Ascoltando il talk in streaming sul canale social di 4surf (un’idea nata in collaborazione con Carlo Morelli, Matteo Nani e Gabriele “Gabo” Raso che hanno fatto da traino a moti altri partecipanti), una piacevole e interessante – seppur lunga – diretta facebook, in cui numerosi surfer italiani hanno discusso sulle possibilità di ritornare a fare surf una volta terminata la fase uno del Lockdown, ci siamo trovati a riflettere su un po’ di commenti a latere da parte degli utenti e abbiamo notato una contraddizione semantica. Per organizzare il quadro concettuale sul quale articolare la nostra riflessione abbiamo bisogno di sintetizzare il discorso generale affrontato nel talk, soffermandoci su quello che ci ha portato ad una riflessione più generale. E cioè la contrapposizione tra Freesurfer (così come definiti durante la discussione) e Tesserati a eventuali federazioni, nata nel momento in cui – dato il momento difficile che sta attraversando il paese e le stringenti restrizioni che hanno costretto gli sportivi ad abbandonare lo sport outdoor – si cercava di capire in che modo poter legiferare a favore della pratica sportiva e, nello specifico, come poter permettere ai surfer di tornare nei loro home spot. Durante la discussione è venuto fuori che il surf a livello istituzionale, nonostante il numero di praticanti sia in continua crescita, conta ben poco, perché il numero dei soci della FISW SURFING è irrisorio affinché azioni di pressione possano avere peso nei confronti dei decisori pubblici. E questa debolezza non deriva dalla situazione emergenziale italiana, per cui il governo in questa crisi sociale non sarebbe mai stato disposto ad ascoltarci, ma proprio da una considerazione de facto.
Per sintetizzare ancora: se vuoi legiferare a favore del surf in modo che la pratica sia ben definita e non lasciata a interpretazioni del caso, e vuoi farti ascoltare dalle istituzioni, devi avere più tesserati. Rispetto a questa constatazione bisogna essere necessariamente realisti. Se vuoi che un’istanza sia normata, hai bisogno del peso politico necessario determinato dal numero dei portatori di interesse, dal momento che non è la società civile nel suo insieme a richiedere una determinata attuazione, ma uno specifico cluster.

Non saremo certo noi a scrivere sulla questione se un tesseramento a un’associazione piuttosto che a un’altra sia utile per ottenere un determinato benefit o status riconosciuto. Scriviamo invece sulla contrapposizione emersa durante la discussione sull’idea che far parte di un Surf Club debba necessariamente andare in contrasto con l’idea di fare Surf in maniera autonoma, individuale e solitaria. Partiamo quindi dall’errore semantico di fondo. Si considera Freesurfer un professionista del surf che si dissocia dal circuito delle competizioni. Non è che se vai a surfare per fatti tuoi, non ti affili a nessun club o non fai parte di una comunità sei un Freesurfer. O meglio, se vuoi considerarti un Freesurfer, perché in un certo senso sei molto legato a una idea di libertà e indipendenza, lo sei alla stessa stregua di un surfer affiliato a un qualche tipo di associazione o Surf Club.
Dalle origini della cultura Surf, infatti, i club hanno sempre fatto parte della realtà quotidiana dei surfisti delle coste americane; dall’esclusivo Waikiki surf club, nato nel 1948 dalla volontà dei primi surfer californiani, al China beach Club, l’associazione semi clandestina che raccoglieva i surfisti che si buttavano fra i flutti del mare cinese durante la leva della guerra in Vietnam, passando per il turbolento e famigerato Windansea Surf club.
Quest’ultimo esempio può essere esemplificativo per cercare di spiegare perché, secondo noi, l’idea di far parte di un Surf club non implica necessariamente l’abbandono della propria individualità, né il responsabile incasellamento dentro un qualsiasi tipo di mentalità “conformata”.
Il Club, rifondato formalmente da Chuck Hasley nel 1963, è stato fucina di talenti e casa di alcuni delle menti più sregolate che abbiano popolato il nostro mondo. Ne hanno fatto parte, tra gli altri, Joey Cabell, Butch Van Artsdalen, Rusty Miller (primo surfista a surfare Uluwatu), Skip Frye, e Mike Hynson (guerriero psichedelico, fondatore della fratellanza dell’amore eterno, contrabbandiere di realtà iperboliche e LSD, cofinanziatore dell’evasione di Timothy leary, creatore di mondi e figura fondamentale per la shortboard revolution) e pure Miki Dora.
La finalità era quella di aggregare cultura e passioni, certo si partecipava anche a qualche contest, ma l’approccio al contesto era più sregolato di quello che molti auto definitisi freesurfer hanno quando si rapportano alla loro realtà. Quando il club decise di presentarsi al Malibù contest del 1963 per esempio, i ragazzi affittarono un autobus, caricarono più di due dozzine di casse di birra, raccolsero una squadra di amici e groupies e, infine, buttarono dentro un generatore e assunsero un gruppo rock. Si presentarono sul campo di gara la sera prima della competizione, fecero follie durante tutta la notte e, la mattina seguente vinsero facilmente la gara. “L’atteggiamento di Windansea“, ha detto Hasley anni dopo, “è stato: vinceremo il contest, faremo follie e ci prenderemo tutte le ragazze; berremo come dei pazzi e se a loro non piace, che si fottano pure”.
Certo la realtà dei club non è stata soltanto questa, Il Palos verdes surfing club, fondato nel 1935 dal surfer e dentista John “Doc” Ball, era il classico club sportivo per soli uomini dell’America pre bellica e rispecchiava a pieno le tendenze delle realtà aggregative di quel contesto culturale. Si tenevano riunioni settimanali nello studio dentistico di Ball, decorato con trofei, dipinti di surf e dozzine di foto in bianco e nero dei membri del club sulla spiaggia o ritratti mentre cavalcavano le onde. Il credo del club, appeso all’interno di una serie ingiallita di mascelle di squalo attaccate al muro, dichiarava: “Io, come membro del Palos Verdes Surf Club, giuro solennemente di essere saldo nella mia fedeltà al club … e di sforzarmi a comportarmi da gentiluomo. Aiutatemi, dunque”. Abiti e cravatte erano richiesti in tutte le riunioni e non era permesso fumare.
Ciononostante anche questo tipo di associazioni hanno permesso che la nascente cultura surf si strutturasse e i continui spostamenti dei vari membri verso i differenti spot della California hanno aiutato la socializzazione fra surfisti provenienti da contesti culturali diversi e il conseguente formarsi di un substrato culturale comune che si è sviluppato nelle forme che siamo soliti conoscere.
Ad oggi questo tipo di approccio manca in Italia. Forse perché siamo un paese giovane o forse perché la filosofia del Surf Club, insieme a quella del Surf Shop che ne è diretta emanazione, è stata fagocitata da regole di mercato troppo esigenti per mantenere in vita delle realtà particolari, o forse perché in alcune realtà i surf club hanno abdicato tutta la loro funzione all’essere Surfing school sic et simpliciter. Al netto di ogni considerazione, resta la constatazione che la comunità surf nostrana possa svilupparsi in maniera autonoma sotto un’eterogeneità di percezione del movimento surf, in un caleidoscopio di differenti approcci al mare, ma con una finalità di fondo condivisa da tutti: Rispetta la natura, santifica le onde e le sue cattedrali e make more change together.