Come la maggior parte degli esseri umani che ambiscono – più o meno loro malgrado – ad assurgere al rango di Dio, anche Kelly Slater esiste su questa terra nella duplice veste di uomo e di ideale. E, come ogni ideale che si rispetti, ha una nutrita folla di fedeli; accoliti devoti che ne osannano le lodi cercando di catechizzare i non credenti che, in questo caso, è opportuno dire sono veramente pochi.
A prima vista, le gesta di questo ragazzo scolpito nel marmo paiono davvero meritevoli dell’incondizionata canonizzazione, voglio dire surfa davvero come un dio, è elegante, gentile, mai una parola fuori posto. Ma, davanti alla trasformazione dell’uomo in ideale siamo sempre stati prudenti, le masse adoranti ci mettono paura per tutta una serie di motivi che non stiamo qui a elencare, ma tra i quali c’è il fatto – insopportabile – che sviano l’attenzione dal reale, proiettano sull’idolo tutta una serie di pulsioni ed emozioni che nulla hanno a che vedere con il concetto di umanità.
Come si fa, allora, a parlare di un semidio slegandolo dalla rappresentazione iconica fattane dalla massa?
Anzitutto è necessario una sorta di esorcismo, un rituale secolare che punti a scacciare via i demoni dell’idolatria e che prenda le energie psichedeliche negative e le butti fuori dalla testa delle persone, che so dagli orecchi, dai buchi del naso o da quei tubicini da dove passano le lacrime.
Per farlo è necessario dipanare la nebbia sgargiante dell’ideale e ripartire dall’uomo. Proviamoci.
Slater è nato nel 1972 a Cocoa Beach in Florida, figlio di un padre proprietario di un negozio di esche ha iniziato a surfare all’età di cinque anni. A 11 anni era già un concorrente amatoriale inarrestabile e, nel 1984, vinse il primo di quattro titoli consecutivi ai campionati nazionali per non professionisti. A 14 anni, guidato dal pioniere delle tavole da surf Matt Kechele, Slater vinse non solo la divisione maschile dell’East Eastern Surfing Festival al Canaveral Pier in Florida, ma anche la divisione pro, rifiutando i soldi del premio per mantenere il suo status di dilettante [così si narra in Encyclopedia of surfing, libro primo degli apostoli del surf, paragrafo 2].
Le cose cominciarono ad accelerare presto, diventato Pro a soli 18 anni, Slater vinse il Body Glove Surf Bout a Trestles nel 1990 incassando un premio da $ 100.000 e firmò un contratto a sei cifre con il gigante del beachwear Quiksilver.
Fu subito Slatermania, il livello di surf che il ragazzo riusciva a tirare fuori era incredibile vista anche la sua giovane età e, in più, l’hype intorno al fenomeno di Cocoa Beach fu aiutato dal suo aspetto decisamente avvenente, cosa che le campagne pubblicitarie non mancavano di sottolineare.
I media si buttarono a capofitto su quello che sembrava un alieno sceso sulla terra per fare vedere al mondo come si surfano le onde dell’oceano, la rivista Surfer arrivò addirittura a paragonarlo a un giovane Elvis Presley, un altro essere umano in odor di divinità.
Il giornalista di surf Derek Rielly – uno dei primi apologeti del culto del nuovo arrivato – stupito dal suo talento, come chiunque avesse degli occhi a rigor del vero, scrisse che vedere Slater surfare per la prima volta era “come essere guidato dal Bambin Gesù nella terra promessa”.
A coronare la sua tardo adolescenza fuori dal comune, nel 1991, arrivò People che lo incluse nel numero della rivista dedicato ai “50 Most Beautiful People”.
Non c’era soltanto la mondanità nella vita del giovane Slater, c’era il surf sopratutto, ed era già una cosa enorme. La gamma e il repertorio di Kelly si sono espansi a dismisura nel corso degli anni ma, già all’età di 18 anni, le basi della sua tecnica fuori dal comune erano già tutte lì.
La sua posizione sulla tavola e il suo equilibrio erano simili a quelli del tre volte campione del mondo Tom Curren, certo non riusciva ancora ad eguagliare la sua fluidità, ma le gambe di Slater avevano un’elasticità fuori dal normale e il suo corpo era più agile, il suo approccio più innovativo e aveva coordinazione e riflessi ineguagliabili.
Col fisico atletico e al contempo molto forte che si ritrovava, Kelly riusciva ad aggiustare le sue linee praticamente da qualsiasi punto dell’onda, era più veloce più di qualunque altro suo coetaneo, aveva un angolo di curvatura al limite del reale e un approccio più che radicale alle manovre. Spingeva continuamente i suoi trick oltre il limite del controllo, finendo spesso in delle incredibili driftate in tailslide, riuscendo sempre a tornare in parete prima di cadere.
Poi si mise a fare gli aerial e li portò a un livello superiore, facendogli entrare a pieno diritto nel repertorio delle competizioni.
Narrano le cronache dell’epoca che il suo primo anno di tour mondiale fu segnato da alti e bassi, tanto che furono molti a pensare all’effimerità del fenomeno che, per inciso, si piazzò soltanto al 43° posto in classifica. Gli bastò un anno, però, per smentire tutti quanti. Nel 1992, il suo secondo anno di tour, passò a guidare la classifica a metà della stagione, staccando poi tutti i rivali e vincendo il titolo con ampio margine di vantaggio già nel penultimo evento, suggellando poi la vittoria vincendo anche il Pipeline Masters.
Così, a 20 anni, divenne il più giovane campione del mondo di surf.
Nel frattempo, le sue mosse venivano studiate e sezionate da decine di migliaia di giovani surfisti in tutto il mondo, che lo vedevano ripreso in Momentum (1992) – il surf video di debutto di Taylor Steele che divenne immediatamente culto – e in Kelly Slater in Black and White (1992), la prima video biografia finanziata dagli sponsor.
Divenne presto un’icona del surf e, in tempi altrettanto rapidi, riuscì ad imporsi anche al pubblico generalista dei non surfisti; Appena poche settimane dopo aver vinto il campionato del mondo, infatti, Slater annunciò di avere preso un ruolo di supporto in Baywatch, la serie televisiva incentrata sulla vita dei bagnini di L.A in cui recitava anche la prosperosa Pamela Anderson e che ebbe un successo enorme negli anni ’90. Kelly rimase nello show per più di un anno, interpretando 10 episodi come Jimmy Slade, un surfista della Malibu High School. Dopo quell’esperienza rimase romanticamente legato alla Anderson per i successivi sette anni; cosa che, nella mente dei più, gli fece guadagnare più punti che se avesse vinto 15 Triple Crown.
Dopo aver finito al sesto posto il mondiale del 1993, Slater tornò l’anno seguente e vinse il primo di cinque campionati consecutivi. La metà degli anni ’90 fu il periodo in cui Kelly ridefinì il concetto di tuberiding; pareva che surfare dentro profondi barrel gli venisse più semplice che respirare, butt-drag stall, double-arm stall, cavalcate così profonde che pareva scomparire dentro i muri d’acqua per poi riapparire – a volte surfando goofy lui che, da regular quale è, era entrato nel tubo nella sua stance regolare – circondato dagli sbuffi d’aria e acqua che l’onda sputava fuori.
Fu proprio la sua sublime arte nel tuberiding a fargli conquistare altri quattro titoli al Pipeline Masters prima della fine del decennio (1994, 1995, 1996 e 1999), così come il Quiksilver Pro del 1995 a Grajagan e la Billabong Challenge del 1995 a Jeffreys Bay, dopo di che Quiksilver si accorse che aveva a che fare con qualcosa che andava oltre l’umana comprensione e decise,opportunamente, di alzare il suo stipendio a un milione di dollari all’anno.
La sua personalità serena e sempre controllata era perfetta per il mainstream e le riviste generaliste cominciarono ad andare pazze per questo alieno dal fisico perfetto che surfava onde enormi in giro per il pianeta, così Slater cominciò ad apparire sempre più spesso sulla carta stampata nazionale; nel 1995 apparse sul Los Angeles Times Magazine, nel 1996 su Interview e, nel 1999, su Outside magazine.

L’enorme successo – assieme alle spropositate cifre guadagnate tra premi e sponsor – permise all’atleta di staccare un po’ il piede dall’acceleratore così, nel 1998, decise di prendersi una pausa dalle competizioni a tempo pieno (giusto dopo aver vinto il suo sesto titolo mondiale, assieme all’ennesima Triple Crown) per dedicarsi al free surf e alla produzione della band che aveva formato assieme all’amico Rob Machado. Kelly cantava e suonava la chitarra e, sebbene da quel connubio non siano venute fuori canzoni in grado di lasciare il segno nella storia della musica, nel 1998 uscì il loro primo album Songs from the Pipe, accolto tiepidamente da pubblico e critica.

Kelly Slater, Teahupoo

Nel corso dei tre anni successivi Slater partecipò ad alcuni contest del tour mondiale, vincendo il Pipeline Masters del 1999 e il Gotcha Pro a Teahupoo nel 2000. Partecipò anche ad eventi di big-wave riding, arrivando secondo all’evento Men Who Ride Mountains del 2000 a Mavericks e vincendo il Quiksilver in memoria di Eddie Aikau a Waimea Bay all’inizio del 2002.
Assaggiare di nuovo le gare riaccese la fame di successo di Kelly così, nel 2002, avvenne il suo tanto atteso ritorno nel tour mondiale che, tuttavia, fu inizialmente una delusione, visto che riuscì a piazzarsi soltanto al nono posto. L’arrivo di Andy Irons nel World Tour però riaccese il fuoco competitivo di Slater.
Andy divenne l’unico vero rivale che Kelly ebbe in tutta la sua carriera, nel 2003 finì secondo proprio dietro di lui, perse di nuovo nel 2004 poi, l’anno successivo, riuscì finalmente a batterlo per pochi punti e a conquistare il suo settimo titolo mondiale e lo fece ancora nel 2006.
Con gli anni che passavano la macchina Kelly sembrava non esaurire mai il suo carburante e i titoli continuarono ad accumularsi – l’undicesimo, nel 2011, arrivò che aveva 39 anni. Ogni possibile record di surf, compreso il maggior numero di vittorie ottenute e il più grande montepremi mai accumulato, fu presto suo.
Nel 2012 mancò di un soffio il dodicesimo titolo mondiale, perdendo per un pelo, nell’ultimo evento dell’anno, contro Joel Parkinson. Il 2013 fu una ripetizione dell’anno precedente, stavolta con Mick Fanning che vinse il titolo, sempre all’ultima gara della stagione – il Pipeline Masters – relegando Slater al secondo posto, anche se l’evento lo vinse Kelly, aggiudicandosi il suo settimo Pipe Masters.
Intanto la sua fama, al di fuori del mondo del surf, cresceva a un livello che nessun surfista aveva mai ottenuto. Un seguitissimo talk show del noto canale sportivo statunitense ESPN dedicò un intero episodio a Slater, durante il quale si dibatté sull’opportunità di dichiarare o meno Kelly il più grande atleta della storia. La rivista GQ lo mise sulla copertina di un numero del 2011 dedicato ai “25 atleti più cool di tutti i tempi”, una lista che includeva Muhammad Ali, Michael Jordan e Arnold Palmer; ha posato nudo per ESPN Magazine e, nel 2011, Il Museo Nazionale di Storia Americana allo Smithsonian inserì una delle sue tavole nel suo spazio espositivo.
E non è tutto, c’è scritto nella bibbia “4 Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. 5 Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano“ nonostante questi altisonanti avvertimenti, Il 17 novembre 2010, la città di Cocoa Beach ha inaugurato una statua in bronzo di Slater alta 10 piedi sul suo famoso lungomare, occasione durante la quale il sindaco della città ha dichiarato ufficialmente quella data “Kelly Slater Day”. Se questo abbia scatenato o meno l’ira funesta del Dio dei cristiani e degli ebrei non ci è dato saperlo, a vedere come sono continuate ad andare le cose per Kelly pare proprio di no.
Insomma, tutti parlano di Kelly ma, in realtà, Kelly parla molto poco. Sempre educato ed espansivo, quanto poco incline ad aprire la parte più profonda del suo animo è possibile ricostruire ritagli dello Slater pensiero soltanto facendo un’accurata opera di studio delle fonti – scritte e orali – per mettere assieme dichiarazioni sporadiche rilasciate nelle varie interviste.
Dice che quando sente parlare progressisti e libertari gli sembra che quello che dicano abbia molto senso e che sicuramente non ha simpatia verso i neo conservatori ma, allo stesso tempo, dice che non gli piace avere un’etichetta politica cucita addosso. Nonostante sia associato a un certo modo di fare leggero, Kelly ha dichiarato più volte che le cose che gli interessano di più nella vita sono i grandi temi del convivere civile, è molto attento alle tematiche ambientaliste, ai problemi dei diritti civili ed è contrario alla libera circolazione delle armi.
Da sempre volto pulito del surf ha però dichiarato che, nonostante secondo lui certi stereotipi tipici del surfista – come il drogarsi in continuazione e il non pensare a niente altro che alle onde – non siano necessariamente obbiettivi da perseguire, chi surfa non dovrebbe mai scordarsi di essere parte di una cultura che è prima di tutto una Contro cultura e di un mondo dove i renitenti alla leva durante la guerra del Vietnam e gli sperimentatori psichedelici degli anni ’60 hanno avuto un ruolo fondamentale ed importante nello sviluppo dell’arte di cavalcare le onde.
L’amore dei suoi accoliti sparsi in tutto il mondo Slater gli ha permesso di vincere otto premi consecutivi come miglior surfista secondo i lettori della rivista Surfer (dal 1993 al 2001) cosa che poi si è ripetuta dal 2004 al 2012.
Se quanto detto fino ad ora vi sembra poco pensate che pure la politica si è inchinata al Dio Kelly; nel 2010, infatti, la Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione bipartisan in onore dei suoi risultati sportivi.
Oltre a tutto questo si è pure inventato l’onda artificiale migliore del mondo e se l’è piazzata nel giardino di casa… direi che, alla fine della fiera, ce n’è abbastanza per chiedersi se chi l’ha messo su di un altare d’oro facendone un idolo non abbia, in fin dei conti, più di qualche ragione.