[n.d.r.] Il giorno prima della chiusura di questo articolo
l’unità paramilitare di supporto rapido sudanese
ha sparato sulla folla,
mentre dimostrava in un pacifico sit in,
causando almeno 60 morti.
Per il rispetto dell’incolumità dei ragazzi
che hanno contribuito a questo lavoro,
il reportage esce in forma anonima,
omettendo i nomi degli intervistati. 

Non so che volto abbiano i miei interlocutori all’altro capo di questo ideale filo telefonico globale, al quale diamo il nome poco elegante (ma, a dire il vero, piuttosto esemplificativo) di rete. Cerco di immaginare il loro aspetto pescando da un bagaglio esperienziale probabilmente insufficiente, un bagaglio fatto di archetipi che si perdono nel mito.
Il Mar Rosso, una storia che si intreccia con quella dell’Egitto e l’eco di miti biblici che investono un paese che rappresenta la prima frontiera dell’Africa Nera.
Allora li immagino giovani  i miei interlocutori, più giovani di me e con il sorriso caldo dell’Africa a illuminare il loro volto, immagine anche questa frutto di sovrastrutture che non riesco a controllare.
La distanza che ci divide è enorme, non soltanto per i chilometri che separano Khartoum, la capitale del Sudan, dalla stanza calda e occidentalmente protetta dello scrivente, quanto per un certo tipo di fossato culturale scavato da anni oscuri di esperienza vissuta. Un’esperienza ricolma di anime perse in un continente complesso, straziato da conflitti che si perdono nella notte dei tempi. Un paese Rosso come la sabbia riarsa del deserto e Arancione come il sole infuocato che si specchia nel Nilo.

Non sono mai stato a sud del 15° Parallelo Nord, certo non sono stato in Sudan, non c’è turismo laggiù, bensì un passato di guerra civile, seguita da trent’anni di dittatura.
Un mese fa però qualcosa si è mosso, una moltitudine di persone – giovani, ragazzi, uomini e donne – si è riversata pacificamente in strada, avventurandosi in un Sit in permanente che ha costretto l’ex presidente Omar al-Bashir ad abbandonare tre decadi di dittatura. Da allora l’esercito ha preso il potere, millantando di guidare il paese in una difficile transizione verso la democrazia. Quei giovani però non hanno abbandonato la lotta, convinti che la strada  della transizione debba essere intrapresa dai membri della società civile, più che da un manipolo di militari. La situazione è in stallo, tesa come solo le rivoluzioni sanno essere, sospesa tra una tranquillità carica di speranze e la reale possibilità di un rovesciamento rapido verso la violenza [n.d.r rovesciamento che c’è stato il 3 di giugno 2019].
E questo mi fa paura, perché parlare con questi ragazzi ci espone a una realtà viva quanto potenzialmente cruda. Quando ci si approccia con l’entusiasmo di chi si sta mettendo in gioco perché qualcosa di importante cambi, si viene inevitabilmente contagiati dalla bellezza della vita al suo apice. Il mondo però è meschino e, spesso, i rigurgiti della reazione sono repentini e violenti; così capita che poi, alcuni di quei ragazzi dall’entusiasmo contagioso, in quelle piazze magari ci muoiono, senza che nessuno – neppure quelli che, sui media occidentali, avevano tessuto le lodi del loro coraggio – si indigni più di tanto; quindi parlo con loro e continuo a sperare che le loro parole, cariche di ardore e passione, non vengano soffocate dalle solite raffiche di mitra [n.d.r cosa che, il tre di giugno 2019, purtroppo, è successa].
D’altra parte il paese non ha una storia facile: un passato ancestrale che si intreccia con quello dell’Egitto, l’arrivo dell’Islam e dell’influenza araba, il periodo del sultanato e il successivo “condominio” anglo-egiziano, fino all’agognata dichiarazione d’indipendenza. Indipendenza presto degenerata in guerra civile, diciassette anni di dura lotta fratricida (1955-1972 / 1983-1998) seguiti dalla dittatura di Omar al Bashir, costretto – a furor di popolo – a lasciare il potere soltanto qualche mese fa.
Khartoum è una metropoli sospesa tra passato e presente, con una periferia immensa popolata da fantasmi e da strade senza sfondo, nelle quali trovare il proprio posto è difficile più che nei sobborghi asettici dell’Europa post-industriale.
Dovunque ci sia privazione e asfissia i ragazzi cercano uno sbocco, uno spiraglio espressivo che possa dare un senso di personalità identitaria all’esistenza, uno spiraglio che li aiuti a ridefinire se stessi a prescindere dalla realtà circostante, per quanto brutta o complessa essa sia.
Questo spiraglio, spesso, è costituito dalla musica, dall’arte e – perché no – da una tavola di legno con quattro rotelle sotto. Anche in Sudan.
*************** è un’associazione di spiriti, di idee e di passioni che racchiude dentro di sè i sogni di una generazione che ha scelto di farsi spazio all’interno del proprio mondo attraverso la musica, la street art e lo skateboard.
E’ con loro che abbiamo deciso di parlare, per farci raccontare cosa vuol dire essere giovani in Sudan e dove si trovano il coraggio, la forza e la determinazione per far cadere una delle più longeve dittature del continente africano e ritagliarsi anche il tempo per skateare, dipingere e suonare.

  • Prima di tutto parlateci di voi, chi siete e cosa è il vostro collettivo?

L: Sono una skater per passione e una curatrice di professione. Sono uno dei fondatori del nostro gruppo. Siamo un collettivo di artisti e creativi di diversi background e discipline. Abbiamo un obiettivo comune che è quello di costruire piattaforme per giovani artisti e creativi in modo che possano riunirsi, discutere idee, parlare e partecipare alla crescita della società, non soltanto in Sudan.
Dato che molti di noi studiano o lavorano a tempo pieno mentre sono coinvolti nelle attività del gruppo, ci sono momenti in cui siamo più o meno attivi. Non abbiamo ancora una sede fissa e collaboriamo spesso con associazioni e istituzioni diverse per per poter svolgere i nostri workshop e per gli eventi. Il nostro sogno è quello di avere un nostro centro culturale e poter portare avanti la nostra passione a tempo pieno e in modo indipendente.

  • Quando è perché avete deciso di formare un collettivo?

L: Abbiamo iniziato nel 2013, io ero solita skateare a Nairobi quando vivevo lì e stavo cercando una comunità di skater qui a Khartoum per unirmi a loro.
Così, assieme a un amico, abbiamo organizzato un primo workshop e diverse persone interessate si sono ritrovate insieme; per la prima volta, molti skater hanno realizzato di non essere soli. Volevamo riunire insieme per quella notte persone che facessero poesia, rap e skate, e mostrare al quartiere quanto tutto questo potesse essere potente e positivo. Da lì la nostra comunità è cresciuta, si sono uniti altri artisti, abbiamo avuto ospiti dalla Germania, dagli Stati Uniti, dal Kenya e altro ancora.

  • Nel vostro sito possiamo leggere che siete un collettivo interculturale che si occupa di supportare le culture giovanile e le Urban arts. A cosa vi riferite quando parlate di Urban arts? Quanto è importante il fattore interculturale e perché?

L: Il Sudan è un paese dalle molte sfaccettature in cui si parlano circa 114 lingue. Quindi puoi immaginare la diversità culturale che abbiamo. È molto importante per noi mostrare questa gamma di identità e di realtà sudanesi.
Ci piace anche avere ospiti dall’estero per scambiare idee e confrontare scene, generi e stili diversi, insomma ispirarci a vicenda. Il Sudan è rimasto isolato per quasi 30 anni per motivi politici e con un passaporto sudanese è molto difficile ottenere visti, soprattutto per l’Europa e per gli Stati Uniti. Molte persone al di fuori del Sudan sanno poco del nostro paese e ci piacerebbe migliorare l’immagine mentale che le persone hanno di questa nazione attraverso il nostro lavoro artistico.
Gli artisti che ci visitano spesso condividono le loro esperienze con altri e aumentano la consapevolezza della nostra comunità nei loro paesi. Questo significa molto per noi. La street artist Julia Benz ha realizzato un enorme murale a Düsseldorf, in Germania, in cui rappresenta donne sudanesi in abiti tradizionali chiamati toub.
Speriamo che l’attenzione del mondo per il Sudan e per i sudanesi diventerà maggiore in futuro.
Abbiamo svolto workshop e attività anche fuori dalla capitale Khartoum, a Port Sudan, Elobeid e alle piramidi di Meroë, ma lavoriamo principalmente nel centro urbano della nostra città. Combiniamo generi e stili tradizionali con quelli contemporanei.

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  • Quanto è importante la musica nel vostro mondo personale e quanto lo è nella realtà del vostro Paese?

A. (chitarrista)(: In Sudan il ruolo di certi stili musicali, soprattutto quelli urbani moderni, è sottovalutato e poco curato. Più che altro quelli che scelgono questo tipo di musica e vorrebbero portarla avanti come una sorta di carriera non sono in grado di esprimere e di sviluppare se stessi e le loro abilità nella forma d’arte che hanno scelto. Inoltre, il loro contributo è raramente apprezzato.
La musica gioca un ruolo importante nelle nostre vite in quanto è un mezzo per scaricare l’energia negativa e lo stress che abbiamo attraverso la nostra lotta quotidiana, specialmente ora. È un metodo che abbiamo scelto per esprimere noi stessi. Attraverso la musica esprimiamo le preoccupazioni e i sogni della nostra gente.

  • Ho visto che c’è una sezione della vostra associazione che si occupa di skateboard, ci sono crew di skaters in Sudan? Se si, com’è la vita di strada degli skater del paese?

T. (skater): Sì, ci sono skate crew anche se non molte. Penso che la cultura dello skateboard sia ancora giovane e non ancora così popolare. Ma sta crescendo. Il pattinaggio a rotelle è più popolare perché i rollerblade sono più facili da acquistare e in città i parchi per i rollerblader ci sono da un po’ di tempo.
In realtà la nostra vita di strada e la nostra vita da skater non sono ancora così vitali e dinamiche come vorremmo. Lo skateboard è ancora visto come uno strano fenomeno e alcune persone, quando ci guardano, pensano che siamo esibizionisti o che vogliamo scimmiottare gli americani.
A volte è difficile spiegare come stanno veramente le cose alle persone e spero che tutto questo cambi in un futuro prossimo, anche attraverso i nostri sforzi. Andiamo avanti e cerchiamo di affrontare le critiche e di informare le persone su ciò che facciamo. Abbiamo 2 skatepark qui dove skateamo qualche volta, ma andiamo anche in centro e skateamo pure lì, nonostante le persone che ci fissano.
Quello che mi piace delle persone con cui skateo è che tutti portano avanti anche un proprio, peculiare, percorso professionale, così abbiamo ingegneri, informatici, medici e insegnanti nel gruppo, anche se la maggior parte di noi sono ancora studenti universitari e studenti delle scuole superiori. Siamo tutti competitivi e amiamo lavorare sodo per migliorare le nostre capacità.

  • Gli skaters, nel mondo, sono soliti essere portatori di una propria cultura, un mondo vero e proprio fatto di regole non scritte, tradizione e stili di vita. È così anche in Sudan?

A. (skater): Certo, è lo stesso anche qui. Gli skater qui hanno un loro particolare stile di vita e puoi vederlo sia nel nostro modo di fare sia per come ci vestiamo. Lo skateboard è noto per essere portatore di un mondo che ha le sue regole e uno stile di vita non proprio ortodosso, quindi gli skater, qui in Sudan, sono facili da distinguere, sono diversi dalle altre persone che incontri per strada… proprio come in qualsiasi altro posto del mondo credo.

  • In Italia, quando quasi trenta anni fa, la scena skate esplose, i primi skaters erano visti come qualcosa di strano, così come chi faceva graffiti, è stato così anche in Sudan? come erano visti i primi skaters e i primi graffitari per le strade della tua città? La percezione che le persone hanno di loro è cambiata nel corso degli anni? E come è cambiato il Paese in tutti questi anni, dal punto di vista privilegiato di chi, come chi si occupa di skate o di urban arts in generale, può vedere i cambiamenti direttamente dalle strade?

A. (skater): Skater e Graffittari sono sempre connessi, insieme rappresentano la vita di strada. Per molte persone, nelle nostre comunità piuttosto conservatrici, è difficile capire qualcosa di così diverso dalla loro realtà quotidiana e molti tendono a pensare che lo skateboard sia in qualche modo una brutta cosa e che i graffiti siano poco più che atti di vandalismo.
Nel corso degli anni però le cose stanno cambiando in meglio e mi sto accorgendo che le persone adesso hanno reazioni più positive verso quello che facciamo.

  • Rimanendo focalizzati sullo skateboard, ci sono skateparks nel paese o è lo street skate che va per la maggiore?

Ay. (skater e istruttore di skate): Sì ci sono skatepark, ma non molti. A Khartoum ci sono due skatepark e sono gli unici nel paese. Facciamo molto street skate e, per me, è pure più divertente, quando inizia la stagione delle piogge però dobbiamo per forza di cose rifugiarci negli skatepark.

  • Musica e skate vanno spesso mano nella mano, c’è una scena musicale in Sudan a cui a cui gli skaters fanno riferimento?

Ay. (skater e istrutore di skate): Sì, la musica è la compagna perfetta dello skateboard. Non c’è sessione di skate in cui non ascoltiamo un bel po’ di musica, in cuffia se siamo da soli o sparata dalle casse quando siamo in gruppo. Produciamo anche video di skate ogni tanto e scegliamo attentamente la musica che rappresenta meglio il nostro umore e la nostra identità. Ascoltiamo principalmente musica hip hop e trap, sia Sudanese che di artisti internazionali. Poi ci sono le contaminazioni, per esempio una fusione molto bella di musica contemporanea e musica tradizionale sudanese può essere trovata nella musica di Sammany Hajo e Sufyvn, secondo me. Ah, mi piacciono molto anche J Cole, Travis Scott e Logic.

  • Questo periodo in Sudan è molto importante, un grande cambiamento sta investendo il paese e una brezza carica di speranze aleggia nell’aria, potete dirci qualcosa di più sulla vostra rivoluzione?

M. (fotografo e cultural manager): L’ultimo grande tentativo di rivolta popolare è stato nel 2013 e ci sono state molte dimostrazioni da allora. Ma nel dicembre 2018 un’ondata di proteste senza precedenti ha investito il paese.
Questa volta la volontà di rimozione del presidente Omar al-Bashir è stata molto forte, le persone gli imputavano la responsabilità, tra le altre cose, del deterioramento dell’economia del Sudan, del tracollo del sistema educativo e tanto altro ancora. Poi, l’11.04.2019, è arrivato il momento cruciale; 2 milioni di persone sono scese in piazza sbattendo – metaforicamente – i pugni contro le porte del quartier generale militare e fermandosi, successivamente, in un sit-in permanente che richiedeva la caduta dell’élite al potere [n.d.r e che ha portato alla destituzione di Bashir e alla temporanea presa del potere da parte del Consiglio militare transitorio] .
Il popolo sudanese rappresentato dalla Coalizione del Sudan per la libertà e il cambiamento richiede un governo civile transitorio ma, finora, il Consiglio militare transitorio non sembra voler rinunciare al suo potere [n.d.r il 3 giugno 2019, mentre questo articolo veniva scritto, l’unità paramilitare di supporto rapido Sudanese (la stessa delle violenze in Darfur) ha aperto il fuoco sulla folla lasciando sul terreno almeno 60 morti tra i civili. Sabato 8 giugno, secondo fonti di Aljazeerea altri due leader dell’opposizione sono stati arrestati senza accuse formali. Allo stato attuale la situazione continua ad essere critica, con le bande paramilitari che hanno in mano strade e piazze e l’opposizione che ha chiamato la popolazione alla disobbedienza civile. Domenica 9 giugno 2019, in risposta all’appello delle opposizioni, quasi tutti gli esercizi commerciali di Khartoum appaiono chiusi e le strade sono spesso interrotte da barricate e blocchi stradali tirati su dai dimostranti].
I cittadini sudanesi sono diventati sempre più politicizzati negli ultimi 6 mesi e sono molto consapevoli della situazione attuale e delle loro opportunità per il futuro, una volta soddisfatte le loro richieste.
Il sit-in è diventato lo specchio della visione di un nuovo Sudan, pieno di speranza e volontà di cambiare e di riprendersi il paese tutti quanti insieme. I giovani hanno avuto un ruolo importante nella rivoluzione e anche durante il sit-in, dove l’arte è stata utilizzata come strumento per combattere il potere e, soprattutto, per aiutare a superare alcuni traumi che la lotta comportava.

  • Quanto pensate che il contributo delle nuove generazioni sia stato importante in questa rivoluzione? E quanto può essere importante il loro contributo nella formazione del nuovo corso del paese?

A. (chitarrista): La nuova generazione è la forza trainante di questa rivoluzione. I giovani sono quelli che non hanno risparmiato sforzi per raggiungere il punto in cui siamo ora. Sono quelli che hanno sacrificato le loro anime e i loro corpi, con molte vite perse.

Militari durante lo sgombero del sit in. Foto dal sito di Amnesty International

La nuova generazione ha avuto la consapevolezza dell’importanza di portare avanti la rivoluzione in maniera pacifica, usando il pacifismo come uno scudo per proteggere dei risultati in cui si è investito moltissimo ed ha avuto anche l’idea di portare “sul campo di battaglia” diverse forme di espressione artistica, facendo diventare l’arte un nuovo mezzo di resistenza.

L’ultima domanda che avevamo pensato di fare era questa: Quando sento parlare di giunte militari di transizione, però, penso spesso alla morte dei sogni delle persone; mi rendo conto tuttavia che a volte può non essere necessariamente così. Come vi ponete in relazione alla giunta militare di transizione, pensate che sia un passaggio necessario?
Avevamo sentito L. due giorni fa e ci aveva detto che a quest’ultima domanda avrebbe risposto nei prossimi giorni, perché era una domanda importante ed aveva bisogno di tempo per pensarci; tempo che – purtroppo – non abbiamo avuto.
Ci è arrivata invece questa mail che pensiamo sia importante condividere:

Scusa per non aver risposto prima alla tua ultima email Dario. M. e io stiamo bene, non riusciamo però a raggiungere molte persone. Le ragazze della band stanno bene anche se hanno dovuto fare i conti con la violenza il giorno del massacro. Come tanti altri del resto, ma almeno loro sono riuscite a tornare a casa. Non riesco a contattare gli skaters e molti altri. Internet è spento al 95%. Non è possibile acquistare credito per i telefoni.
Siamo devastati e addolorati per le perdite. Siamo grati per ogni cosa che possa sollevare consapevolezza su quello che sta accadendo in questo momento a una rivoluzione non violenta attaccata da uomini armati che rappresentano il governo.
Siamo tutti spaventati, ma la rivoluzione è ancora in corso e le persone stanno facendo quello che possono per mantenere la linea di una protesta pacifica ma al tempo stesso proteggersi dalle violenze. Prega per il Sudan e condividi ciò che sta accadendo in modo che il mondo possa provare che gli importa qualcosa di noi.
Grazie per il vostro sostegno e per l’attenzione dimostrata verso il nostro popolo, senza che siate mai stati in Sudan. Grazie per l’articolo che aiuterà le persone a conoscere il Sudan. Una volta finito tutto questo, ci piacerebbe accogliervi a braccia aperte qua da noi e mostrarvi dal vivo la nostra musica e la nostra arte.