Fantascienza: I Free Covid Club permettono l’ingresso solo a chi è dotato di specifica app che garantisce lo stato di salute come sano. All’interno, la stessa app provvede a inviare un segnale ottico e acustico tramite cellulare nel caso in cui ci si avvicini a un’altra persona a meno di un metro e ottanta di distanza. Davanti al bancone del bar si trova una barriera in plastica trasparente facilmente igienizzabile e utile ad assicurare la protezione dei bartenders. Una protezione simile ma integrale, alta fino al soffitto, si trova installata sul palco, racchiudendo chi si esibisce come in un acquario. Sul pavimento del palco alcuni adesivi segnalano le postazioni che devono essere tenute dai musicisti, che sono tenuti a non superarle per non invadere lo spazio dei colleghi. E’ assolutamente vietato ogni genere di pogo e stage diving. A causa degli alti costi che i proprietari sono costretti a sostenere per garantire la sicurezza di tutti, il prezzo previsto per l’ingresso è estremamente alto.

Numerose cassandre qualche anno fa, già in tempi non sospetti – che in realtà non lo erano poi mica tanto “non sospetti” – avevano predetto un lento e inesorabile decadimento del sistema, una sorta di regressione spontanea.
Non per questo sarebbe morto tutto, avrebbe assunto nuove forme che inizialmente avrebbero investito la società e la sua organizzazione; era un’analisi semplice in fin dei conti, la Storia ne è piena di esempi simili, generalmente ciclici e quindi ripetibili.
In realtà però non si vuole proporre una disamina sociologica né politica della situazione, ce ne sono a pacchi e risulterebbe ridondante e noiosa; ma occupandoci di controcultura adesso viene naturale interrogarsi sul ruolo portante proprio della musica nelle espressioni controculturali. E la premessa di cui sopra serviva a introdurre due domande, che abbiamo cominciato a porci ai tempi delle cassandre, e che sono: ogni volta che il mondo occidentale è attraversato da una crisi, la musica ha risposto generando narrazioni radicali. Com’è possibile che non succeda adesso? E poi: dov’è ora il nuovo Jim Morrison? Chi è il primo Kurt Cobain del nuovo millennio?
Le implicazioni sottintese sono tutt’altro che banali e per provare a dare una risposta abbiamo provato ad andare a vedere se era possibile formularla, partecipando.
La decisione è stata quindi di raccontare la musica non recensendo meramente ma provando a riportare un’esperienza, riflettendo del rapporto dell’individuo nella situazione “concerto”, con tutto quello che implica dall’inizio alla fine.

LA RIVOLUZIONE MANCATA

Ogni epoca ha avuto la sua rivoluzione musicale, ha prodotto i suoi geni e non ha importanza stare qui a elencare quali sono. Stiamo ardentemente cercando l’equivalente del giorno d’oggi, qualcosa che non sia espressione del sistema come per esempio la Trap – almeno nella sua declinazione italiana -, ma una controtendenza.
Vero è che tutto viene poi cooptato e manipolato per renderlo accettabile, ma qualcosa è rimasto sempre, il seme di una pianta che dura a lungo. L’esempio principe di questo è il punk.
Ci siamo concentrati sul punk, perché è l’ambiente in cui più che in ogni altro vigono forze resistenti e di aggregazione. La rete dei centri sociali dimostra da decenni che sa farsi anche laboratorio e mantenere, nonostante le molte energie contrarie che li contrastano dall’esterno (e a volta anche dall’interno), autenticità.
Da anni assistiamo all’implosione di locali in cui si potesse godere di un’offerta che fosse anche un po’ culturale; progressivamente si è assistito alla loro sostituzione come centri aggreganti con bar e ristoranti et similia. Intanto i festival estivi diventano per tre giorni città stato, con le proprie regole e leggi, battono perfino moneta e hanno abolito la possibilità per tutti di poter stare anche solo dieci secondi alle transenne prima che ti spazzi via il pogo, istituendo il pit, che è una forma di classismo.
E’ ovvio che l’humus adeguato al germogliare di una linea di pensiero che sarebbe potuta diventare concreta non c’era. Vediamo se adesso, dal momento che si è pronti a scendere in piazza per il sacrosanto diritto – detto senza ironia – a bere l’aperitivo, si riesce anche a diventare meno timidi relativamente a altri diritti.
La riflessione però al momento si concentra sul come: non si vede all’orizzonte cielo sereno per i piccoli locali, dove lo stare accanto era parte principale dello spettacolo, dove si urlava in cinque al microfono del/della cantante della band, sputazzandoci a vicenda, dove facevi conoscenza fortuite e casuali, scambiavi idee parlandoti all’orecchio per sovrastare il rumore, eri parte di un flusso collettivo che contribuivi, anche involontariamente, a creare.
E’ probabile che ci troveremo a dover decidere se e come conservare queste esperienze e se saranno adeguate a far rinascere processi controculturali; o se si sarà costretti a dovercene liberare trovando altri metodi. Il grosso rischio e che questi “altri metodi” vengano già preparati ad hoc e quindi compromessi dalla nascita. La risposta alla prima domanda starà lì.

KILL YOUR IDOLS

E quindi uccidiamo i nostri idoli? Magari ce ne fossero, saremo disposti a farlo se non fosse per il fatto che non si fanno vivi. E se sono già morti, che senso ha ucciderli di nuovo?
Vediamo, ci possiamo accontentare dei meme su Keith Richards che si adattano a ogni occasione oppure dei surrogati alla Pete Doherty. Magari sono gli youtuber, allora la nuova rockstar è Justine Bieber.
Intanto le cariatidi del rock si trascinano tra ultime tournée di finali senza fine, autocoverizzandosi o riunendosi per eterogenee masse dei festival estivi dove sarà possibile mantenere un metro e mezzo di distanza. Loro sono passati da stimolo e ispirazione delle nuove leve a punta di diamante di chi approfitta della bella stagione per poter poi, a conti fatti, parlare di indotto e utilizzare il verbo “fruttare”; anche se manca di una s, il senso c’è tutto.
Forse oggi non solo, come mai prima d’ora, sono cambiati gli strumenti con cui fare musica, e questo influisce naturalmente sulle modalità in cui ci si esprime, ma non esistono nemmeno più le situazioni adeguate a far sì che una persona si renda conto di essere il nuovo Jim Morrison o Kurt Cobain.
Questa è la risposta che ci siamo dati alla seconda domanda, ma è aperta perché direttamente legata alla prima. Infatti ora lo scenario cambia, gli spazi sembrano destinati a ridursi in controdendenza con una maggiore richiesta di distanziamento e tenersi lontani equivale spesso a un minor scambio o a una minore qualità dello stesso.

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Un servizio televisivo mostrava come un gruppo di suore di una comunità di Palermo sopperiva alla mancanza di funzioni religiose, per sé stesse e per i fedeli, riunendosi su una terrazza in cima al tetto, “con tre potenti altoparlanti” e in diretta social.
Potremmo provare a fare lo stesso ogni venerdì sera, a rotazione, per sopperire alla eventuale, futura mancanza di locali. Chissà se i vicini apprezzeranno tre potenti altoparlanti che sparano gli Impaled Nazarene o i Sex Pistols o quello che più ci aggrada. Potrebbe essere rivoluzionario. O potrebbe servire affinché qualcuno si renda conto che può essere fico suonare la chitarra davanti a qualcuno invece che davanti a una webcam.
Allora potremmo riunirci, sempre che non ci si imbatta in qualcuno troppo zelante.