Il 24 settembre 1991 viene pubblicato Nevermind, secondo album dei Nirvana, primo con una major. Mentre il gruppo si trovava in tour promozionale in Europa insieme ai Tad nel gennaio 1992, il disco, trascinato dal successo planetario del singolo Smells Like Teen Spirit, raggiunse la prima posizione della top chart americana Billboard, spodestando Dangerous del Re, Michael Jackson. Sei mesi dopo la band si produceva in uno dei concerti più significativi della loro intera storia musicale, il 30 agosto 1992 a Reading, in Inghilterra.
Il 4 settembre 1994 si alternano sul palco del Lollapalooza, il più importante festival alternativo degli anni novanta ideato dal vulcanico Perry Farrel, leader dei Jane’s Addiction e dei Porno for Pyros, band del calibro di Smashing Pumpkins, Beastie Boys, L7, The Breeders (il gruppo di Kelly Deal, la bassista dei Pixies, per chi si fosse perso qualcosa), Nick Cave and the Bad Seeds e i Green Day, che stavano da pochi mesi cominciando ad assaporare le gioie dell’essere mainstream, con buona pace degli ex compagni di lotta del 924 Gilman Street di Berkeley.
Questi due eventi relativamente distanti sia nel tempo che nello spazio, e che potrebbero avere all’apparenza ben poco in comune, in realtà sono legati da un doppio filo, quello della partecipazione a entrambi di una band formata da tre piccole ragazze giapponesi, che per loro fortuna e grazie a un indiscusso talento sono state testimoni delle evoluzioni e delle capriole compiute dalla scena alternativa mondiale, che sì ha una sua origine soprattutto negli States e in Inghilterra, ma che non è scevra da originali prese in carico anche da parte delle scene underground di altri paesi che magari, nell’idea dei più, restano sottovalutati o degnati di minore considerazione: le Shonen Knife.
Alcuni numeri potrebbero far riflettere se snocciolati alla bisogna: nel 2021 compieranno il traguardo della mezza età, potendo annoverare ben 40 anni di carriera dal 1981, anno in cui la band si formò a Osaka; migliaia di concerti sia come headliner che come supporto a band tipo i Nirvana, che hanno accompagnato nel tour inglese del 1992. E visto che siamo in vena di aneddoti mi piace riportare quanto le nostre dichiararono a proposito dei Nirvana a Rolling Stones, quando intervistate in merito a cosa pensassero dell’andare in tour con loro: “So I went to a record store, and I bought their CD. And when I saw their photograph, I thought they might be scary persons, because their hairstyles and their clothes were very grunge. But once the tour had started, I noticed that all the members were nice, good persons. And because this was our first experience of a long tour, the drummer Dave [Grohl] helped us with setting up the drum kit”. Che tenerezza!
Nonostante quello che si possa pensare di un endorsement fatto da gruppi seminali che si concretizza in un album compilation tributo dal titolo “Every Band Has A Shonen Knife Who Loves Them” riesce a rendere l’importanza di questa band più di mille parole, in particolare quando le partecipazioni vedono tra i presenti Sonic Youth, L7, Redd Kross. Ecco perché quando ho saputo che avrebbero suonato a Bologna al Freakout non ho potuto fare a meno di prendere la macchina, sobbarcarmi il viaggio – ovviamente in solitaria – e andare ad assistere alla performance delle giappe con il carico emotivo che animava Cobain quando le vide la prima volta (leggenda vuole, ma si trova in vari articoli, che urlettasse isterico come una fan dei Beatles dalle mutandine bagnate la prima volta che le vide, e vedrai non era il solo).
Il Freakout, per chi non ci fosse stato, ha l’enorme pregio di conservare tutto l’appeal dei vecchi club, piccolo e scuro, bevute a basso costo così come gli ingressi, saltuari problemi di diffusione sonora, ma un rapporto ineguagliabile tra band e pubblico. Si sta gomito a gomito, ci si può conoscere, parlare, fare foto insieme e persino farsi dare una bacchetta dalla batterista prima dell’inizio del concerto, che sarà autografata indelebilmente con ideogrammi incomprensibili sul momento, esattamente come è successo a richiesta di una fortunata e sfacciata fan.
Come ogni orientale che si rispetti anche le Shonen Knife si esibiscono nei loro immancabili inchini ogni qual volta riescono a vendere una maglietta, e averle così a portata di mano alla fine mi ha convinto a vincere la reticenza e la timidezza e a provare a chiedere se era possibile rivolgere alcune domande; ovviamente, tutto con molto rispetto, savoir faire e in punta di piedi – che si spaventano facilmente – e infatti dopo occhi spalancati e parlottare concitato tra loro acconsentono, facendomi scambiare due chiacchiere con la cantante e leader della band, Naoko Yamano che, sommessamente, mi racconta che non sono stanche per il tour ma molto felici, e che la dimensione dell’allegria, costante nei loro testi e nella loro musica è fondamentale in quanto le persone adesso hanno bisogno di stare felici. E che sono onorate di aver suonato con i Nirvana e che gli anni novanta erano tutta un’altra cosa. Ecco. E nel caso qualcuno fosse interessato alla musica giapponese in generale, consigliano senza ombra di dubbio di rivolgersi all’underground, che il resto è – ovviamente – merda.
Il concerto comincia con il supporto del duo di sorelle Frown, che presentano un distorto noise sgangherato accompagnato da una batteria minimale, tipo White Stripes con la chitarra dei Buzzov•en, e da linee vocali che mi hanno ricordato Siouxie Sioux. Gli va dato atto che non è da tutti presentare le proprie canzoni dichiarando quanto fanno schifo, tipo un pezzo che si intitola Morrisey e che la cantante ammette peggiorare di anno in anno, esattamente come Morrisey che, cito, di anno in anno diventa sempre più stronzo.

Le Shonen Knife salgono sul palco davanti a un pubblico di circa trenta/quaranta persone, e questo è stato un po’ deludente, nel senso che fa pensare quanto qualcuno che può vantare un percorso musicale così intenso alla fine viene perlopiù snobbato; passare dal Reading al Freakout, mi ha ricordato i Fastbacks di supporto ai Pearl Jam il 13 Novembre 1996 a Milano, pareva si fosse solo in tre a apprezzare e conoscere lo storico gruppo di Seattle, motteggiato e fischiato dal pubblico quando non direttamente reso bersaglio fisico di lancio di oggetti. Banalmente possiamo chiuderla con un semplice “siamo in Italia”.
In ogni caso l’esibizione regalata è piuttosto coinvolgente e fila via liscia, ordinata da una precisa scaletta scritta in ideogrammi perfetti su un foglio A4 piegato con cura a metà; loro amano il ramen, le caramelle, gli spaghetti bolognesi e suonano come se i Ramones avessero deciso di musicare un concept album sul menù di un Izakaya di Kyoto; sorrisi, inchini, plettro levato in aria prima di calarlo con decisione sulla sei corde, poderose linee di batteria tanto che non ti vorresti mai trovare sulla traiettoria di un destro sferrato da Risa. Un’ora e mezzo, più o meno, fiammata come un fuoco di artificio, sparata rapida e indolore sulle note di una setlist che percorre tutta la loro carriera, Twist Barbie, All You Can Eat, Banana Chips, Ramen Rock, fino alla conclusione celebrativa con Buttercup (I’m A Super Girl).
Verso la fine del concerto si posizionano dietro di me tre soggetti, due tipi e una ragazza: alla fine di ogni canzone applaudono ridendo, urlando all’indirizzo delle tre “Brave!” e “Cagne!”. E via a sganasciarsi. Mi ha stupito in particolar modo la ragazza, che forse non si rendeva conto del sessismo strisciante, ma quantomeno esplicito, reso da quegli strepiti, esclamati giusto da una vigliacca consapevolezza che le Shonen Knife non potevano capire.
Forse non lo ha intuito, ma quel “Cagne!” poteva e potrà essere rivolto, in altre occasioni, anche a lei e – sperando sinceramente che le non capiti mai – se si sentirà giustamente offesa spero se non altro che si ricordi di quel momento. Per gli altri due preferisco non avere molte parole: chissà cosa significa pagare per recarsi a un concerto giusto per far presente al mondo quanto si possa essere stronzi. Banalmente, siamo in Italia?