Circa 5 miliardi di pezzi di plastica galleggiano attualmente nei nostri mari, i rifiuti si ammassano principalmente in 5 grandi “discariche” oceaniche, la più grande delle quali è il Great Pacific Garbage Patch, situato tra Hawaii e California.
Se tutta questa plastica verrà lasciata dov’è, avrà un impatto distruttivo sull’ecosistema marino, sulla salute umana e sull’economia mondiale.
A discapito di un atteggiamento lassista da parte di governi e grosse aziende, che paiono più interessati a riempire brochure di belle parole che a ripulire l’ambiente da cinquant’anni – almeno – di lordura industriale, qualcuno si azzarda a proporre soluzioni.
Oggi proviamo a dare un’occhiata all’ambizioso progetto olandese chiamato The ocean clean up.
Il concetto di base da cui parte questa sperimentazione è quello di sfruttare, a nostro favore, le stesse correnti marine che contribuiscono a concentrare la plastica galleggiante nell’oceano in cinque grandi aree, con l’obbiettivo di ridurre il Great Pacific Garbage Patch della metà in cinque anni.


La singolare intuizione, nata dalla mente del giovanissimo inventore olandese Boyan Slat (che adesso ha 24 anni, ma che ne aveva soltanto 18 quando lanciò il progetto), ha percorso una lunga strada prima di poter testare la sua fattibilità effettiva in mare; il programma, lanciato nel 2013, negli ultimi sei anni ha raccolto 31 milioni di dollari di donazioni, ha previsto 273 test in scala e sei prototipi sono stati mandati in mare per fare una mappatura completa del Great Pacific Garbage Patch, assieme a 30 navi e a un aeroplano.
Adesso, tutto quanto l’armamentario, è in acqua per il primo, vero, test di fattibilità pratica.
Il sistema 001, come viene chiamato, è stato completato ad Alameda, in California, l’8 settembre di quest’anno e, il 3 ottobre, ha raggiunto il Great Pacific Garbage Patch cominciando ufficialmente la sua missione di pulizia, con l’obiettivo di monitorare il successo di questo primo test e, infine, distribuire un’intera flotta di circa 60 sistemi all’interno dell’area.
Vediamo adesso com’è che funziona questo interessante progetto.
Ocean Cleanup ha sviluppato un sistema passivo, che utilizza le forze oceaniche naturali per catturare e concentrare la plastica. Il sistema, costituito da una deriva tubolare galleggiante lunga 1–2 chilometri (rallentata da un’ancora posta a circa 600 metri di profondità) con un pannello rigido al di sotto del tubo galleggiante, installato in modo da poter raccogliere i frammenti di plastica poco sotto la superficie dell’acqua. Questi sistemi a forma di “U” si sposteranno assieme alle correnti nel vortice subtropicale del Nord Pacifico e concentreranno la plastica verso un punto centrale dove potrà essere estratta da navi ausiliarie che la porteranno sulla costa.
La cosa è fattibile perché il vento e le onde spingono in superficie soltanto l’apparato di pulizia e non la plastica; il sistema, infatti, poiché galleggiante, si trova appena sopra la superficie dell’acqua, mentre la plastica si trova principalmente al di sotto di essa. Il sistema si muove quindi più velocemente della plastica, permettendo ai rifiuti di rimanere incagliati nella sua deriva e di essere successivamente raccolti.
Insomma le onde, i venti e le correnti che sono responsabili del movimento della plastica, sono anche le stesse forze che agiscono sui sistemi di roaming di ocean clean up, inducendoli a gravitare verso le aree con la massima concentrazione di plastica.
Dal sito ufficiale del progetto si può leggere che adesso “Dopo 14 giorni di prove, abbiamo concluso che System 001 era pronto per sfidare il famigerato Great Pacific Garbage Patch. L’equipaggio ha posizionato il sistema nella formazione di rimorchio e si è fatto strada fino al cuore del patch, a circa 850 miglia nautiche dal luogo delle prove. Il 16 ottobre, dopo diversi giorni di tempo sfavorevole, siamo arrivati nella zona e System 001 è stato distribuito nella sua forma a U.”
I progetti Ocean Cleanup saranno in grado di rimuovere il 90% della plastica oceanica entro il 2040 si legge, sempre sul sito web dell’azienda ma, per essere chiari, non è che l’iniziativa sia stata senza detrattori.
Alcuni, all’interno della comunità scientifica, si sono spinti fino al punto di bollare il progetto come “la perdita di tempo di un pazzo” dicendo che il problema più grande sono le micro plastiche, e che esse non vengono assolutamente intercettate dal sistema olandese che, a loro avviso, non fa nient’altro che sfiorare la superficie di un problema monumentale.
D’altro canto un’entusiasta Slat Boyan twittava il 24 ottobre:
“Prima plastica raccolta, ci vorranno ancora alcune settimane prima che si possano trarre conclusioni reali, ma alcune prime osservazioni:
+ anche pezzi molto piccoli sembrano essere catturati
+ nessuna interazione con la vita marina osservata
– la plastica occasionalmente lascia di nuovo il sistema. Analizzeremo i dati per capire perché”.
La perdita di plastica sembra però essere un problema non da poco tanto che, a fine novembre, l’azienda annunciava che “Sono trascorse quattro settimane da quando abbiamo distribuito il sistema 001 nella Great Pacific Garbage Patch (GPGP). In questo momento, stiamo ancora notando che la plastica esce dal sistema una volta che è stata raccolta, quindi stiamo attualmente lavorando su cause e soluzioni per porvi rimedio. Poiché questo è il nostro sistema beta – ed è anche il primo impiego di qualsiasi sistema di pulizia degli oceani – ci siamo preparati alle sorprese. Anche se non stiamo ancora raccogliendo plastica, sulla base dei risultati attuali, siamo ottimisti e siamo vicini a farlo funzionare.”
Controversie a parte, il progetto sembra interessante e sul sito internet dell’azienda https://www.theoceancleanup.com/ si possono seguire in tempo reale gli eventuali progressi, così che ognuno può provare a farsi un’idea propria sulla serietà o meno dell’iniziativa.