Testo di : Francesco Azzirri hosted by HoboTheMag

“Have you got it, yet?”
È una mente febbrile quella che, nello studio di registrazione con i Floyd, continua a cambiare le sfumature di un abbozzo melodico, facendo crollare ogni volontà di percezione.
“Have you got it, yet?”
Non ha tempo per stare a spiegare al suo gruppo l’affollamento che ha in testa, che tutto è instabile e che forse non è il caso di voler cementificare l’arte. Come non aveva avuto voglia di partecipare a Top of the Pops perché, in fondo, “Se non deve farlo Lennon, perché dovrei farlo io?”. Forse vorrebbe ancora sfornare successi pop, ma ormai gli è impossibile uscire dal gioc(g)o mentale in cui è sprofondato, coadiuvato da un mix di LSD, sensibilità estrema e sindrome di Asperger (della quale molti sono sicuri fosse affetto). Ormai è il saltimbanco della sua volontà, incapace della concretezza spicciola alla base del Music Business. Non è la rockstar che suo malgrado aveva incarnato e, forse, non lo era mai stata: “Ho una testa piuttosto balzana e comunque non sono quello che credete”. Barrett è un pifferaio di Hamelin atipico che, al posto di topi e bambini, rinchiude se stesso in una grotta nascosta del suo cervello.
È il periodo della psichedelia al suo apice, dove gli stralci di pellicole bruciate proiettate nel Light Show dei Pink Floyd all’UFO Club, sono il caleidoscopio di altrettanti fermenti che il pifferaio ha contribuito a fomentare assieme a Beatles, Jefferson Airplaine, The 13th Floor Elevators, Kaleidoscope, Traffic, The Byrds, Hendrix, Soft Machine e tanti altri semidimenticati e semidei.
“Vi sono molto grato per aver messo in chiaro che non sono qui”.
Barrett è ormai cittadino onorario di un’alba che non è destinata al completo risveglio, dove il giorno non ha più vie da percorrere: gli uccelli continueranno a cinguettare, il calore non arriverà mai all’apice, i brusii di echi sparuti non arriveranno a svelare il carattere della città che abitano. Non esiste solidità di visione, volontà di approdo; il riff bellissimo e orecchiabile cade nell’indistinto vagito di un brillio incostante.
“L’avete capita, adesso?”.
C’è ancora tempo per firmare un pezzo in A Saucerful of Secrets e, l’avventura di Syd nel gruppo che aveva trainato al successo con intuizioni di astronomie glaciali e no sense bucolici abitati da gnomi e spaventapasseri, giunge al termine con lo scampanellio di una bicicletta.
“Andiamo a prendere Syd?”. Qualcuno nella vettura che li sta portando a suonare risponde di lasciar perdere.
Per i giovani Floyd quel diamante pazzo è ormai una palla al piede. Non suona. Non canta.
I comportamenti singolari non fanno che acuirsi: si presenta ai concerti dei Floyd fissandoli in modo inquietante, durante un pranzo con i suoi genitori e quelli della sua ragazza, dopo un mutismo reiterato si alza, si taglia i capelli e si ripresenta con la testa rasata senza fare una piega. Alcuni sostengono che il tracollo sia avvenuto tra l’uscita del primo singolo Arnold Layne e quella del secondo See Emily Play. Insomma, già prima delle registrazioni di The Piper At The Gates Of Down molti sostengono che Syd, da dietro quello sguardo opaco e assente, non rispondesse più.
“Guardati”, dice al collega pittore Duggie Fields che condivide con lui l’appartamento che finirà sulla copertina di The Madcap Laughs, “hai ventitré anni e non sei ancora famoso, e io lo sono già stato”. La casa discografica lo riporta in studio e, con l’aiuto dei Pink Floyd, nel ’70, escono The Madcap Laughs e Barrett, piccoli gioielli di trasognata psichedelia perlopiù acustica. Rimette su una band con il bassista Monck e il batterista Twink, denominata Stars, che finisce nell’oblio dopo una manciata di concerti.
Da lì in poi i suoi avvistamenti sono sempre più radi. Waters lo trova al supermercato, ingrassato e coi capelli cortissimi, mentre molla in terra un sacchetto di caramelle scappando, dopo essersi accorto della presenza del bassista. Si presenta alle registrazioni di Wish You Were Here, dove c’è chi sostiene avesse ascoltato il disco per poi dire: “Suona un po’ datato, non vi sembra?”. C’è invece chi sostiene avesse semplicemente fatto il matto saltellando tutto il tempo e lavandosi i denti, aspettando di poter dare il suo contributo: “Non c’è qui il tuo pezzo, Syd”.
La sua popolarità non fa che aumentare mentre lui, divenuto il signor Roger Keith Barrett, nato il 6 gennaio 1946, è tornato in pianta stabile nella villetta a schiera dei genitori a Cambridge, dove dipinge, fa bricolage e cura il giardino. Le case discografiche tentano di abbordarlo tramite i familiari per fargli registrare qualcosa, anche solo una chiacchierata, mettendo nel piatto cifre spropositate, ma loro rispondono prontamente che Roger non vuole aver più niente a che fare con il mondo della musica, che un’operazione simile infrangerebbe il suo delicato equilibrio. Nel 1988 esce Opel un’antologia che, assieme ad alcuni pezzi dei due album solisti, contiene vere e proprie gemme lasciate fuori dalle registrazioni del ’70, quali Dolly Rocker e Opel. Postumo e a tiratura limitata esce in vinile Syd Barrett & The Pink Floyd – Malcom Jones e Peter Janner Tapes, una raccolta di abbozzi, piccoli inediti e versioni alternative, imperdibile per ogni estimatore di Testamatta.
Le prime volte che sentii parlare di Syd andavo alle medie e la leggenda più quotata era quella che lo voleva attaccato a un respiratore come un vero e proprio Vegetable Man. A quei tempi non c’era Internet e di comprare biografie non se ne parlava perché le paghette bastavano a malapena per qualche disco ogni tanto. Ma era inconcepibile per dei quattordicenni pensare che quel personaggio straordinario potesse semplicemente aver voluto chiudere con quel mondo di Dei del Rock per far quello che, più o meno, facevano i loro genitori. Non potevamo capire che fragilità, sensibilità ed eccesso potessero terrorizzare e far rivalutare una vita ordinaria e protetta, lontana dai riflettori.
La parabola di Syd Barrett, il pifferaio di Cambridge, è ancora lì. Suona forte e seminale più che mai; echeggia dai cancelli di un’alba mai venuta meno.
E, adesso, l’abbiamo capita.