 di agosto del 1986 circa 50.000 persone affollavano la spiaggia di Huntington per assistere agli OP PRO, in acqua la cremè del surf mondiale si dava battaglia, mentre a riva l’alcol scorreva a fiumi. Di lì a poco l’impensabile sarebbe accaduto.
Mentre Mark Occhilupo remava fuori per la heat finale, infatti, a qualche ragazzo che assisteva alla gara proprio a fianco del pontile, cominciarono a scaldarsi gli animi. “Fateci vedere le tette!” gridavano alle ragazze appollaiate sulla balconata del ristorante a fianco. Si dice che qualcuna acconsentì, molte non lo fecero e una ragazza dichiarò addirittura che qualcuno le aveva sfilato il bikini di dosso mentre andava in bagno.
Che fosse il risultato di un atto volontario oppure la risultanza dei soliti imbecilli con troppo testosterone addosso non ci è dato sapere, quello che è certo è che, quel poco di carne nuda che si riuscì a vedere, eccitò a tal punto gli animi che una folla di scalmanati si assiepò intorno alla balconata gridando e chiedendo “più tette per tutti”.
Anni dopo, Stacey Foster, una delle ragazze coinvolte ha raccontato “Alcuni ragazzi continuavano a urlare: ‘Mostraci le tette!’ Così, dopo aver fatto una smorfia, io e una mia amica gliele abbiamo fatte vedere. A quel punto loro ne volevano di più, così li abbiamo accontentati, la folla è cresciuta e sono state scattate un sacco di foto. Una ragazza allora si è avvicinata e ha cercato di rubarci la scena. Quindi, per riprenderci i riflettori, abbiamo mostrato qualcosa di più e questo ha fatto arrabbiare lei e i suoi amici che cominciarono a dirci che non eravamo locals e non potevamo mostrare le tette a quel modo nella “loro spiaggia”. Nel clamore di questa discussione il cantante di una band metal locale che si chiamava Jekyll and Hyde mi sussurrò all’orecchio: ‘Sbattigli le tette in faccia, vedrai che rimane senza parole’. Aveva ragione. Lo feci e un secondo dopo la tipa mi colpì in faccia con un pugno, così anche i miei amici si buttarono nella rissa. Poi tutto quanto si è ingigantito.”
Probabilmente è stato a quel punto che una manciata di agenti di polizia notarono il trambusto e decisero di sfidare la folla per andare a vedere cosa succedeva; come si avvicinarono vennero accolti con una raffica di bottiglie e bombe di sabbia, cosa che li portò a ritirarsi e a chiamare rinforzi.
Presto, una squadra di 100 poliziotti in tenuta antisommossa si presentò sulla spiaggia menando sfollagente a destra e a manca.
Fu l’inizio della fine.
Le ore seguenti furono un inferno in cui una sonnolenta cittadina balneare si trasformò in un incubo ad occhi aperti, con i rivoltosi che saccheggiavano i negozi, davano fuoco ai cassonetti e combattevano con i poliziotti, mentre tutti gli altri cercavano di mettersi in salvo.
Ad un certo punto, la folla si diresse a sud, verso il quartier generale dei Lifeguard.
Determinati come una milizia paramilitare, i ragazzi presero d’assalto l’edificio e portarono via i razzi di segnalazione che usarono per incendiare una serie di veicoli, tra cui tre auto della polizia, una jeep dei guardia spiagge, un’ambulanza e un paio di ATV.
Gestire quella folla inferocita era quasi impossibile e, dopo poco, ci si rese conto che l’unica cosa fattibile era cercare di fare opera di contenimento; anche identificare i facinorosi era un compito poco praticabile.
Quando la foga si esaurì, a terra restarono le macerie e, nelle mani della polizia, finirono soltanto in sette, portati via con la ridicola accusa di ubriachezza molesta; tale era il caos che non si riuscì a incriminare nessuno per i disordini.
L’episodio, però, si guadagnò le prime pagine di tutti i quotidiani nazionali, gettando un’ombra su tutto il mondo del surf. Ian Cairns, che all’epoca era il fondatore e capo dell’ASP, fu così “disgustato” dall’incidente che si dimise.
Non si sa come, e nemmeno perché, ma l’eco di quei fatti non ha mai lasciato Surf City e la sua influenza nefasta continua a propagarsi tutt’oggi, tanto che, ogni volta che gli US Open arrivano in città, sembra che le persone si preparino o a scatenarsi e ad impazzire o a chiudersi dentro casa ad aspettare che la tempesta passi.
Molto si è dibattuto in questi anni sull’opportunità o meno di servire alcol durante questi grossi eventi, sulla cultura dei surfisti, sulla tendenza dei locals a comportarsi come delle bestie in certi frangenti, su quanto i disordini fossero ascrivibili ai surfisti o ai semplici avventori della spiaggia ecc. ecc. tante parole buttate al vento; quello che è certo è che caldo tremendo, ragazze seminude e birra ghiacciata sono spesso un trittico che si porta appresso guai e cazzotti, ma nessuno – nemmeno negli incubi più profondi – si immaginava disordini di tale livello.