Sotto la luce fredda della prima luna piena del 1985, la band punk psichedelica dei Meat Puppets cominciò a distruggere la quiete notturna delle profondità del deserto del Mojave, suonando alimentati da un generatore a gasolio e circondati da cactus incandescenti. Circa 500 punk di pelle vestiti avevano viaggiato – molti su sgangherate roulotte o su dismessi autobus scolastici giallo canarino – dal centro di Los Angeles verso ciò che era pubblicizzato soltanto come un concerto incredibile in “una remota località del deserto”.
Quelli che erano venuti al concerto (chiamato il Gila Monster Jamboree) in auto, avevano ricevuto mappe disegnate a mano che li indirizzavano verso un posto di blocco a Victorville, in California, dove avevano ricevuto una seconda mappa che li guidava per altre tre miglia, lungo una strada sterrata che conduceva verso il letto di un lago prosciugato. Molti di loro erano in acido.
“Sembrava di essere dentro a un cartone animato”, ricorda il chitarrista dei
Meat Puppets Curt Kirkwood in un’intervista”.
Nel suo libro di memorie, la bassista e cantante dei
Sonic Youth Kim Gordon ha ricordato come l’esibizione musicale di quel giorno – la prima sulla costa occidentale per il gruppo – fosse una delle sue “preferite di sempre”.

Perry Farrel al Desolation Center

Lo spettacolo faceva parte del Desolation Center, una serie di spettacoli di guerrilla punk organizzati nel sud della California; serate che hanno creato un precedente avventuroso i cui echi si sentono ancora oggi.
Quindici anni prima che fondasse il festival con gli incassi più alti del mondo infatti, Gary Tovar, il fondatore di Goldenvoice, che produce il
Coachella, aveva partecipato a un concerto di Desolation Center e Perry Farrell (il cantante dei Janes Addiction), che ha avuto un grosso ruolo nella creazione e direzione del Lollapalooza – il più importante e remunerativo festival rock underground degli Stati Uniti – aveva suonato al Gila Jamboree con gli Psi Com, il suo gruppo pre-Janes Addiction.
Questi anarchici eventi del deserto non durarono a lungo – più o meno dal 1983 al 1985 – e raramente hanno raggiunto le luci della ribalta. Adesso però le cose sembrano cambiare;  a raccontare questa interessante storia è infatti uscito un documentario, chiamato
Desolation Center e presentato il mese scorso allo Slamdance Film Festival di Park City, Utah. Il regista è l’organizzatore stesso del Desolation Center, Stuart Swezey, che aveva iniziato a organizzare concerti nel 1982, appena mollato il college.
Crescendo in mezzo alla scena punk incendiaria della fine degli anni ’70, Swezey era galvanizzato dall’etica
Do It Yourself delle fanzine e delle etichette underground e si era messo in testa che anche il mondo dei concerti poteva cambiare, slegandosi dalle logiche commerciali imposte dai locali di musica dal vivo.

“Mi era venuta una specie di fissazione per portare la musica fuori dai locali notturni”, ha raccontato in un’intervista telefonica, spiegando che preferiva la comunità e la spontaneità di spazi non convenzionali come l’Hong Kong Cafè a Los Angeles – un ex ristorante cinese trasformato in sala da concerti e consacrato da band come i Black Flack e i Bags –  ai club veri e propri.  “Sembra tutto più autentico quando avviene da qualche parte in cui non dovrebbe accadere. Sei tolto dalla tua realtà quotidiana, ed è una cosa salutare.”
Swezey era in Messico e stava attraversando il deserto di Sonora, ascoltando il gruppo post-punk dei
Savage Republic, quando decise di organizzare degli spettacoli nel deserto.
Come le atmosfere di un certo tipo di punk, quel paesaggio era austero, spaziale ed extraterrestre e, cosa ancora più importante, la sua amenità fece venire a Swezey l’intuizione che organizzare concerti nel deserto avrebbe evitato che la polizia di Los Angeles arrivasse a rompergli le uova nel paniere, come avevano già fatto durante gli shows illegali che aveva allestito in precedenza.
Così, lui e il chitarrista dei
Savage Republic, Bruce Licher, rintracciarono il proprietario di una remota proprietà occupata da un lago asciutto e gli chiesero di affittargliela per pochi spiccioli, senza specificargli il motivo per cui ne avevano bisogno. “Ci siamo guardati l’un l’altro e abbiamo detto, non ci dirà mai di sì se gli diciamo quello che vogliamo fare”, ricorda Swezey.
Con i Minutemen – band di San Pedro – a bordo del suo furgone, Swezey si mise a pubblicizzare i biglietti, che vedeva a 12 dollari e 50 centesimi, e riuscì a venderne 115. Trovò un fonico che avesse un generatore, sistemò alla meglio gli autobus (che, sono parole sue, “aggiunsero un aspetto artistico della performance”) e il
Mojave Exodus partì.
Era il 24 aprile del 1983.
Temendo di poter ripetere se stesso dopo due uscite nel deserto – l’evento del 1984 comprendeva l’imponente band industrial tedesca
Einstürzende Neubauten e gli artisti della Bay Area Survival Research Labs – Swezey l’anno seguente si buttò su una location completamente agli antipodi, assoldando Meat Puppets e Minutemen e facendoli suonare a bordo di una vecchia baleniera.
Con il sistema audio collegato alle banchine del porto, la nave attraversò i bui moli di San Pedro e Long Beach dopo il tramonto. “La barriera tra partecipante e performers era praticamente offuscata”, ha detto Swezey. “Facevamo tutti quanti parte di questa grande cosa”.
Il Jamboree tornò nel deserto l’anno successivo e Thurston Moore, scrivendo per e-mail al NY Times, descrisse il concerto così: “Una completa gioia e meraviglia… eravamo tutti insieme in un posto che avrebbe potuto anche essere su di un altro pianeta. Il più radicale attributo del
Desolation Center era che non chiedeva il permesso a nessuno; per quanto mi riguarda è stato uno dei grandi momenti della storia dei Sonic Youth”.
Il film di Swezey descrive bene l’eclettismo della scena della California del sud dei primi anni ’80 – i Triller art punk
Suburban Lawns, gli Screamers, la selvaggia arte performativa di Johanna Went – e fa parlare i musicisti che hanno partecipato al Desolation Center tra cui Moore e il cantante degli Einstürzende Neubauten Blixa Bargeld, così come entusiasti spettatori.
Fondamentalmente, Swezey ci illumina sulla necessità che avevano di portare la controcultura ancora più undergruond, mentre a Los Angeles il punk continuava a scontrarsi con il dipartimento di polizia, allora sotto il comando del suo capo indiscusso, Daryl Gates.
“Il L.A.P.D. (Los Angeles Police Departement) era completamente impazzito per via del punk rock”, racconta il batterista dei
Germs Don Bolles in una scena, “e avrebbero voluto schiacciare tutta quanta quella roba.”
Il film mostra le autorità che si presentano ad uno spettacolo dei Ramones in tenuta antisommossa, incitandosi a picchiare i ragazzi.
In città i concerti punk erano praticamente fuori legge, così i punk si nascosero per andare avanti.
Questo impulso anti-autoritario entusiasmò anche John Law, co-fondatore del
Burning Man, l’evento underground più mainstream di questi anni, che aveva sentito parlare del mito del Desolation Center. “Mi è rimasto davvero impresso nella mente”, ha detto recentemente in un’intervista. “Ho pensato che sarebbe stato fantastico organizzare qualcosa di pazzo nel deserto e sono stato ispirato da Swezey anche per la scelta delle prime location del Burning Man, all’intersezione di tre diverse contee, così che i poliziotti malvagi non sono riusciti a prenderci “.
Come tutte le cose belle però, anche questa ebbe una durata breve; la fuga perpetua di Swezey delle forze dell’ordine non poteva durare a lungo, così alla fine fu fermato, condannato e costretto a pagare $ 400 in tasse di trasgressione al governo federale. Smise quindi di organizzare concerti, si impegnò a tempo pieno nella casa editrice AMOK e iniziò a collaborare con la televisione. “Desolation Center” è il suo primo film da regista.
“Probabilmente, al giorno d’oggi, è una buona cosa guardare un film su persone che fanno qualcosa dal nulla in un posto nel mezzo al nulla”, ha detto il bassista dei Minutemen Mike Watt in un’intervista.
“Il D.I.Y” conclude Swezey, parlando al NY Times “è un’affermazione fortissima del diritto alla vita”.

La fonte originale dell’articolo è un pezzo di Jenn Pelly apparso sul NY Times.