Lo spot è un beach break che offre onde per tutte le età, i livelli e le capacità.
Innocente per la maggior parte dell’anno, durante la stagione dei monsoni si scatena. Le creste spuntano da ogni lato. Si infrangono le une sulle altre. Ripartono in maniera caotica e convulsa. Insomma, se a tutto questo si aggiunge una forte corrente sottomarina che spinge a nord, è il caos più totale.
Prima e dopo i monsoni, invece, è lo spot perfetto per imparare in quanto non ci sono grossi rischi, se si eccettuano le moto d´acqua. Questi veicoli, purtroppo, sono guidati in maniera spericolata da ragazzi – probabilmente incapaci di leggere e scrivere – che cercano di esibirsi con le loro acrobazie sulle onde, con la malcelata intenzione di attirare l´attenzione e magari riuscire a trovare un cliente; chiaramente in mezzo ai bagnanti e a tutta velocità. Non si rendono conto del pericolo che creano e il morto c’è già scappato a dire il vero.
L’età media dei ragazzi sulla line up è intorno ai 18 anni. Anzi 16 forse, visto che si sposano presto da queste parti; poi tocca dar da mangiare a una prole che cresce rapidamente di anno in anno – a cui vanno aggiunti i genitori a carico che vivono a casa con la famiglia del primo figlio maschio – e il surf a quel punto diventa l’ultima delle preoccupazioni.
Le donne fanno surf finché sono bambine. Le rigide norme sociali, infatti, impongono loro di non lasciare la casa senza un accompagnatore maschile dal sopraggiungere della pubertà, rendendo le attività sportive quasi impossibili. In acqua le vedi vestite da capo a piedi due volte. Una volta con vestiti adatti al nuoto, la seconda con vestiti adatti a nasconderne le forme.
Qui i locali ti invitano a prendere le onde. Non vi è nessuna forma di aggressività, o quasi. La comunità è piccola e tutti si conoscono. Appena arriva una nuova tavola in città, tutti lo sanno e la vogliono provare. Appena qualcuno impara un nuovo trick, i più svegli si buttano subito sulle onde per emularlo.
Il surf è un gioco prima di tutto e, per dei ragazzi il cui diritto allo studio è sostituito dal dovere di procacciarsi soldi per mangiare, è un piacere enorme.
Alcuni di loro usano anche lo skate. Male però, molto male! Disfano i cuscinetti in continuazione perché, invece di spingersi con un piede a terra per prendere velocità, tengono entrambi i piedi sulla tavola e la sbatacchiano in continuazione a destra e a sinistra. É anche vero che qui non esistono spazi su cui praticare la disciplina come ci si aspetterebbe. Quello che si fa, è cercare di evitare gli ostacoli e provare a non farsi troppo male.
La mia tavola la lascio nel surf club di Sifat. Siamo già d´accordo che quando me ne andrò dal paese resterà a lui. Qui infatti è merce rara. Non esistono rivenditori e c’è un solo ragazzo che si è improvvisato shaper, anche se, in realtà – non avendo né fibra di vetro di qualità adeguata né resina decente – quello che meglio gli riesce è riparare le tavole altrui.
Il surf club di Sifat è una stanza di quindici metri quadri fatta di lamiere ondulate con il soffitto basso e il pavimento in cemento screpolato e bucato. L´unica finestrella che c’è non basta per togliere all’aria viziata l´odore stantio di muffa, così quando entriamo lasciamo entrambe le porte aperte.
Alla luce di una singola lampadina bianca si trovano due o tre trofei conquistati nella competizione che ogni anno Surfing the Nations organizza a Labonie Beach. La parete destra della stanza invece è riempita da vario materiale, fra cui dei galleggianti gialli con i quali i bagnini cingono chi si trova in difficoltà in mare, qualche skate che ha visto giorni migliori e una copia di Surfer del ´94 – probabilmente abbandonata da tale David Woodworth che deve averla ricevuta per posta al suo indirizzo a Carslbad, California – con in copertina Rob Machado.
Sul lato a sinistra rispetto alla porta, delle tavole ridotte in condizioni pietose fanno brutta immagine di sé. Sono di tutte le forme possibili e immaginabili e pesano almeno il doppio di quello che ci si aspetterebbe. Sono state riparate in malo modo, ma con tanta passione, infinite volte. Sono anche l’unica attrezzatura disponibile, prendere o lasciare. Le pinne sono tutte diverse anche se di dimensioni abbastanza simili. Per esigenza le tavole da surf diventano single fin anche se sono nate thruster, e puoi dirti fortunato se non sei costretto a surfare una tavola a cui sono rimaste soltanto le due pinnette laterali.
Non c’è acqua corrente al club e la doccia si fa a casa, mentre le tavole vanno lavate con un secchio riempito con acqua dolce presa al pozzo lì vicino.
Sulla spiaggia si trovano, oltre a una folla sempre presente di bengalesi, anche cani che litigano fra di loro o con i corvi, cavalli (sellati con cuscini imputriditi e serrati da qualche vecchia cintura e impiegati per portare in giro i turisti locali rigorosamente in sovrappeso), mucche che ruminano i rifiuti e capre che si spartiscono i gusci delle noci di cocco. Insomma sembra il Circo Barnum.
Ma le onde non sono male, e rimanere a mollo nell’acqua è probabilmente l’unico modo per rimanere da soli, in questo paese tremendamente sovrappopolato da persone socievoli e sempre pronte al dialogo.
Detto questo, c’è da precisare che Cox’s Bazar non è l’unico posto singolare dove fare surf in Bangladesh: a qualche ora da lì, infatti, c’è Shamplapur, uno spot quasi mitologico per i locali.
La prima volta ci sono stato con Damiano, un amico conosciuto a Bali che è passato a trovarmi, e due ragazzi locali, di nome Shagor e Soyad, che incontro spesso in spiaggia.
Quel giorno abbiamo preso tutti le tavole da Sifat, tranne Shagor che aveva una tavola recuperatagli dall´Italia grazie a Valerio di Ruote e Pinne*, e ci siamo messi in viaggio.
La strada per raggiungere la località non è affatto brutta, passa in mezzo a una lunghissima pineta con un´alta scogliera ricoperta dalla giungla su di un lato e la spiaggia dall’altro, ma bisogna stare attenti a percorrerla durante i periodi di forte pioggia. La falesia, infatti, negli anni ha più volte attutito l´urto dei cicloni che arrivavano dal mare, ma è anche famosa per le frane di terra che ha riversato sulla carreggiata sottostante, cospargendola di grossi massi.
La pineta termina vicino al confine col Myanmar, ed è lì che iniziano i check point. Nella zona, infatti, vivono circa un milione di rifugiati Rohingya scappati dall’ex Birmania per via delle persecuzioni di stampo buddista. Nonostante il trambusto che la crisi della minoranza musulmana Birmana ha provocato nel paese, i militari sono spesso socievoli e, soprattutto, si dimostrano incuriositi nel vedere un´accozzaglia di ragazzini con delle tavole da surf legate sul tetto del tom-tom!. D’altra parte, loro sono qui per controllare i movimenti delle persone e per tentare di contrastare il traffico di Yaba, una famigerata metanfetamina che transita per il Bangladesh prima di invadere i mercati dell´Asia del Sud.
Anche quella volta il percorso a bordo dei nostri Treruote elettrici risultò infinito.
Questo perché quei mezzi – che qua usano tutti – sono sprovvisti di sospensioni ed espongono i passeggeri a ogni forma di agente atmosferico, tanto che mi stanco sempre più durante il viaggio che in due ore in mare. Sicuramente stare su quegli strani mezzi di locomozione è più pericoloso che surfare; sulla strada, infatti, si vedono le manovre più improbabili e, in maniera molto gerarchica, vige la legge del più grosso: la precedenza ce l´hanno i camion, poi vengono gli autobus, i mini van, le jeep e via dicendo, scalando fino ai pedoni, che devono fare di tutto per tornare a casa vivi, senza aspettarsi alcuna forma di pietà da chi li approccia.
Shamlapur, come Cox’s bazar, è un beach break, ma lì le insidie aumentano. Le onde sono più grandi e consistenti, ma quello che mette davvero paura sono le barche dei pescatori che girano tutt’intorno, fregandosene dei surfisti.
La moda del settore nautico Bengalese prevede delle barche a forma di mezza luna con le estremità di poppa e di prua estremamente slanciate verso l´alto che non danno l´idea di essere particolarmente manovrabili, anche se paiono galleggiare bene. Non esistendo un porto, i marinai, per raggiungere la riva e tirare in secca le barche, devono controllare il moto ondoso, che altrimenti li farebbe schiantare sulla costa. Per fare questo passano affianco a noi sulle tavole con la stessa cautela con cui un camion lanciato a gran velocità sfiorerebbe un ciclista su di una strada di campagna vuota e assolata.
Se non si sta attenti quindi si viene travolti prima dalla puzza di pesce marcio emanata dalle reti e dal fasciame incatramato, poi dalla mole enorme del vascello sballottolato dalle onde e, infine – se tutto va bene – si viene salutati con una sbruffata di fumo bianco saturo dell’olio combusto dal motore scarburato.
Il mio battesimo con lo spot è andato, tutto sommato, piuttosto bene e siamo riusciti a surfare un paio di ore con la solita folla di curiosi a guardarci dalla spiaggia fino al tramonto.
Una volta tornati a riva la vista dei barconi neri che si allineavano a decine, se non a centinaia, sulla spiaggia faceva davvero una curiosa impressione; con le loro bandiere poste in cima a delle picche, i pescatori invece di essere pronti per la pesca sembravano esser pronti per la guerra.
Stravolti, con il sorriso stampato in faccia e affamati, abbiamo poi recuperato il nostro tom-tom elettrico per dirigerci verso casa, riuscendo a intravedere, con le ultime luci prima del buio, l’ennesimo rifugio anti-ciclone e alcuni bimbi che giocavano a tirare la coda a una mucca.

 

*Ruote e Pinne è una società sportiva dilettantistica, con sede a Lugo(Ra), che si  occupa di surf, surfskate e skate.