Dici Hippie nel 2019 e, se ti va bene, il tuo interlocutore ti guarda come un imbecille; se ti va male invece – se parli cioè con qualcuno nato dalla fine degli anni ’90 in poi – il massimo che puoi riuscire a ottenere è un’espressione accigliata, malamente mascherata da un sorriso messo su per nascondere il ping pong neuronale che sta avvenendo all’interno del cervello.
Cosa avranno mai fatto di buono quel branco di piedi lerci, quella massa di bighelloni comunisti vestiti di fiori e puzzolenti di incenso?
“Io non sono tuo fratello!” dice, in Un mercoledì da Leoni, Matt Johnson al cameriere hippy che gli ha rovinato il bar preferito; e poi il surf è uno sport maschio, “le onde non si misurano in metri, si misurano in incremento di paura”, diceva Buzzy Trent e non vi è certo spazio per la pace e l’amore sulle nostre line up.

Che vadano al diavolo tutti quegli sporchi freakkettoni e che ci andaste pure voi, vecchi tromboni rivoluzionari fuori tempo massimo.
E invece, se non fosse stato per loro, le shortboards sarebbero probabilmente rimaste il sogno bagnato di qualche Californiano in pubertà precoce e, senza di loro, non avremmo neppure scoperto alcune tra le migliori onde del pianeta. Così come non avremmo neppure tutta una squallida serie di inquietanti personaggi, ridicole parodie di Indiani Sioux fin dal remoto 1967, ma questo è un altro discorso.
Bisogna dare pane al pane e vino al vino si dice – mio malgrado – dalle mie parti, come invito alla sincerità e alla schiettezza così, per amor di sincerità, mi pare importante sottolineare il ruolo fondamentale che la cultura freak ha avuto sulla surf exploration.
Negli anni ’60 qualcuno in Occidente (all’inizio negli Stati Uniti sopratutto) decise che riempirsi di LSD a casa propria non fosse più sufficiente e che, per espandere la mente, fosse più salutare andarsi a drogare lontano da casa; per farlo decisero che la cosa migliore fosse quella di andare a fare gli straccioni a casa di chi, i problemi economici, li aveva davvero, pensando quindi di spostarsi verso Oriente e dare vita all’Hippie Trail.
I ragazzi presero a viaggiare dall’Europa all’Asia Meridionale spostandosi via terra attraverso Pakistan, Afghanistan, India, Nepal, Turchia e Iran, lungo un percorso che prese il nome di Sentiero Hippy, Hippy Trail per l’appunto. Il numero di giovani che percorrevano questa via era considerevole e a spingerli a compiere questo viaggio era il desiderio di abbandonare le convenzioni sociali e di allontanarsi il più possibile dall’Occidente capitalista.
A star dietro alla guida Lonely Planet (fondata, guarda caso, da due ragazzi che negli anni ’70 si buttarono su quella strada) “Di solito il punto di partenza erano le capitali europee, Londra e Amsterdam, da dove si abbandonava l’Europa passando per Yugoslavia, Bulgaria o Grecia. Giunti a Istanbul, in Turchia, c’erano diverse possibilità, ma di solito si continuava alla volta di Ankara, da qui si proseguiva per Teheran, in Iran e poi da Kabul, in Afghanistan, si raggiungeva Peshawar attraverso il Khyber Pass. Le tappe successive erano Lahore in Pakistan, il Kashmir, Delhi e Goa in India”. Passando per Bali, aggiungiamo noi.
Kuta infatti era una delle tappe della “pista hippie” euroasiatica (una delle destinazioni della così detta “tre K”, insieme a Kabul e Katmandu), e i primi surfisti freak che vi arrivarono si trovarono davanti a un ambiente incredibilmente esotico, così fantastico da ottenebrare la mente. Cestini di fiori e incenso delle dimensioni di una palma erano disposti ogni giorno, ovunque, a migliaia, su gradini, marciapiedi, angoli di strada e controsoffitti delle baracche. Le risaie a terrazza coprivano le colline, la luce, anche a mezzogiorno, aveva una morbidezza irreale e l’aria era eccezionalmente profumata. Diecimila templi in pietra ricoprivano l’isola, molti dei quali enormi e decorati con statue di demoni ghignanti e con gli occhi sgranati.
La spiaggia di Kuta aveva alcune divertenti Sandbar e un left braking reef così, all’inizio, gli Hippy Surfers si accontentavano di prendere qualche onda una o due volte al giorno per non perdere l’allenamento; poi arrivò Russell Hughes. Russel era un surfista professionista del Queensland che nel 1969 decise, come molti altri suoi coetanei, di mettersi in viaggio verso oriente passando per Kuta. Lì Hughes cavalcò alcune belle onde a Kuta beach e Sanur ma, anche se non si mosse di molto dalla città, aveva abbastanza esperienza per rendersi conto del potenziale della costa e per capire che le onde World Class della zona non erano ancora state scoperte.
Russel, se ci fosse passato vicino, avrebbe sicuramente notato la penisola di Bukit – dove si trovano alcune tra le più belle onde del mondo (Uluwatu, Padang Padang, Balangan) al tempo ancora vergini – tuttavia, sebbene fosse in zona, si trovava dalla parte opposta dalla tradizionale via che si percorreva per lasciare Kuta, così non riuscì a vederla. Se fosse per questo motivo o per lo zampino dei demoni e dei mostri che, secondo la tradizione balinese, popolano il mare attorno alla penisola non lo possiamo sapere, fatto sta che Hughes non riuscì ad avvicinarsi a quelle onde.
Tornò però in Australia convinto che nella zona ci fosse un enorme potenziale inespresso. Così ne parlò col cineasta ed editore Bob Evans, che volò quindi a Bali con una piccola squadra di surfisti nell’agosto 1971, ma anche stavolta i surfisti non riuscirono a spingersi molto oltre Kuta.
Ma la voce si era sparsa, così quello stesso mese il fondatore di Tracks, Alby Falzon, arrivò a Bali con il suo gruppo di surfisti per concludere le riprese di Morning of the Earth. Imbevuto di estetica New Age, Falzon voleva completare il suo film con alcune sequenze su onde mai viste e aggiungere un pizzico di misticismo orientale a tutto il girato. Tra i suoi compagni di viaggio c’erano Rusty Miller, un pro surfer Californiano, e il quattordicenne campione della divisione juniores del New South Wales Steve Cooney.
Sorvolando la penisola di Bukit, diretti a Denpasar, tutti e tre i surfisti rimasero a bocca aperta e con il viso schiacciato ai finestrini dell’aereo, mentre sotto di loro vedevano srotolarsi un’infinita serie di onde perfette che si distendevano lungo il bordo nord-occidentale della penisola.
Lasciarono presto Kuta quindi e si avventurarono verso il Bukit, puntando su un tempio in cima alla scogliera chiamato Uluwatu. Una volta lì lasciarono la strada del tempio dirigendosi per un breve tratto verso ovest e, quando il panorama si aprì di nuovo davanti a loro, quello che videro fu da capogiro: davanti agli occhi avevano un panorama blu mozzafiato, spezzato da onde perfette da sei a dieci piedi, distribuite su una superficie così grande che era necessario girare la testa di 180° per poter vedere tutto. In poche parole sotto di loto c’era il paradiso.
Due giorni dopo, nel primo pomeriggio, Falzon e Cooney e alcuni altri caricarono tavole e apparecchiature fotografiche su un Bemo e, con l’aiuto di alcuni perplessi ma i simpatici paesani, si fecero strada lungo un tortuoso sentiero sterrato che collegava la strada del tempio di Uluwatu alla costa.

Rusty Miller a Uluwatu in un frame preso da Morning of the earth

L’unico modo per raggiungere la spiaggia era scendere giù per una piccola scogliera e passare attraverso una grotta. In una sequenza di Morning of the Earth che sarebbe diventata iconica, si vedono Cooney e Miller [n.d.r ne abbiamo parlato con lui qui] farsi strada con cautela attraverso la barriera corallina, in attesa di remare, mentre potenti onde baciate dal sole esplodono in lontananza.
Si racconta che, poco dopo, Cooney decollò su una double over-head e scivolò via down the line per centinaia di metri seguito, un attimo più tardi, da Miller su di un’onda ancora più grande “Quel giorno è stato assolutamente magico”, ha detto Miller in seguito. “Siamo andati lassù e abbiamo trovato questa onda incredibile, abbiamo surfato, non ci siamo fatti male, non abbiamo fatto a pezzi le nostre tavole e abbiamo sentito che gli dei erano davvero con noi.”
Per via della sua esperienza sulla North Shore, Rusty fu la prima persona a percepire l’entità di ciò che avevano scoperto. Non solo nello specifico di quella nuova onda, ma per via del potenziale di tutta l’Indonesia.
In una misura che non si vede in nessun’altra parte del mondo, infatti, le onde indonesiane sono lisce, definite e ben ordinate, oltre ad essere grandi e potenti e, volenti o nolenti, furono i freakkettoni a regalarle ai surfisti di tutto il mondo.

 

Thanks to eos.com, surfer magazine and surfersjournal.
Hippie trail Photography credits, when available (taken from formidablemag): Rory MacLean, Lou Wilson, Wendy Tanner, Jack Garofalo, Deena Atlas. Map: NordNordWest/Wikimedia Commons.Impossible photo by swellbali.