Un pianeta lontano che si adombra di un lungo tramonto tendente al verde. Un monolito in cemento armato, ancora in costruzione, si staglia in mezzo a una piana desertica di ferrose pietre rosse e sconnesse, grondando un fluido denso e biancastro. Su di un lato riporta dipinta una demonetta, Lilith, angelo infernale della lussuria e dell’omicidio femminino rituale, con il volto di un vecchio e le corna ricurve di caprone satanico, più una serigrafia che un murales, un’opera tridimensionale che pare voglia uscire dal costrutto come un prigione di Michelangelo e allo stesso tempo ne affonda al suo interno. Nel cielo vagano spermi giallognoli, brulicanti e vischiosi, pronti a colonizzare una luna butterata da antiche collisioni siderali.
Sarà che è primavera ma tutto questo mi fa pensare a quei documentari sulla riproduzione dei pesci dove milioni di particelle mucillagginose vagano, fluttuano e si disperdono feconde nelle profondità marine in un’erotica esplosione di vita, oppure meglio ai pollini microbici e infettanti, profumate nuvole di colore che ti abbagliano per bellezza mentre ti riducono, se ne soffri, all’impotenza in un curioso e efficace contrappasso alla loro carica di fertilità.
La copertina di Everything Fades To White incornicia l’ultimo lavoro degli Stöner Kebab, il quinto in studio; la band pratese che gioca con il doom e la psichedelia, il sesso, il satanismo e i cambi di formazione spezza di nuovo lo spazio tempo creando una singolarità fagocitante nella piccola galassia della musica desertica italiana, par quasi voler dire che in ogni caso è possibile far sentire il vento della desolazione anche qui da noi, immaginare i tumbleweeds consegnare i loro messaggi di abbandono e continuare a suonare ottima musica restando se stessi, contaminati dai propri sviluppi e dalle proprie rivoluzioni, come è giusto che sia e come è perfettamente coincidente con le dinamiche dei gruppi che vivono la sala prove, compongono e si evolvono.
“Ogni cosa scritta e suonata in questo album si riferisce ad una cosa e una cosa soltanto…”, tuonano nel booklet accompagnando con una netta dichiarazione incisa a lettere di fuoco le otto tracce del disco. Non credo che ci sia troppo da pensarci nemmeno per chi non li conosce sufficientemente, anche perché i riferimenti espliciti sono un po’ ovunque, dal titolo dell’album ai nomi delle tracce (Cumspiracy), ai testi stessi delle canzoni (I don’t want you cold and dry, show me how you did tonight).
Lo stoner è un genere che affonda le sue radici in quel rock duro non ancora metal ma più avanti dell’hard che si è sviluppano dai primi anni settanta, avendo per capostipiti riconosciuti nientepopodimeno che i Black Sabbath; negli anni ha saputo creare intorno a sé una nicchia pasciuta di gruppi e appassionati, contaminandosi degnamente a volte con il doom, a volte con la psichedelia, a volte con entrambi, saltando tra le rive dei generi come se quanto stesse nel mezzo fosse un fiume di magma, che era meglio non navigare o non starci vicino troppo a lungo, pena lo scottarsi. Se qualcuno desidera approfondire potrei consigliare un’ottima – a mio avviso, visto che non le amo nemmeno troppo – compilation, “Stoner Revolution The Ultimate Trip”, che rende bene l’idea all’ascolto di quanto ho provato a descrivere. Altrimenti ci sono sempre i cinque dischi degli SK, dalle profondità della suite Inner Volgi (il secondo in studio) fino alla vene più squisitamente surreale e goliardica dell’ultimo. Ma non vi approcciate con idee sminuenti, che la roba qui è tremendamente seria e lo dimostra il fatto che, come ogni band che si rispetti, all’uscita di un disco segue la presentazione, il concertone celebrativo, che sarà anche una faccenda pubblicitaria ma dona l’occasione di poter finalmente accedere, una volta tanto, a una serata con una proposta che non si riduca semplicemente alla sbronza rituale del sabato sera.
“Ci sarà tutto il gotha dell’alternatività pratese”, sottolinea con sottile ironia il mio amico professore. E ha ragione. Però ho riflettuto anche sul fatto che non so in quanti tra quelli che abitano in una città buco di culo del mondo tipo Prato possono vantare di annoverare un gruppo che suona da vent’anni e che ha sfornato cinque album, peraltro ottimi; sicché spinto anche da questi pensieri ho deciso di trascinare con me a vederli pure un’amica di Pisa – “oh questi son forti!” – non sia mai che non si riesca, tra l’altro, anche a insegnare qualcosa oltreconfine.
Lo stanzone riadattato a locale era in effetti pieno e ci si conosceva quasi tutti, prova del fatto che non si diventa professori a caso; ma in ogni caso, se si esclude l’assurdo prezzo con cui venivano vendute le birre del discount (roba che ti fa tornare teenager per il retropensiero condiviso un po’ da tutti di portarsi lo zaino pieno di bottiglie da 66, la prossima volta), ci siamo goduti più di un’ora di ottima musica, suonata bene in un ambiente che oltre ogni aspettativa rendeva pure una buona acustica. E per non farsi mancare niente sul palco a comparsata si sono avvicendati pure gli ospiti di eccezione, Robert (Quiet Pig, Ermes) e l’immancabile Muccio (Calvana). E il fatto che quando suoni chiami gli amici sul palco che anche loro suonano e sono conosciuti dal già citato gotha mi stimola sempre a pensare che se non si era in Italia magari una scena poteva nascere davvero, quell’idea mai concretizzatasi ma di cui tanti buchi del culo del mondo ne posseggono i prodromi, finanche i germogli che troppo spesso spuntano solo per avvizzire immediatamente, non come con la furia rapida e iconoclasta del punk, crepano semplicemente per indifferenza.
Sembra che gli Stöner Kebab per fortuna di tutto questo se ne sbattano allegramente, e c’è anche il tempo per la richiesta del bis che viene concesso con la loro versione oltremodo coinvolgente di Astronomy Domine (cioè, Astronavi Domani incisa in Superdoom).
Alla fine la sorpresa ce la regala la continuazione della serata, e la mia amica pisana strabuzza gli occhi a vedere energumeni che pongono alte transenne tra noi, sudati e soddisfatti fuori dal locale (“ci rinchiudono come gli animali!”), e altri che si approcciano a passare la loro serata in quello di fronte, reduci di una fila chilometrica per la biglietteria che non accenna a finire, pronti al sabato sera di sbronza rituale, musica di merda e zero proposte, se non quelle che faranno ubriachi all’altro sesso e che resteranno con ogni probabilità inascoltate.
E vedere una reazione simile in una persona che è perlopiù avulsa da tutto questo rende quasi un moto di orgoglio perché comunque, buco di culo o no, a volte qualcuno riesce a renderti parte di qualcosa.