Il concetto di Surf nazi è una delle cose più assurde della strana cultura surf. All’inizio degli anni ’30, Pacific System Homes di Los Angeles presentò una tavola da surf modello Swastika, era una delle prima tavole disponibili in commercio ed aveva un emblema a forma di svastica vicino alla coda. Quel simbolo, prima di essere adattato dal Terzo Reich di Hitler, era un simbolo tibetano di buona fortuna e armonia e, per questo, era stato scelto da quei primi shapers; nel 1938 però, dopo che la Germania invase l’Austria e mostrò al mondo intero il volto brutale del nazismo, la Pacific System Homes cambiò il nome della sua tavola in Waikiki Surf-Boards.
Poi, nei primi anni ’40, l’associazione fra il surf e il nazionalsocialismo ritornò, la stampa mainstream infatti cominciò ad usare il termine Surf Nazi per definire quei giovani che, per la prima volta, si allontanavano dal percorso classico della società americana – fatto di soldi, carriera e famiglia – per dedicarsi completamente al surf. Visti come dei veri e propri fanatici vennero paragonati agli altrettanto fanatici – e criminali – fantocci che in Germania avevano tristemente preso il potere, da qui Surf Nazi.
Tempo dopo però, i surfisti della bassa California cominciarono davvero a disegnare svastiche sulle loro tavole da surf e sulle scassate macchine con le quali si spostavano da uno spot a un altro, e furono molti a chiedersi cosa diavolo stessero facendo.
Soprattutto dopo che, nel 1958, un piccolo gruppo di surfisti di La Jolla, fece una parata lungo la spiaggia, indossando uniformi militari tedesche e sventolando bandiere naziste che i loro genitori avevano riportato, come trofei, dalla seconda guerra mondiale; il tutto con Greg Noll che li riprendeva per il suo prossimo film di surf.

“Nessuno era nazista, volevamo fare cose oltraggiose, disgustare tutta quella gente normale che ci disprezzava”, ricorda Noll anni dopo. “Dipingi una svastica sulla tua auto e fai incazzare tutti quanti, quindi cosa fai? ce ne dipingi due di svastiche”.
Il fatto che la stampa continuasse ad associare la nascente contro cultura surf alle gang di motociclisti e ai delinquenti di strada non fece altro che aggravare la situazione; ci chiamano nazisti, bene, allora facciamo i nazisti.
La faccenda presto prese una piega grottesca con l’artista e costruttore di custom car Ed “Big Daddy” Roth – creatore del personaggio dei fumetti di Rat Fink – che si mise a commercializzare quell’atto di ribellione mettendo in commercio una linea di decalcomanie e di ciondoli Surfer’s Cross, ognuno modellato sulla Croce di ferro tedesca e con sopra scritto Surfer’s Cross. La stampa surf ovviamente gli si scagliò contro, ma Roth, per nulla pentito, dichiarò alla rivista Time “Quel cazzo di Hitler ha fatto davvero un buon lavoro di pubbliche relazioni per me”.
Quello fu il punto più alto raggiunto da questa ridicola moda, Surfer magazine cominciò a bollare quell’assurdo ciondolo con la croce nazista come “Sign of the Kooks” e quello che, in fin dei conti, era un puerile (e primitivo) atto di ribellione verso una società rigida e patriarcale in un momento – la fine degli anni ’50 – in cui esistevano ancora ben pochi modelli di cultura ribellistica, finì.
Il termine Surf nazi però rimase e assunse, dagli anni ’70, un nuovo significato: stando ad indicare un surfista aggressivo e territoriale.
E’ interessante, comunque, notare come la contro cultura surf avesse anticipato un certo tipo di punk di una ventina di anni, per l’opinabile scelta dell’oggetto di disgusto da sbattere in faccia al fascismo della borghesia benpensante.
Certo, a nostro avviso, certi simboli sarebbe meglio lasciarli dove stanno, tutti quanti ci ricordiamo di Sid Vicius strafatto che straparla in camera, con indosso una maglietta rossa con una svastica sopra, e sappiamo bene com’è andata a finire.

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