Verso la fine del 1953, durante il suo secondo anno alle Hawaii, Buzzy Trent era il capobanda di una dozzina di surfisti californiani che vivevano in un paio di capanne della Makaha Valley.
Era la terza stagione che i ragazzi passavano in quella parte dell’isola e le notizie della loro strana, piccola, comune avevano raggiunto Honolulu, così una reporter venticinquenne dell’Honolulu Star-Bulletin di nome Sarah Park, li raggiunse per indagare.
Trent le disse che vivevano coltivando verdure e mangiando i pesci che pescavano e che, uno del loro gruppo, aveva appena catturato una tartaruga da 65 libbre da usarsi, presumibilmente, quella sera per cena. Park notò che l’essenzialità delle loro baracche era incredibile, qualche branda sparsa qua e là e una piccola stufa a legna che funzionava da cucina. “In alto, tavole da surf sono appese un po’ ovunque, mentre pinne e lenze sono sparpagliate dappertutto, tra sedie, letti e lettini.”
Il tono della reporter non era particolarmente critico, ma assumeva la tipica impostazione distaccata del ricercatore naturalistico. Ed era comprensibile.
Trent e i suoi amici, ovviamente provenienti da un discreto ceppo borghese, avevano scelto di vivere in un modo che – allora più che adesso – molti trovavano curioso, se non addirittura umiliante.
“Sono felici di rinunciare ai soliti lussi della vita moderna”, scriveva la giornalista, “perché solo così possono permettersi di dedicarsi all’unica cosa che conta per loro: il surf”.
La storia non menzionava George Downing e il resto dei surfisti di origine hawaiana che ai tempi già surfavano; l’articolo si apriva addirittura dicendo che “l’isolano medio” non aveva neppure idea di dove fosse Makaha. La cosa era, ovviamente, falsa ma l’eco dell’articolo fu così grande e l’interesse per questi “selvaggi” surfisti californiani fu tale che per molti anni furono costantemente ritratti come gli unici surfisti a Makaha negli anni Cinquanta.
Il travisamento portò Downing e i suoi amici Hawaiani a provare un piccolo e giustificato risentimento verso i californiani, anche se all’epoca i rapporti rimasero amichevoli.
L’articolo di Sarah Park uscì il 7 gennaio 1954, poco più di un anno dopo che il New York Times Magazine aveva pubblicato il famigerato pezzo di John Clellon Holmes intitolato “This is the Beat Generation”, il primo in cui si usava la parola Beat riferita a quella particolare generazione.
A proposito, Matt Warshaw, fa notare che sicuramente Holmes non aveva idea di cosa stesse succedendo nel mondo del surf a Makaha o a Malibu, e che Buzzy Trent e i suoi amici avrebbero senz’altro resistito a qualsiasi paragone tra loro e gli anticonformisti coetanei citati nell’articolo di Holmes. Ma c’erano somiglianze inconfondibili e, probabilmente, non accidentali tra i surfisti e i Beats della metà degli anni Cinquanta.
Entrambi i gruppi reagivano ai modelli imposti dalla classe media auto-soddisfatta, leggermente ansiosa, prospera e drogata di consumo che dettava legge nell’America del dopoguerra. Quando Holmes scrisse dei Beat che “non c’è desiderio di distruggere la società inquadrata . . . solo di eluderla” avrebbe potuto star descrivendo la piccola comunità di surfisti di Makaha.
Holmes fa riferimento alla “brama di libertà e alla capacità di vivere ad un ritmo che uccide” della Beat Generation,” parole che si adattano perfettamente all’immagine di Buzzy Trent che se ne va in giro annoiato, trascinando il suo Gun, fino a che non si butta su qualche mostro da venti piedi.

Buzzy Trent a Waimea

Encyclopedia of surfing fa notare che ci sono anche molte altre similitudini. I surfisti Hardcore e i Beats furono entrambi costituiti da gruppi infinitamente più piccoli dell’influenza culturale che ebbero. Il poeta Gregory Corso ebbe a dire: “Tre amici non fanno una generazione”, alludendo alla Santa Triade Beat costituita da Jack Kerouac, Allen Ginsberg e William Burroughs e lo stesso avrebbe potuto dire di Trent e il suo gruppo di pionieri.
Il viaggio era essenziale per entrambi i gruppi: i Beats migravano da New York a San Francisco, mentre i surfisti viaggiavano dalla California a Oahu e viceversa. Più di ogni altra cosa, condividevano il disprezzo profondo verso il materialismo americano.
L’affermazione di Kerouac secondo cui “tutto mi appartiene perché sono povero” non era un’esortazione a rubare – sebbene Miki Dora avrebbe potuto prenderla in quel modo – ma un invito a fare il bilancio dell’esistenza considerando esperienza e sensazioni, non denaro e beni materiali.
A prescindere da queste, importanti, similitudini, i due gruppi hanno poi virato verso direzioni completamente diverse. I Beat erano per lo più colti e intellettuali, politicamente consapevoli e sessualmente aperti (l’omosessualità non era un problema per i Beats mentre era qualcosa di terrificante per i surfisti), caratteristiche che difficilmente si adattavano in pieno a quei primi pionieri del surfing lifestyle alternativo.

Ciò che i Beats rappresentavano era in gran parte definito da ciò che non accettavano; il punto di partenza per l’intero movimento era l’opposizione. I surfisti degli anni Cinquanta non avevano la loro complessità di pensiero, tutto quello che gli interessava era surfare il più possibile – questo era il loro punto di partenza – e si opponevano a tutto quello che poteva separarli dal loro obbiettivo: il lavoro, le convenzioni sociali, la carriera e la famiglia con annessi e connessi di mutuo e carriera. Così è successo che la spinta verso la loro passione fosse abbastanza forte da separarli dal società a un punto più o meno equidistante da quello dei Beats. Il surf era controcultura nella sua forma più stretta e pratica.
Mentre c’era un grande vantaggio nell’avere obiettivi espliciti e raggiungibili – “I surfisti sono persone felici perché sanno sempre quello che vogliono” diceva sempre un vecchio Big Wave Rider hawaiano – costruirsi una vita dedicata unicamente al perseguimento di quegli obiettivi non ha necessariamente messo i surfisti sulla strada della conoscenza e della comprensione del mondo.
Un sacco di abitudini, idee e convinzioni retrograde, tipiche della società americana, non erano affatto bandite dalle spiagge e dalle line up. Trent, ad esempio, usava la parola “negro” in pubblico e la sua maleducazione nei confronti delle donne si estendeva ben oltre gli ignobili standard del tempo.

Buzzy Trent

L’amore estremo per la libertà e la brama divorante di esperienze hanno definito la vita di Trent e, per questo aspetto, lui e il resto dei suoi colleghi surfisti dell’era degli anni Cinquanta si possono definire compagni di viaggio della Beat Generation, anche se il loro mondo poteva apparire, a volte, definito da una leggerezza nei confronti del reale che male si sarebbe adattata ai circoli contro culturali di New York.
“Se avessi un paio di dollari per comprare un libro, non lo farei”, disse un surfista di Malibu alla rivista Life nel 1957 (lo stesso anno in cui è stato pubblicato On The Road di Kerouac) “Mi comprerei della birra.”

Grazie a
Encyclopedia of surfing
Surfing Magazine
New York Times
Life
Per le fonti originali