Catapultati in un wipeout emozionale, siamo stati incapaci di dare senso agli eventi e di trovare dei collegamenti che ci permettessero di vedere il tutto con più chiarezza. Abbiamo cercato, prima come singoli e poi come HoboTheMag, di dare un po’ di pace alla disposizione qwerty dei nostri laptop per permettere ai nostri pensieri di scrutare un mondo ripulito da ricette di cucina, esercizi ginnici, ammonimenti paternalistici e rinvigoriti gruppi Whatsapp, in cui sospetto reciproco e caccia all’untore erano diventate le nuove geometrie di comunicazione. Insomma, abbiamo evitato di dover esserci, dover esserci subito, dover esserci subito ed esprimersi subito per evitare di competere nell’economia dell’attenzione. Non avevamo il desiderio di scrivere e mostrarci per la sola ragione di soddisfare una pulsione egotica. Il resoconto delle epidemie stavolta non proveniva più dal mondo di Altrove, fuori dalla nostra società e dai suoi imprevedibili andamenti demografici, ma faceva parte della nostra costellazione.
Poi sono arrivate le dirette narcise e infinite, gli insopportabili appelli all’esercito e gli inni stonati dai terrazzi, come se il sacrificio dovessimo farlo per la patria piuttosto che per la salute pubblica. Stretti in una morsa tra difensori a oltranza di una libertà che mai avevano degnato di uno sguardo – consumatori compulsivi di aperitivi che rivendicano il loro diritto a passeggiate prima d’ora mai fatte – e odiosi sceriffi da balcone, sovra eccitati dall’odio verso qualche povero Cristo che corre, ci siamo fermati.
Così, per la prima volta in 5 anni di attività, siamo stati in silenzio per più di un mese e mezzo. Il set è arrivato bello grosso e inaspettato, quindi abbiamo cercato di remare fuori, per posizionarci a largo, lontano da tutti quelli che smanacciavano per cavalcare un’onda che è meglio lasciar passare vuota.
Ha senso parlare di
surf culture in un momento del genere? Quanto valore ha il cercare di dare voce a una comunità che non parla affatto con una sola voce ma che anzi, nella maggior parte dei casi, esprime opinioni che non ci trovano nemmeno d’accordo?.
L’insofferenza però cresce. In giro per il mondo ci sono persone disposte a rischiare l’arresto pur di surfare due onde e c’è da dire che – pur senza entrare nel merito dell’opportunità o meno di certi gesti, che poco hanno della resistenza e della disobbedienza e molto della soddisfazione individuale di un bisogno
– anche qui da noi la lontananza dal mare comincia a farsi sentire.
Let the surfers surf!
Echeggia dalla bacheche di molti surfisti, unico e misero spazio di (non)confronto rimasto in un mondo in cui il dibattito pubblico, già ridotto al lumicino prima della crisi, sembra adesso totalmente assente. Allora se c’è un senso nel parlare in questo momento, non è nell’associarsi o meno alla campana di chi pensa che sia giusto farci surfare e nemmeno nell’inseguire gli oltranzisti del divano a tutti i costi; quello che ci interessa è una riflessione che ci faccia tenere gli occhi aperti sulla possibilità di derive autoritarie derivanti dal perdurare di uno stato di emergenza.
Come surfisti, la privazione della libertà di movimento ci tocca nel profondo e, benché consapevoli che – allo stato attuale delle cose – l’isolamento sia probabilmente l’unica alternativa possibile, non possiamo fare a meno di chiederci com’è che siamo arrivati a tanto. Considerato inoltre che, nonostante il paragone attualmente vada molto di moda, non siamo nel medioevo e qua fuori non c’è la peste bubbonica calata come castigo divino.
Ci pare quindi opportuno focalizzare la nostra frustrazione sul perché in questo paese le cose abbiano preso una certa piega piuttosto che un’altra, evitando di puntare il dito dalla parte sbagliata, perché il responsabile di tutta questa situazione, per inciso, non è il nostro vicino che va a fare la spesa 3 volte, il
runner solitario o chi fa una passeggiate al parco, e non lo è nemmeno il virus o, almeno, lo è anche il virus, ma soltanto in parte.
Corresponsabili, infatti, sono gli stessi che ci chiedono di cantare l’inno dal balcone o che fanno le macchiette in diretta tv per urlare con paternalismo stucchevole ai propri concittadini di stare a casa, e lo sono perché è la nostra classe politica che, con l’inadeguatezza nella gestione di questa situazione, con vent’anni di tagli alla sanità, con la reticenza nell’affrontare il problema del cambiamento climatico, con la distruzione del senso di comunità in favore di un
turbo liberismo non sostenibile, ha posto le basi per una società che non è in grado di affrontare un’emergenza, stretta com’è nell’illusione della propria onnipotenza, avviluppata così tenacemente a quel concetto effimero da allontanarsi dall’idea stessa di vita, che è consapevolezza della propria vulnerabilità e predisposizione di mezzi per affrontare le difficoltà.
A questo fantastico quadro si è poi prontamente aggiunto il carrozzone dei media che, prono davanti al santuario del profitto potenziale, è riuscito a dare lo spettacolo peggiore a cui questo disgraziato paese abbia mai potuto assistere. Un argomento di rara gravità trattato con la serietà di un siparietto politico di quarto ordine, con tanto di terrorismo mediatico usato a mo’ di grimaldello. Osservamedia Sardegna fa notare: “Come a fronte di limitazioni della libertà collettiva molto pesanti imposte per le politiche di contenimento dell’epidemia, le motivazioni scientifiche alla base dei provvedimenti siano state spiegate poco, privilegiando una ossessiva ripetizione delle istruzioni da rispettare, esattamente come farebbe un adulto ad un bambino. Questa impostazione paternalista e totalmente digiuna delle più elementari basi democratiche, continua a venire propagandata dagli attori legittimi in campo in questo momento a parlare dell’emergenza: esperti, politici e commentatori, ed ha assunto venature isteriche di massa nella sua diffusione sociale attraverso le piattaforme digitali”.
Un’estasi mistica di piaggeria verso il potente e onanismo compulsivo da click, interrotta da pubblicità dal raro cattivo gusto, in cui personaggi a caso dello
star system invitano, dai loro appartamenti multi stanza con giardino, una popolazione chiusa in cubicoli di pochi metri quadri a stare felice in casa; dimenticandosi che questo paese soffre da anni un tessuto sociale in cui il diritto a un’abitazione decente è stato confinato nello sgabuzzino maleodorante dei ricordi.
Si è creato così in poco più di un mese un accentramento gerarchico del comando e del controllo, che pervadendo la coscienza dell’individuo l’ha resa controllante, inaugurando così il “festival permanente della delazione e del sospetto reciproco” (Giap-WM).
Avviliti e fagocitati da un leviatano mediatico, culturale e politico, potremmo iniziare a pensare che il surf nel suo spettrogramma di frequenze ideologicamente contrastanti è prima di tutto rapporto alchemico, ancestrale e spirituale con il mare e con la natura e, alla prossima mareggiata che vedremo passare vuota dalle finestre delle nostre
webcam senza poterci tuffare in mare, ci conviene ricordare tutte queste cose.