Maestro assoluto di tuberiding, lodato per il suo sangue freddo e lo stile inimitabile a Pipeline, è ancora considerato il modello dell’eleganza e della raffinatezza nel surfare un’onda. “Quello che fa è pura poesia”, ha detto una volta il veterano di North Shore Rory Russell. “Bellezza allo stato puro, nessun altro gli si avvicina nemmeno.”
Gerry Lopez è nato alle Hawaii nel 1948 ed è cresciuto a Honolulu, figlio di un giornalista e di un’ insegnante di scuola superiore, iniziò a surfare a Waikiki all’età di nove anni, ma non prese sul serio la situazione fino al liceo, quando fu pesantemente influenzato dallo stile di Paul Strauch. In poco tempo fece un ingresso trionfale nel mondo delle competizioni vincendo gli Hawaiian Junior Championships nel 1966, arrivando tre volte in finale per il titolo di campione dello Stato (1968, 1969 e 1972) e qualificandosi finalista nei campionati statunitensi del 1969 e del 1970.
A quei tempi la rivoluzione della shortboard aveva consacrato il tuberide come la manovra definitiva del surf, così Lopez, che era già all’avanguardia per i suoi cut backs spinti oltre il limite, cominciò a concentrarsi per riuscire a trovare il modo di surfare più profondamente possibile dentro un tubo.
Prendendo spunto dall’asso di Pipeline Jock Sutherland, Lopez cominciò a cercare il modo di prendere la linea più semplice possibile ma che, allo stesso tempo, lo portasse sempre più in profondità all’interno del tubo. Trovò quella via buttandosi giù per la parete dell’onda quasi in verticale, poi girandosi e posizionandosi sotto il ricciolo con il minimo assoluto di movimenti e, una volta dentro, assumendo una posizione tranquilla e rilassata; con le ginocchia leggermente piegate, le braccia e le mani abbassate, e lo sguardo fisso, verso l’infinito.
“Un movimento, un respiro… molto Zen”, ha detto il tre volte campione del mondo di surf Tom Curren a proposito del tuberiding di Lopez a Pipeline. “Come un arciere che tira indietro la mano e scocca la sua freccia.”
Nel 1972, l’immagine stessa del surf era rappresentata dalla figura minuta e dai capelli scuri di Gerry Lopez, fotografato su di una lucente tavola da surf decorata da uno stretto logo a forma di saetta, che surfava tranquillo dentro a qualche profondo barrel a pipeline.
In un’intervista di quegli anni alla rivista Sports Illustrated ha raccontato di come fosse in grado di mantenere la calma mentre era racchiuso dentro un imbuto d’acqua pronto ad esplodere; Gerry ha detto che gran parte della cosa stava nella scelta delle onde giuste, ma che c’era bisogno anche di una grande concentrazione.”Più velocemente vado là fuori,” ha raccontato alla rivista,” più le cose mi sembrano accadere lentamente”.
Lopez è stato il surfista più filmato della sua generazione e una sequenza di Lopez a Pipe faceva parte di quasi tutti i film di surf realizzati tra il 1971 e il 1978, tra cui Morning of the Earth (1972), Five Summer Stories (1972), Going Surfin’(1974), Super Session (1975), Tales from the Tube (1975) e In Search of Tubular Swells (1977).
Col tempo Gerry, assiduo praticante di yoga, ha cominciato a nutrire seri dubbi sulla necessità delle competizioni di surf (“Il surf è una danza”, cominciava a ripetere, “e quando stai cercando di schiacciare i tuoi avversari è come se togliessi valore a quell’intera esperienza”), ma ha tuttavia continuato a partecipare alla maggior parte degli eventi professionistici delle Hawaii, vincendo il Pipeline Masters nel 1972 e nel 1973 e arrivando in finale in una manciata di contest tenutisi a Sunset Beach.
Pipeline, quell’onda bellissima e pericolosa, ricorre nella vita di Lopez come, e forse più, di un amore “Cristo, nei primi anni ’60, Pipeline aveva già ucciso un surfista Peruviano” ha raccontato a The Inertia “quindi c’era questo spettro che aleggiava nell’aria. Ma, sai, una buona onda è una buona onda, c’è poco da fare. Ho avuto una lunga relazione con Pipeline, probabilmente una delle più importanti relazioni della mia vita. Ho partecipato a venticinque Pipe Masters. Ho avuto modo di surfare contro ragazzi che non erano nemmeno nati quando io ho iniziato a surfare.”
Figlio di un approccio “esistenziale” al surf e con una filosofia piantata a pieno in quella che era la contro cultura degli anni ’60, ha spesso dichiarato come, per lui, l’arte di cavalcare le onde sia qualcosa di più che un semplice sport “Diciamo che i primi vent’anni di surf sono stati solo una prova per vedere se ero davvero interessato. Poi la saggezza di tutte le lezioni che avevo imparato in mare ha iniziato a rivelarsi. Il surf è una delle migliori metafore per la vita. In mare, quando surfi, tutto si muove; tutto è presente in quell’attimo. In mare niente si ferma mai e la vita funziona allo stesso modo. Non puoi rimanere immobile. Se non ti muovi assieme a lei, la vita, proprio come un’onda, ti passerà accanto. Devi prestare attenzione; devi essere spontaneo; devi essere in grado di seguire il flusso.”
Anni importanti, quelli in cui Lopez è cresciuto surfisticamente, anni che hanno messo le basi di un mondo che faceva della pratica del surf un fulcro su cui ruotava una visione della vita contrapposta a quella della mentalità dominante “Tutti quanti erano hippies. C’era erba dappertutto. C’erano un sacco di ragazzi che si guadagnavano da vivere vendendo droga. Questo anche perché non c’era un’industria del surf, davvero. Ho avuto un’illuminazione un giorno, quando sono andato in spiaggia e le onde erano davvero fantastiche. Gli unici ragazzi la fuori eravamo noi – che eravamo ragazzini – e un gruppo di vecchietti. I ragazzi migliori non erano lì, perché stavano tutti lavorando. Io non volevo finire così. Non volevo perdermi tutte le onde per colpa di un lavoro schifoso. Ho pensato che se avessi trovato un lavoro nel settore del surf, avrei potuto surfare quando le onde erano buone, ma l’industria del surf, a quei tempi, era fatta soltanto da alcuni ragazzi che facevano tavole da surf in California. Gente come me al massimo poteva recuperare qualche vecchia tavola, rimodellarla, glassarla e venderla a qualcuno. Quindi abbiamo fatto questo tipo di lavori, almeno per un po’. C’erano un sacco di ragazzi come me e dovevano tutti quanti essere molto creativi per trovare ogni volta un modo di campare senza svolgere un normale lavoro da otto ore. Beh…la maggior parte dei lavori che ti permettevano di vivere come volevi erano lavori illegali”.
I tempi cambiarono presto però e la nascente industria del surf cominciò a regalare opportunità a chi aveva le possibilità – e le capacità – di coglierle.
Così, nell’estate del 1970, Lopez aprì il primo punto vendita della sua Lighting Bolt Surfboards che, presto, divenne una delle compagnie di tavole da surf più conosciute del decennio. Rimanere fermo, però, non era cosa per l’Hawaiano; così, a fine anni ’70, cedette il marchio e cominciò a passare sempre più tempo tra i lunghi tubi di Grajagan, in Indonesia, prima di spostarsi a Maui ed aprire la sua Gerry Lopez Surboards, per poi cambiare di nuovo tutto quanto, trasferendosi in Oregon ed aprendo una piccola company di Snowboard.
“Non penso che il surf mi annoierà mai. Ho attraversato diverse fasi della mia vita, come quando è arrivato il windsurf. Voglio dire, c’è stato un po ‘di tempo in cui non tenevo nemmeno la tavola da surf in macchina. Mi limitavo a buttare la roba da windsurf sul tetto e ad andare per vela tutto il giorno. Poi mi sono calmato e sono tornato a surfare di più. Con lo snowboard è stata un po’ la stessa cosa. Quando ci siamo trasferiti qui in Oregon, ho pensato: ‘Amico, è meglio che surfare. Non c’è affollamento e i bottom turn sono infiniti.’ Alla fine però, il surf ritorna nella mia coscienza, e mi rendo conto che è – è sempre stato e probabilmente sempre sarà – il fondamento di chi sono.
Vivo ancora gran parte del tempo in Oregon adesso, ma Faccio surf più che posso, anche se non quanto prima. Più a lungo fai surf, più inizi ad apprezzare più o meno qualsiasi onda. Non è tanto la qualità della surfata, quanto il fatto stesso di essere lì – il solo essere in grado di uscire in mare e passare attraverso l’intera esperienza. Se le onde non sono così buone, è comunque divertente. Mi piace ancora moltissimo”.

  • Il collettivo ricorda che è uscito Forever Young, il primo libro edito da HoboTheMag

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