Ai primi di gennaio del 1962 Papa Giovanni XXIII scomunicò Fidel Castro, a febbraio John Glenn fu il primo statunitense in orbita nello spazio e, a marzo, uscì l’album di debutto di Bob Dylan. La Beat Generation cominciava a preparare il terreno alla Summer of Love che, qualche anno dopo, fece da traino alla rivoluzione culturale degli Swinging Sixties. Così, mentre il cosmo si muoveva, ruotando attorno ad avvenimenti più o meno grandi, anche la realtà del surf compiva le sue piccole rivoluzioni.
Per il nostro paese era ancora troppo presto; gli echi del movimento Beat arrivavano flebili qui nello stivale, il 1962 era l’anno delle fibrillazioni politiche intorno al carrozzone della DC, dello sciopero generale della Fiat e dell’uscita di Peppermint Twist di Adriano Celentano, insomma la solita brodaglia in salsa nostrana; per quanto riguarda lo sport le preoccupazioni degli Italiani andavano poco oltre lo sconforto per la bruciante sconfitta contro il Cile della nazionale Italiana ai mondiali di Calcio di Santiago e, sulle nostre coste, le onde si srotolavano vuote.
Intanto sulla sponda atlantica dell’Europa, vivace come un fresco gazpacho (mix di composti semplici ma efficaci nella calura andalusa) qualcuno stava già iniziando a cavalcare i break oceanici, ed è proprio durante quell’anno che l’Andalusia vede comparire alcuni dei primi surfisti spagnoli.
L’Andalusia è una regione situata nel sud della penisola iberica e ha l’eccezionalità di essere l’unica comunità in Spagna ad affacciarsi su due mari, molto diversi in termini di regolarità di onde. È infatti bagnata dall’Oceano Atlantico nella sua parte occidentale e dal Mar Mediterraneo nella parte orientale.
La regione ha però anche un’altra particolarità, una storia che la rende decisamente più esotica di ogni altra meta europea.
الأندلس Al-Andalus, infatti,‎ era il nome che gli avevano dato gli arabi, che sono stati signori di questa porzione di penisola iberica dai primi del 700d.c al 1492d.c., lasciando dietro di sé un enorme patrimonio, architettonico e culturale, che fa di questa terra uno degli angoli più affascinanti del continente. Ed è su questo tratto di costa che è iniziata la storia di una delle comunità surfistiche più antiche d’Europa.
La regione, con i suoi 1.100 chilometri di costa, è un ambiente privilegiato per lo sviluppo di questo sport e include alcune tra le onde più belle della nazione, tra le quali spicca El Palmar, un Beach Break World Class, situato in una vasta spiaggia nella città di Vejer de la Frontera (Cadice), considerato la Mecca del surf andaluso.
Così, nel 1962, sulle spiagge di Cadice (per essere precisi a Cortadura) un gruppo di adolescenti dette inizio al sogno.
Enrique García-Agulló Orduña (nato nel 1947), i fratelli Gutiérrez Ozámiz: Salud (Nena: 1947-2014), Víctor (Cuco: 1948) ed Enrique (Quique: 1950), tutti quanti nati e cresciuti di fronte ai panorami, al tempo deserti, dell’atlantico, ebbero infatti l’idea di cavalcare le onde che vedevano rompersi tutti i giorni davanti ai loro occhi.
Il surf, però, in Spagna a quei tempi praticamente non esisteva; cosa potevano saperne, quindi, questi primi pionieri?
La domanda, probabilmente, ha una duplice risposta, la base navale americana di Rota e i primi sparuti viaggiatori francesi e americani.
Le prime informazioni sull’arte di cavalcare le onde, Enrique García-Agulló le ricavò dalla lettura di una rivista del National Geographic in inglese, uscita chissà come dalla base navale americana di Rota.
Ci sono due eventi chiave nella genesi del surf andaluso, la prima fu la costruzione delle prime due tavole da surf da parte della famiglia Gutiérrez Ozámiz (il padre, oltre ad essere comandante di Marina, era uno scultore e lavorava la fibra di vetro, e questo ha facilitato la fabbricazione delle tavole, fatte di legno ricoperto di fibra, realizzate sotto la supervisione dei propri figli), la seconda fu l’arrivo di una tavola da surf dall’Australia, portata da un ragazzo che insegnava spagnolo in quel paese e che finì per rimanere (la tavola) a casa di Enrique García-Agulló.
Come spesso capita, le cose una volta messe in moto cominciano a viaggiare a velocità inaspettate e lo stesso successe alla neonata scena surf Andalusa; all’inizio degli anni ’70, Enrique García-Agulló divenne amico di Reginald McQuilkin, figlio di un capitano della marina statunitense di stanza alla base navale di Rota che lo iniziò alla surf culture californiana e rifornì tutto il gruppo di tavole da surf Statunitensi.
Insieme, Enrique e McQuilkin, esplorarono tutta la costa di Cadice alla ricerca di nuovi spot, scoprendo, tra gli altri, El Palmar (allora selvaggio e deserto) che oggi, come detto prima, è una mecca del surf spagnolo
L’estate seguente, inoltre, un gruppo di giovani francesi arrivarono per le vacanze, unendosi al gruppo di surfisti locali. I fratelli Harold, Michel e Brun si appassionarono così tanto ai Break andalusi da tornare più volte, portandosi appresso tavole e conoscenze dalla Francia, dove lo sport era già a un livello evolutivo superiore.
Quando qualcosa è nell’aria, non si sa bene come, ma finisce sempre per spargersi tutt’intorno, è così pure a queste latitudini. Nel 1968, infatti, parallelamente al gruppo di giovani di Cortadura e senza avere con loro nessun tipo di contatto, Guillermo Morillo Costa cominciò a surfare.
La sua storia è interessante perché nasce da una genesi nuova e particolare, che permette di capire come il movimento aiuti a condividere la cultura.
Era il 1968, i viaggi aerei erano un privilegio dell’alta borghesia e i primi freak cominciavano a percorrere le strade d’Europa. Cadice è uno dei porti più importanti d’Europa fin dalla notte dei tempi e, una cinquantina di anni fa, se uno aveva voglia di perdersi fra le montagne del Reef Marocchino o di andare alle Canarie, la capitale Andalusa era punto di imbarco obbligato.
Guillermo nel 1968, si trovava a bighellonare dalle parti del porto quando incontrò un messicano che aveva bisogno di soldi per imbarcarsi per il Nord Africa, il ragazzo aveva con sé diverse tavole da surf e, per 500 pesetas, si offrì di vendergli una tavola australiana Sky Weber. Morillo la acquistò senza nemmeno sapere cosa fosse il surf, quasi fosse spinto da qualche specie di richiamo.
All’inizio la usò pochissimo, non sapeva come riuscire ad alzarsi in piedi e, senza nessuno che lo aiutasse, erano più le frustrazioni che le soddisfazioni. Poi, agli inizi del 1970, conobbe un australiano fermo a Cadice in attesa di prendere una nave per le Isole Canarie.
“Era uno spiantato” Ricorda Guillermo “se ne stava al porto senza un soldo ad aspettare certi amici che dovevano passare a prenderlo con una barca per andare alle Canarie, a quei tempi era così, non c’erano i voli low cost. Finì che lo ospitai a casa mia per diversi giorni, vide la mia tavola e mi insegnò i rudimenti. Si può dire che da quel momento divenni un vero surfista”.

Grazie a: Historia del Surf en Andalucia, Daniel Esparza.
Foto: HoboTheMag.