Se c’è una cosa che vale la pena sostenere è la riappropriazione degli spazi, specialmente quando parte dal basso.
Anni di industrializzazione selvaggia hanno ridotto intere zone del mondo occidentale in feticci post industriali degni della migliore striscia di Ken Shiro [se non sapete chi è Ken Shiro vuol dire che tra lo scrivente ed il lettore c’è un bel gap culturale, niente però che non possa essere superato digitando due parole su una tastiera].
Cemento, ruggine, tubi, ciminiere e mattoni scrostati spuntano come funghi nelle periferie del nostro mondo, vestigia mal messe di cattedrali pagane, erette all’inutilità della santa trinità del sacrificio, quel trittico di lavoro/consumo/mutuo con il quale ci rompono le orecchie da generazioni.
Recuperare terreno non è facile, strapparlo a questa degenerazione un lavoro titanico.
Lavoro che, a loro modo, sono riusciti a fare i ragazzi di Sbanda Brianza.
Le prime notizie relative al paese di Consonno risalgono addirittura all’undicesimo secolo, ma la storia che interessa a noi inizia negli anni ’60, quando il conte Bagno appare sulla scena.
Mario Bagno era un imprenditore milanese che, nel periodo del boom economico, aveva fatto i miliardi con la cementificazione e la costruzione di strade e che, a un certo punto della sua vita, decise che Consonno sarebbe stato il luogo ideale per costruire la sua C
ittà dei balocchi.
Così, nella cittadina, sorsero alberghi, ristoranti e costruzioni con richiami a diverse culture, come una pagoda cinese, un castello medievale, un albergo di lusso e addirittura un
minareto (chiamato così per via della sua forma, che richiamava una moschea musulmana).
Le vecchie case vennero demolite e sostituite da palazzi circondati da campi da calcio, da pallacanestro, da tennis, da un campo da di golf, da una pista per pattinaggio, da un luna park e, per non farsi mancare nulla, pure da uno zoo.
L’apoteosi del Kitsch applicata all’urbanistica.
Poi, un giorno, la natura venne a dare uno scossone alle ambizioni umane. Nel 1976 una frana fece crollare l’unica strada che conduceva alla città, decretandone l’isolamento ed il conseguente abbandono. Il conte Bagno tentò di riparare la strada, ma fu tutto inutile.
Da allora Consonno è una città fantasma.
O almeno lo era fino all’arrivo di Sbanda Brianza.
Qui i ragazzi hanno cominciato a skateare l’unica strada che tutt’ora conduce al borgo abbandonato e, negli anni, sono riusciti a trasformarla in qualcosa di unico.
La strada è diventata, infatti, teatro di uno dei più amati e ben riusciti freeride del paese (un evento rinomato tanto per il riding quanto per la baldoria che l’accompagna) nonché l’unico spot Italiano ad essere legalmente adibito al Downhill.
Per sapere com’è che ci sono riusciti abbiamo fatto quattro chiacchere con i ragazzi di Sbanda Brianza.

Report del “Ghost Town Freeride” nella città abbandonata di consonno

  • Partiamo dall’inizio, Cos’è sbanda Brianza e com’è nata?

Ciao Regaz, siamo gasatissimi per l’intervista sul vostro super punk mag!
SBANDA BRIANZA è a tutti gli effetti un’Associazione Sportiva Dilettantistica, con base camp in Brianza, nata da un gruppo di folli con la passione per il longboard e l’ossessione per gli sport estremi.
ADRENALINA, MUSICA, GINOCCHIA SBUCCIATE, TAVOLE SPACCATE E FESTE SONO IL NOSTRO STILE DI VITA!
L’embrione di Sbanda Brianza (che ancora non sapeva di essere Sbanda Brianza) nasce intorno al 2010 quando, per la prima volta, ci è venuto in mente di andare a Consonno con i nostri long e di provare a fare qualche slide. Ci siamo fatti male riempiendoci di graffi e lividi e, a fine giornata, abbiamo buttato i vestiti squarciati…ma ci siamo gasati alla grande e, da quel giorno, non ci siamo mai fermati.
Con il passare del tempo, sempre più rider locali si ritrovavano sulla strada di Consonno e il gruppo cresceva, abbiamo quindi sentito l’esigenza di creare un’identità autonoma basata sulla crew che si era formata, con un nome, un logo e un nostro evento ufficiale, ritagliato sul nostro stile.
Così sono nati Sbanda Brianza, nel 2014, e il Ghost Town Freeride, con la prima edizione organizzata del giugno 2016.
Dopo la prima edizione sono arrivate diverse richieste di corsi e di ulteriori attività, così ci siamo organizzati per creare un movimento concreto.
L’associazione è affiliata a FISR (Federazione Italiana Sport Rotellistici) e siamo riconosciuti dal CONI.
Attualmente, tra le varie attività, organizziamo corsi per principianti improntati a formare nuovi rider con la mentalità “sbanda” e siamo riusciti a portare longboard e skate all’interno delle scuole durante gli orari di ed. Motoria. Siamo già a pieno regime per organizzare la quarta edizione del Ghost Town Freeride e, dallo scorso anno, abbiamo istituito il DH Team Sbanda, un gruppo di rider selezionati che partecipano alle gare del campionato italiano di skateboard downhill con l’obbiettivo di portare scompiglio nelle varie tappe.
Sulla scia della nostra mentalità supportiamo la scena musicale locale organizzando/sponsorizzando concerti attraverso il nostro progetto parallelo #SUPPORTYOURLOCALPUNKHEROES.
Abbiamo tanti progetti in corso (e altrettanti in mente), e pensiamo di essere sulla strada giusta per crescere sempre di più e far urlare la scena longboard.

Report del “Ghost Town Freeride” nella città abbandonata di consonno

  • Avete il primo spot legale da Downhill in Italia, una cosa impensabile fino a poco tempo fa, come avete fatto ad ottenerlo, a gestire la burocrazia e, soprattutto, com’è che lo gestite?

Si è una figata ed è una svolta per questo sport!!
Partiamo sottolineando
che lo spot di Consonno, di per sé, è una strada che, dal centro città, porta ad un borgo abbandonato. È quindi quella che si può definire una strada “fuori mano”.
Sfruttando questo punto di forza
abbiamo deciso di interpellare l’amministrazione di Olginate per cercare di rendere sicuro lo spot e tutelare i rider. L’amministrazione si è mostrata sensibile alle nostre richieste e così, attraverso un accordo con il sindaco e la giunta comunale (che hanno visto nel nostro sport e nella nostra associazione un’occasione di aggregazione e riqualificazione dell’area), abbiamo ottenuto un’ordinanza per poter utilizzare la strada.
L’accordo con il
Comune è basato sulla possibilità di utilizzo della strada da parte dei tesserati Sbanda Brianza e/o FISR in modo da essere coperti e tutelati.
CONSONNO
LONGBOARD DH SPOT è utilizzabile dai tesserati tutti i sabati e su di un cartello stradale apposto all’ingresso si trovano tutte le indicazioni e il regolamento (maggiori info su http://sbandabrianza.com/consonno/).

  • Quanti siete a portare avanti il progetto?

A livello organizzativo siamo in 4 teste calde che si “smazzano” gli aspetti più critici della gestione, ovvero l’organizzazione degli eventi e dei corsi, i compiti amministrativi e burocratici, e la parte grafica e di comunicazione. In aggiunta, altri 5/6 ragazzi (più eventuali volontari aggiuntivi) svolgono i “lavori sporchi” di montaggio e smontaggio, installazione e pulizia durante gli eventi e le numerose attività che organizziamo. Per quanto riguarda i corsi, attualmente abbiamo 3 istruttori di longboard e 3 di skateboard, tutti certificati FISR.
I lavori durante gli eventi e le attività sono sempre tanti e la gestione dell’associazione è infinita, ma attraverso l’entusiasmo e l’affiatamento del gruppo, che cresce di anno in anno portando nuovi adepti alla causa
Sbanda, il clima di festa non manca mai.

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  • Il Ghost Town sta diventando ogni anno sempre più un punto di riferimento per la scena italiana, com’è nata l’idea della manifestazione, quale è la filosofia che ci sta dietro? Insomma parlateci un po’ dell’evento…

Il Ghost Town nasce dalla voglia della crew locale di realizzare un evento sulla strada incazzatissima di Consonno, e da qui nasce anche il motto della nostra associazione: RIDE HARDCORE.
Girando in altri eventi italiani ci siamo accorti che, oltre alla parte sportiva del downhill, gli eventi erano sempre chiusi alla cerchia dei soli rider e non davano modo di aprirsi e coinvolgere persone esterne all’ambiente,
mentre noi volevamo qualcosa di diverso.
Fedeli alla nostra filosofia festaiola e di condivisione,
abbiamo deciso che il nostro evento sarebbe stato una festa epica, che andasse oltre al downhill e abbracciasse tutta la skate-culture.
Visto
che, per tutti gli skater, la musica è fondamentale, abbiamo quindi deciso di inserire nell’evento un importante parte musicale, facendo la follia di mettere live band a suonare sul tornante più veloce del percorso (record 83 km/h). Per realizzare le nostre idee abbiamo coinvolto brand, shop e realtà che ruotano attorno allo skate che avessero voglia di aiutarci a dar voce concreta a questo movimento.
Dopo un primo anno di “rodaggio”, ogni anno l’evento aumenta di spettacolarità, coinvolgendo rider da tutto il mondo e un pubblico sempre più ampio, che diventa parte integrante dell’evento.
Un aneddoto significativo del clima che si respira durante la manifestazione è il
pogo finale che c’è stato durante l’ultima edizione e che ha coinvolto band, rider e pubblico all’interno del tornante, prima di un’ultima, memorabile, risalita.

Report del “Ghost Town Freeride” nella città abbandonata di consonno

  • Quando la cultura skate è nata, si portava appresso tutta una serie di valori e atteggiamenti peculiari, che riguardavano anche la costruzione e la condivisione di un proprio mondo, con un codice etico ben definito; all’interno di questa scala di valori ci stava spesso la contestazione dello status quo e dei codici comportamentali della società di massa. Questo tipo di approccio si è andato per lo più perdendo con la massificazione della skate culture anche se qualcosa, nel profondo, rimane. Per la vostra esperienza, quanto c’è di contro culturale nella scena longboard attuale?

Pensiamo che la scena longboard sia un’evoluzione e quasi una controcultura della cultura skate tradizionale. Si basa infatti sugli stessi concetti e sugli stessi valori, ma con un diverso approccio alla tavola e agli spot. Lo skateboard classico è molto legato allo scenario urbano e puoi farlo veramente sul marciapiede davanti casa, invece nel longboard downhill tutto quanto lo scenario è legato all’outdoor; le montagne e i panorami naturali sono parte integrante dello sport che, per certi versi, può essere inteso pure come un’estensione estiva dello snowboard.
Per raggiungere gli spot bisogna fare spostamenti lunghi, organizzarsi e stare ben attenti a dove e come si gira, per non “bruciarsi” lo spot. E su questo tema il localismo è molto forte [e questo è un’importante parallelismo con la cultura surf n.d.r].
Sostanzialmente, attraverso l’evoluzione dello skate in longboard, si è arrivati ad allargare i confini, gli scenari e le velocità dello skateboarding.
Rimane il fatto che c’è sempre questo astio di sottofondo tra skater (soprattutto old school) e longboarder, che dal
nostro punto di vista sembra più un capriccio o una chiusura mentale nello sperimentare l’altra disciplina. Stiamo parlando sempre di due discipline con le stesse radici e che portate all’estremo sfociano entrambe nell’adrenalina e nell’hardcore puro.
Crediamo
che il vero skater moderno sia chi si approccia sia allo street che al downhill e se ne sbatte delle parole e delle controculture.
Tornando al GTF, nell’evento siamo riusciti a unire questi due mondi e far condividere le esperienze, vedendo skater che si approcciavano al downhill e viceversa. Questo credo sia
è il vero successo, sperimentare e abbattere lo stereotipo e il muro che spesso ci si pone, anche tra noi stessi.

  • Quando ho iniziato a fare long (nel 2009) molti dicevano che fare le gare era una roba da motociclisti, che il vero spirito del long stava nel freeride, voi cosa ne pensate?

Non penso esista un modo unico di intendere il longboard e un approccio giusto o sbagliato, ogni rider affronta il longboard, e lo sport in generale, a modo suo, attraverso uno spirito che può sfociare nell’agonismo, nel freeride più duro o addirittura nelle passeggiate da poser, ma questo è un altro discorso…

I ragazzi concludono dicendo che “il longboard dovrebbe diventare uno sport da praticare liberamente e in spazi adeguati, come nel caso di Consonno. Ovviamente non è facile e la difficoltà gigante sta nel trovare strade e comuni disponibili ad offrire questi spazi, cosa con cui picchiamo la testa anche noi nella ricerca di nuove strade per realizzare ulteriori eventi.
Nella scena longboard mancano altre manifestazioni che vadano oltre al puro riding o alla gara in
, e che si aprano nel coinvolgere diversi mondi e realtà, tirando dentro chi vorrebbe provare ma, per timidezza o paura, non si approccia alla tavola a rotelle.
Un evento che si apre a tutti può diventare un modo concreto per far capire alle istituzioni che il longboard è uno sport che vale la pena sostenere, per via della sua spettacolarità e
del forte spirito di aggregazione che si porta dietro.”

Il collettivo ricorda che è uscito Forever Young, il primo libro edito da HoboTheMag

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