Ci sono, in questo strano autunno del 2019, grandi sconvolgimenti e grandi dibattiti nella patria putativa dello sport dei re.
Da quando Donald Trump è salito sullo scranno più alto del potere statunitense, scelte politiche ed economiche discutibili hanno portato la società americana a essere pervasa da un grande fermento, innalzando lo scontro politico a un livello che non si vedeva da anni.
Il mondo del surf, come quello di molte altre sottoculture, è costituito da un complesso bacino di esseri umani. Complesso a tal punto da essere costituito da una numerosa serie di sfondi culturali, etnici, socioeconomici e politici.
Adesso che le elezioni presidenziali si avvicinano (si voterà nel 2020) molti organi di stampa di settore statunitensi stanno tentando di riportare il dibattito politico anche in un mondo – quello del surf – che, dagli anni della contestazione della guerra del Vietnam, ha progressivamente tentato di allontanarsi dalle grandi questioni, politiche e sociali, che hanno scosso il mondo che lo circonda.
Il motivo per cui i surfisti vengono presi per il bavero della camicia e spinti a formarsi una coscienza politica e a prendere una posizione è, fondamentalmente, uno: l’annosa questione del Climate Change.
L’uscita dagli accordi climatici di Parigi voluta dal presidente Trump e il suo sostegno a politiche energetiche di stampo tradizionale ha provocato fortissime reazioni in un paese abituato, da anni, a una classe politica che (almeno a parole) si diceva indirizzata verso scelte orientate a strizzare l’occhio a una visone “ecologica” del mondo.
Il complottismo qualunquista al quale la destra americana ha dato nuova linfa è quello che ragiona, più o meno, su questi termini :”Il clima sta cambiando da molto prima che esistessimo sul pianeta terra e continuerà a cambiare per molto tempo dopo che ce ne saremo andati. Questa storia del cambiamento climatico provocato dalle azioni umane è un complotto sfruttato dalle élite politiche liberali e dalle grandi imprese straniere per mantenere il controllo sociale sulle popolazioni del mondo”.
Da qui la messa in discussione di anni di politiche (in realtà pure piuttosto blande) idealmente volte a contrastare almeno gli aspetti più nefasti dell’industriosità umana.
Dylan Hyden, giornalista del surf journal californiano The inertia fa notare, in un editoriale di qualche tempo fa, che “Presumibilmente ci sono surfisti che rifiutano le evidenze scientifiche inerenti l’apporto antropico al cambiamento climatico. È curioso perché i surfisti sono in prima linea e, più di altri gruppi sociali, subiscono gli effetti di questo cambiamento: i livelli del mare sono in costante aumento, la temperatura dell’acqua pure, c’è una maggiore frequenza di eventi climatici disastrosi e chi più ne ha più ne metta…”.
Recentemente, come parte di un’inchiesta sull’impatto che il cambiamento climatico avrà sul futuro del globo, Vice ha analizzato esplicitamente come i surfisti ne sarebbero interessati.
Una pietra angolare dell’inchiesta è un recente studio scientifico pubblicato sulla rivista Ocean and Coastal Management in cui i ricercatori hanno analizzato come l’aumento del livello del mare influenzerebbe i surf spot della costa Californiana. L’articolo è molto interessante e qui di seguito ne pubblichiamo un breve estratto:
“Molto prima di quello che pensano, i surfisti potrebbero dover cominciare a chiedersi dove sono finite le loro onde. Molti surf spot, semplicemente, scompariranno”, ha detto Dan Reineman (docente alla Scuola di Scienze della Terra, dell’energia e delle scienze ambientali dell’Università di Stanford e surfista da tutta la vita vita), riassumendo i risultati di uno studio pubblicato all’inizio di quest’anno e focalizzato sul surf in California. Il suo studio dice che entro il 2100, l’aumento del livello del mare potrebbe essere una minaccia esistenziale per circa il 18 per cento dei surf spot della California e peggiorerebbe notevolmente la qualità di almeno il 16 per cento di essi, anche se per circa il 5 per cento degli spot potrebbe esserci qualche miglioramento. Sostenendo inoltre che, entro il 2050, i surfisti cominceranno a percepire questi effetti nella loro vita quotidiana.

“Quindi”, si chiede Hyden, “se ci saranno meno spots disponibili, i surfisti – che sono stati un elettorato particolarmente attivo quando i loro breaks sono stati messi sotto minaccia (si pensi alla battaglia contro l’estensione del pedaggio a Trestles o ad altre lotte simili tra i surfisti e i vari consigli comunali o le diverse legislature statali) – come dovrebbero comportarsi ora che onde world class, da Rincon a Sebastian Inlet, rischiano di finire sott’acqua tra meno di 50 anni?”.
Il pezzo si conclude riflettendo sul fatto che forse il cambiamento climatico è un concetto troppo astratto e che, forse, il 2050 sembra troppo lontano. O ancora che i campanelli di allarme suonano troppo drammatici e allarmanti per essere ritenuti veri.
Per quanto ci riguarda, qualunque sia la ragione della reticenza dei surfisti a prendere una posizione netta, ci pare giusto sottolineare che le prese (o le non prese) di posizione politica influenzeranno tutti quanti, anche quelli che si fanno gli addominali scolpiti per prendere i tubi nei mille mila surf trip che si possono permettere e che pensano che la politica vada tenuta fuori dallo sport.

Photo 1: SurferToday, Photo 2: Surfer article, Photo 3: Vissla advertising