Quando si tratta di inserire un nome nell’ipotetico pantheon delle divinità ribelli, a pochi verrebbe in mente Adolph Bernard Spreckels III. Tutti quanti prenderebbero in considerazione Morrison, Cobain, la Joplin o il sempreverde Keith Richards, ma quasi nessuno penserebbe ad Adolph B. Spreckels III, nato nel 1949 e affettuosamente conosciuto come Bunker, anche se la sua è una storia di decadenza, ribellione e autodistruzione grande tanto quanto il suo conto in banca.
Pronipote del barone dello zucchero di origine tedesche, magnate della ferrovia ed editore, Adolph Claus Spreckels, Bunker visse un’infanzia costellata da faide familiari e dal glamour hollywoodiano, mentre la sua età adulta, per quanto fugace, si svolse in un palinsesto fatto di droga, sesso e surf di altissimo livello. La sua vita fu un unico, enorme tentativo di emancipazione dalla mondanità e di rifiuto della propria condizione sociale, ma andiamo con ordine.
La dinastia degli Spreckels prosperava felice nell’America del boom economico, accumulando fortune stratosferiche tra importazione di zucchero e speculazioni finanziarie e assumendo le caratteristiche tipiche dell’oligarchia finanziaria e sciorinatrice statunitense; il padre di Bunker, Adolph Bernard II, fu addirittura colui per il quale fu coniato il termine Sugar daddy, nomignolo affibbiatogli dalla moglie Alma de Bretteville, una donna di 24 anni più giovane [il significato attuale di sugar daddy è, infatti, quello di un uomo di una certa età che mantiene una donna (o talvolta un uomo) più giovane di lui in cambio di servizi a carattere sessuale n.d.r.].
I matrimoni lunghi e felici, si sa, sono prospettiva di pochi anche nella vita reale, figuriamoci in quella gabbia di matti che è l’alta borghesia, così ben presto finì anche la travagliata storia tra i genitori di Bunker. Quando il matrimonio tra Kathleen e Adolph II finì, la ragazza cadde tra le braccia di un certo Clark Gable [si, quel Clark Gable…], che divenne il patrigno di Bunker e cominciò a trattarlo come se fosse suo figlio (in una delle sue ultime interviste con lo scrittore CR Stecyk III [quello dei Dogtown articles degli Z-Boys n.d.r], Bunker disse di Gable: “Dirò una cosa: era allo stesso modo a casa che sullo schermo, non cambiava molto; era di quella scuola di recitazione che non si porta appresso tutta quella merda che c’è adesso, recitava come viveva. Non si dava mai delle arie… Mi ha insegnato molto: a fotografare, a usare usare diversi tipi di armi, coltelli e frusta, quel tipo di cose: era uno bravo con il lazo, bravo nelle arti del cowboy, buono con i cavalli e gli animali i generale”).
Gable fu, secondo molti che gli furono vicini, un meraviglioso patrigno per Bunker ma, quando nel 1960 morì improvvisamente, lasciò un ragazzo con una natura selvaggia, che non aveva mai vissuto secondo le regole della società e che era erede di un patrimonio sconfinato.
Il surf entrò nella sua vita poco dopo la morte del patrigno e fu un’entrata decisiva e dai risvolti spettacolari.
Quando era un adolescente, infatti, la sua famiglia si trasferì di fatto alle Hawaii, dove le onde parevano essere l’unico antidoto alla sua irrefrenabile irrequietezza. Visto che all’epoca non aveva ancora accesso al patrimonio di famiglia il ragazzo cominciò ad alternare lo spaccio d’erba alle uscite sulla Norh Shore dove, a discapito della giovane età, divenne presto un local rispettato e un esperto del tube riding. Il suo carattere schivo ed eccentrico non gli impedì però di legare con alcuni dei migliori shaper dell’epoca contribuendo a inventare i Down Rail, un’innovazione fondamentale per le short board, che ancora rimangono una caratteristica pressoché universale per le tavole corte. Fu in quel periodo che divenne uno dei primi a cavalcare le pericolose onde di Backdoor Pipeline alle Hawaii.
La sua personalità, di per sé fortemente eccentrica, fu enormemente influenzata dal fatto che, a causa del sostegno (anche economico) che la sua famiglia diede al re David Kalākaua, molti dei vecchi kahuna si misero in testa che Bunker fosse un principe hawaiano reincarnato insegnandogli, fin da piccolo, le vie della vita nell’isola del Pacifico: Caccia, arco, pesca e, naturalmente, il surf, la sua vera passione.
A quei tempi Bunker iniziò a frequentare la surf gang che stazionava intorno a Banzai Pipeline vivendo un’esistenza selvaggia, ma tutto sommato ancora nei binari del tollerabile. Si svegliava all’alba, faceva surf tutto il giorno e festeggiava tutta la notte, tirando su qualche soldo tra lo spaccio di droga e lo shaping per gli amici. Surfava sempre meglio però e le riviste di surf si accorsero presto di questo anticonformista biondo e statuario e iniziarono a seguire ogni sua mossa. Fin qui niente di nuovo sotto il sole delle Hawaii. Fu quando compì 21 anni e d’un tratto il suo conto in banca aumentò di 50 milioni di dollari che si scatenò l’inferno.
La vita da asceta del surf, dedito soltanto ai tubi, all’erba e alle feste sulle spiagge di North Shore fu rapidamente sostituita da un’esistenza da rock star, maniacale e peripatetica, con Spreckels che iniziò a spostarsi per il mondo facendo base in posti extra lusso come l’Hotel George V a Parigi, l’Hotel Edward in Sud Africa, lo Yacht Harbour Towers a Honolulu, le Kuilima Estates a Kahuku e la Sunset Tower a Hollywood, spingendo l’acceleratore della vita con tutta la foga che aveva in corpo.
Dopo essere stato duramente picchiato in una rissa di strada alle Hawaii, Bunker si avvicinò a un guru locale di arti marziali chiamato Professor Chow e studiò sotto di lui per due anni, diventando una sorta di maniaco del combattimento.
In breve divenne un edonista decadente strafatto di acidi, sempre in compagnia di donne bellissime e carico di whisky e metanfetamine ma, allo stesso tempo, il suo surf diventò sempre più potente, veloce e azzardato.
Fu durante questi anni che incontrò il giovane fotografo di surf Art Brewer, instaurando una relazione reciprocamente tanto vantaggiosa quanto irreale. Bunker aveva bisogno di un pubblico davanti cui esibirsi, mentre Brewer aveva trovato il mezzo migliore per portare la sua fotografia al livello successivo. E così iniziò la documentazione della straordinaria vita di Bunker; lui era il soggetto perfetto: alto, sorprendente, muscoloso, con una scarica di capelli biondi e completamente fuori controllo.
Pellicce colorate, macchine sportive, escort bellissime, fucili automatici e onde fuori misura divennero il pane quotidiano di una vita che cominciava ad avvicinarsi pericolosamente al punto di non ritorno.
A parte le incredibili fotografie di Brewer (che si possono trovare nel libro edito da Taschen “Bunker Spreckels: Surfing’s Divine Prince of Decadence”), è nell’ultima intervista che Bunker rilasciò a Craig Stecyk che vengono fuori gli aspetti più rappresentativi degli ultimi anni della sua vita.
“Sto spendendo tutti quanti i miei soldi in automobili, yacht, donne, mogli, viaggi, feste, case e giochi d’azzardo. Le solite cose materiali.” racconta allo scrittore “Poi sono solito scopare molto. Il mio record? Vediamo. Ho inchiodato 64 pulcini in una settimana. È stato piuttosto interessante.”
Ma è quando Spreckels comincia a raccontare il suo rapporto con le droghe che tutto quanto diventa alquanto toccante, visto che fu trovato morto a 27 anni per un’overdose di morfina:
“Droga e surf vanno di pari passo, nel senso che quello del surfista è il tipo di stile di vita in cui le droghe sono più o meno un rischio professionale, come nel mondo della musica rock … Credo che l’LSD sia stato fondamentale per la shortboard revolution. Le tavole sono diventate più piccole e il surf è diventato più radicale. Le persone avevano allucinazioni, visioni e rivelazioni spirituali. In quel periodo il surf sembrava essere l’unica cosa da fare quando prendevi una dose di acido. Voglio dire, era molto meglio che stare seduti nella stanza di qualcuno a fissarlo, pensando che stavi leggendo la sua mente o che avessi una qualche specie di rivelazione. Penso che le uniche droghe che hanno realmente portato il surf ad un altro livello siano state quelle psichedeliche: funghi, mescalina, psilocibina. Le altre droghe sono come l’anestesia, ti rendono così insensibile che chiudono i tuoi sensi per non sentire le correnti che ti circondano. Ti fanno intorpidire.”
Al suo apice, Bunker si faceva un acido al giorno: “Unisco psilocibina con mescalina e LSD riduco tutto quanto in polvere e lo metto in una bottiglia. Quando mi sveglio al mattino, prendo un piccolo sorso. Solo un sorso al mattino ed è tutto apposto per il resto della giornata.”
In definitiva, più passava il tempo e più Bunker sottovalutava le conseguenze di questo suo continuo bisogno di allontanamento dalla realtà. “Sono sempre stato in grado di controllarlo. Sono sempre stato in grado di alzarmi e andare via dalla droga ogni volta che volevo. Perché ho molta forza di volontà. Prendo droghe solo quando voglio o quando ne ho voglia.” era solito ripetere; il problema è che, se voglia ne hai sempre, basta uno schizzo di troppo per rimanerci, volontà di ferro o no. Ed è quello che gli è successo il 7 gennaio del 1977, mentre si trovava a casa di un amico, sulla North Shore delle Hawaii.
Alla fine della fiera c’è da dire che è fuori da ogni dubbio che Bunker fosse un figlio di papà fuori di testa, ma è altrettanto fuori da ogni dubbio il fatto che non ci è dato di scegliere la classe sociale in cui veniamo al mondo. Quello che conta è l’uso che si fa della propria esistenza e, se è vero che la vita di Bunker non è stata un esempio di rettitudine, è altrettanto vero che i suoi 27 anni di vita sono stati un continuo sputo sulla faccia di una classe che è abituata a tollerare la stravaganza soltanto quando resta confinata in un recinto predefinito; beh, Bunker quel recinto l’ha buttato giù a testate fin da quando sfondava i tubi a Backdoor Pipeline, e tanto basta per lasciare un segno.