Foto di Copertina: Fabio Mattioli

E’ ormai pratica intellettuale lecita quella di affiancare il surf alla salvaguardia dell’ambiente. In più occasioni abbiamo sottolineato il fatto che nonostante il surf sia composto da una eterogeneità di pensiero, azioni e comprensioni, ciò che ci dovrebbe accomunare, laddove il pensiero solidale non riesce a trovare spazio tra i cunicoli mentali dell’egoismo, è il dovere di agire in favore della protezione dell’architettura naturale e godere del diritto all’autodeterminazione in contesti non urbani. Le pratiche individuali antagoniste a difesa della natura sono sempre più diffuse nel mondo del surf e laddove queste pratiche riescono a coinvolgere più individui, divengono coscienza collettiva che determinano azioni comuni. Il surf diviene coscienza di classe. Gli esempi sono diversi, dal singolo surfer che determina cambiamento con le sue campagne di advocacy per la salvaguardia dell’ambiente, a comunità surfer o a vere proprie associazioni create per generare un baluardo di difesa. Un esempio fra tutte a livello internazionale è Save The Wave Coalition. Da circa 15 anni l’associazione si batte per la salvaguardia della costa e il surf è il mezzo grazie al quale la conservazione dell’ambiente costiero può avvenire sul medio lungo periodo. In questi anni non tutte le battaglie sono state vinte, ma un impatto reale sull’ecosistema costiero è stato generato. Sono riusciti a salvaguardare 220 km di costa, proteggere 138 spot e creare 11 World Surfing Reserves. E’ stata persa la favolosa onda di Jardim Do Mar a Madeira, senza però rinunciare alla protesta, ma nello stesso tempo e rimanendo sempre in Portogallo, Ericeira è diventata World Surfing Reserves grazie al programma che SWC, insieme a NSR (Natural Surfing Reserve Australia) e ISA (International Surfing Association) ha istituito per preservare i surf spot e l’ambiente circostante. Esiste in Italia l’esigenza di salvaguardare e di agire a difesa dell’ambiente naturale e delle zone surf?

Foto: Laura Salvadori

Certo che esiste, e nello specifico i ragazzi di Save The Coast Cdp (CDP sta per Castiglion Della Pescaia) hanno portato all’attenzione della comunità surfistica un progetto della Regione Toscana che, per far fronte a problematiche di erosione costiera prevede l’istallazione di scogliere artificiali lungo la costa maremmana, in particolare nel tratto che interessa il Comune di Castiglione della Pescaia, tra l’estuario del Fiume Bruna e Punta delle Rocchette, istallazioni che modificheranno, probabilmente per sempre, la spiaggia così come la conosciamo oggi e, probabilmente, alcuni tra gli spot qualitativamente più consistenti dell’intero stivale.
Come si fa, nel 2020, ad approcciarsi in questo modo a un problema – serio – come quello dell’erosione costiera prevedendo una serie di opere ciclopiche, consistenti nel posizionamento di barriere soffolte, isole e pennelli, ovvero nella creazione di un ostacolo artificiale al movimento dei sedimenti e alla propagazione del moto ondoso.
Un’opera esteticamente orribile, in un tratto di costa dalle innegabili qualità naturali. Queste tipologie di isole si svilupperanno interamente al di sotto del livello del mare (-50cm s.l.m.), e anche i pennelli saranno soffolti (-50cm s.l.m.) verso il largo, ma emergeranno di circa 1m sul livello del mare in prossimità della riva. Non stiamo parlando di noccioline, queste istallazioni si svilupperanno circa 10-18m in larghezza e 90-110m in lunghezza. Nel tratto di costa tra punta Capezzòlo e Riva del Sole ne verranno posizionate 9 a distanza di 90m circa una dall’altra.
Il bello è che questa roba, oltre ad avere un impatto estetico di dubbia gradevolezza, non funziona in maniera incontrovertibile come si tende a far credere, chiunque si interessi un minimo di mare e del suo ecosistema lo sa ormai da anni.
Siamo di parte, direte voi, siamo surfisti, ci toccano le onde e non ci interessa nient’altro, faremo di tutto per impedirlo, anche andare contro agli interessi della collettività. E se non siamo surfisti siamo frikkettoni, punkettoni, zecche, amanti del no a tutti costi, esegeti del Not In My Backyard e incomprensibili osteggiatori del progresso.

Foto: Fabio Mattioli

Che queste barriere rigide non rappresentino la risoluzione definitiva del problema erosione non lo diciamo solo noi però, anni di acceso dibattito fra esperti di settore hanno fatto notare che, spesso, opere di questo genere servono, tuttalpiù, a far traslare il problema di poche decine o – se si è particolarmente fortunati – di poche centinaia di metri.
Anche ISPRA (l’istituto superiore per la ricerca ambientale) riconosce che certe opere di salvaguardia del litorale non sono del tutto innocue. Approfondisci qui.
Certo c’è da dire che la normativa italiana tiene conto di tutta una serie di regolamentazioni e aderisce a un discreto numero di convenzioni internazionali volte a cercare di ridurre al minimo le conseguenze nefaste di certi interventi, ma è lecito chiedersi se il rapporto costi (ambientali) / benefici (per chi? Per la comunità? Per l’industria del turismo?) sia sostenibile e se la volontà politica di tutelare certi interessi non faccia pendere l’asticella da un parte piuttosto che da un’altra.
E poi ci sono alcune delle onde più belle della regione che rischiano di diventare soltanto un ricordo e il fatto che si continui a considerarlo un non effetto è indice della miopia di alcune amministrazioni locali (o regionali nel caso specifico) nei riguardi di una scena sportiva e culturale che è parte integrante del proprio territorio.
Al momento però la progettazione preliminare è terminata ed è in corso quella definitiva/esecutiva; sarà ancora possibile entrare in merito a quanto già deciso e, soprattutto, finanziato? Si chiede il comitato che sta nascendo intorno a Save The Coast Cdp.
Il dubbio è che sia ormai tardi per poter avanzare una qualsiasi controproposta, ed ecco quindi affiorare il sentimento di frustrazione “cosa possiamo farci?”.
Un sacco di cose possiamo farci.
La frustrazione non è un bel sentimento e spesso si avvinghia all’anima convincendoci dell’ineluttabilità della nostra pigrizia sociale. Ma, le comunità unite che lottano raggiungono i risultati sperati molto più spesso di quanto si creda. Tra le tante storie di comunità che lottano questa ci sembra particolarmente esemplificativa.
Qualche tempo fa il sito di Patagonia riportava la storia della comunità di surfer australiana di The Bight e della sua lotta al pachiderma norvegese degli idrocarburi Equinor, che era in procinto di dare esecuzione a un grosso piano di sviluppo della Great Australian Bight, un enorme campo di estrazione di petrolio in acque profonde. The Bight era completamente sgombro da qualsiasi opera di sfruttamento offshore di giacimenti di petrolio e gas ed era uno degli ultimi grandi tratti di oceano incontaminato sulla terra. Ospitava aree di riproduzione di balene australi, balene blu, leoni marini australiani e tonno rosso del sud. L’85% delle specie della Bight non viveva da nessun’altra parte e, nel caso la compagnia avesse portato a termine il suo progetto e un giorno ci fosse stata una fuoriuscita di greggio, sarebbe stato un evento potenzialmente apocalittico.
Ma le multinazionali del petrolio sono intoccabili, si sa, figurarsi se lo sono da una massa di rozzi surfisti. Le persone però, da quelle parti, sono abituate a non abbassare la testa. C’è stato un tempo, generazioni fa, in cui i surfisti erano attivisti sempre in prima linea. Negli anni ’70, conducevano proteste contro l’estrazione di sabbia e contro l’eccessiva urbanizzazione costiera, alzavano la voce su grandi questioni sociali come il Vietnam e l’Apartheid. Negli anni ’90, non si contavano le proteste contro gli sfoghi delle fognature oceaniche e contro i test nucleari francesi nel Sud del Pacifico. Da un paio di decenni però, i surfisti sembravano aver perso l’abitudine a interessarsi dei grandi problemi che li circondavano. Non questa volta però.
La comunità surfistica ha cominciato di nuovo a parlarsi e a organizzarsi, mettendo su una delle campagne più pressanti e meglio condotte della storia dell’ambientalismo australiano, riuscendo a unire surfisti e comunità costiere, diventando un movimento nazionale che ha coinvolto decine di migliaia di persone.
Sapete com’è andata a finire? E’ andata a finire che Equinor, una delle più potenti compagnie petrolifere del mondo, proprietà per due terzi del popolo norvegese, e che con le sue entrate ha contribuito a rendere la Norvegia uno dei paesi più ricchi del mondo, ha deciso di rinunciare al progetto.
Quindi, spazziamo via la frustrazione e cominciamo a organizzarci.
Su questo punto, per quanto riguarda la situazione alle Rocchette, qualcuno ha preso la palla al balzo, si è messo insieme e ha cominciato a pianificare, diamo quindi la parola ai ragazzi di Save The Coast Cdp.

Foto: Lorenzo Pietrini

  • Partiamo dall’inizio, Save The Coast Cdp, chi siete, quando nascete e perché?

Save The Coast è un comitato senza scopo di lucro di recentissima nascita costituito da ragazzi e ragazze di Castiglione della Pescaia e non solo, surfisti e non. Il suo scopo è promuovere, attraverso opere di sensibilizzazione, la conservazione e la cura dell’ambiente litoraneo della riviera maremmana e del suo equilibrio naturale. Tale necessità è nata in seguito a un progetto voluto dalla Regione Toscana per contrastare il fenomeno dell’erosione costiera mediante strutture rigide (pennelli, isole e barriere) realizzate con massi di cava che andranno a deturpare per sempre il paesaggio e l’ambiente marittimo di questo tratto di costa. Il nostro scopo è quello di far comprendere sia ai privati cittadini che alle istituzioni come questo tipo di opere sia contrario all’ambiente e come possa andare a rovinare aspetti quali l’ecosistema, l’equilibrio biologico, la fauna, la flora, il paesaggio nonché la fruizione libera del mare da parte non solo dei surfisti, ma anche di tutti coloro che praticano attività ludiche inerenti ad esso e di chi, più semplicemente, ama tuffarsi nelle splendide acque della zona o passeggiare sui suoi arenili. Noi ci rendiamo conto che il problema dell’erosione è reale e che, seppur impossibile da fermare, c’è la necessità di contrastarlo in qualche modo. Solo che vorremmo che venisse seguita una linea sostenibile. Ci siamo messi in contatto con geologi, geografi e ingegneri di varie università italiane per chiedere un parere sul funzionamento delle strutture rigide e il più delle volte abbiamo ricevuto la stessa risposta: sono una soluzione ormai considerata vetusta che non solo non funziona, ma che spesso può anche risultare dannosa e sarebbe dunque meglio optare per soluzioni morbide, più sostenibili per l’ambiente e per l’economia, amovibili e rivedibili in base ai cambiamenti futuri della costa.

Foto: Alfonso Fiorentino

  • Quale è la reazione della comunità alle vostre iniziative?

La comunità si è divisa tra chi ci appoggia e chi ci denigra definendoci “quattro surfistelli bizzosi” che per due onde vogliono contrastare un progetto atteso da anni. Quello che non comprendono coloro che ci contrastano è che in realtà noi siamo sulla loro stessa linea di pensiero perché avendo a cuore l’ambiente della costa abbiamo a cuore anche il futuro e l’economia del territorio, esattamente come loro. La Maremma è una zona che guadagna soprattutto durante la stagione estiva, con migliaia di turisti che arrivano affascinati dalle campagne dei dintorni, dal borgo marinaro di Castiglione della Pescaia, ma anche e soprattutto dalle splendide spiagge (in molti punti incontaminate) cariche di fascino selvaggio e di una bellezza naturale che ormai raramente troviamo sui litorali italiani. Se la costa viene disseminata di strutture invasive, dalle conformazioni innaturali e tutt’altro che in armonia con l’ambiente circostante, i turisti non godranno più del paesaggio marittimo che tanto li affascina e magari sceglieranno per le prossime vacanze altre località, con una perdita per l’economia locale su tutti i fronti. Se cercassimo invece delle soluzioni più compatibili con l’ambiente e con il paesaggio si potrebbe allo stesso tempo contrastare l’erosione e mantenere, senza danneggiarla, l’immagine che questo tratto di costa ha sempre avuto. Inoltre, sempre per parlare dell’aspetto economico, va considerato che soluzioni come quelle scelte nel progetto non sono mai a tempo indeterminato e “senza costi aggiuntivi”. Spesso infatti non bloccano l’erosione ma la spostano in un altro punto della costa dove per risolvere il problema dovranno essere realizzate ulteriori opere con un effetto “domino”. Queste tipologie di strutture richiedono poi grosse spese di manutenzione negli anni e di riadattamento alle nuove condizioni del mare e della spiaggia che sappiamo benissimo essere variabili e mai stabili nel tempo. E non possiamo avere la sicurezza che in futuro ci saranno finanziamenti per tali operazioni. Ci viene il dubbio che magari la spesa possa ricadere tutta sulle spalle del Comune o addirittura dei privati cittadini che hanno delle concessioni lungo la costa. Come si può comprendere, dunque, il nostro comitato non vuole il bene di una metà o di una piccola parte della comunità locale, ma di tutta quanta. E di tutti coloro che godono del territorio castiglionese anche solo per pochi giorni da turisti o visitatori.

  • So che state costituendo un comitato cittadino e che pensate di lanciare una petizione locale, quanta importanza pensate che abbia la lotta istituzionale?

Le nostre azioni sono tutte in divenire e stiamo cercando la strada migliore per essere ascoltati, quindi, quella della petizione locale è per ora solo una delle tante idee che abbiamo. Certo, le oltre mille adesioni che ha avuto la nostra petizione su Change.org ci fanno pensare che questa sia una via che funzioni. Quello che comunque vogliamo non è tanto una lotta con le istituzioni, ma un dialogo con esse. Riteniamo infatti che decisioni importanti e impattanti come queste non debbano essere calate dall’alto e imposte, ma debbano essere prese ascoltando anche l’opinione pubblica e discutendo con i cittadini interessati, soprattutto se sono questi che te lo chiedono e che desiderano aprire un dialogo. D’altronde è proprio il concetto di Res Publica che esige una condivisione.

  • Avete pensato anche ad altri tipi di lotta? Per esempio sensibilizzazione sul territorio, guerrilla marketing, apparizione sui media, adesivi o quant’altro?

Come avrai già capito non ci piace parlare di lotta visto che noi non cerchiamo uno scontro. Ecco perché proprio la sensibilizzazione sul territorio è per noi non solo un tipo di azione, ma uno degli scopi del nostro comitato. Noi pensiamo che la corretta informazione e la conoscenza siano due strumenti imprescindibili che la gente deve avere per farsi un opinione sul progetto, sulla nostra avversione ad esso e sulla nostra volontà di cercare delle soluzioni alternative che rispettino la sostenibilità economica, ambientale e paesaggistica. Siamo convinti che quando le persone saranno più sensibilizzate e più coscienti passeranno dalla nostra parte, anche nel caso in cui ci avessero inizialmente osteggiati. A proposito di questo il nostro comitato è aperto a tutti coloro che vogliano entrarvi, basta contattarci e sottoscrivere l’apposito modulo. E per chi volesse semplicemente capirne un po’ di più può seguirci sulla nostra pagina Facebook e sul nostro account Instagram. I media sono stati il primo canale su cui abbiamo iniziato a svolgere la campagna di sensibilizzazione, ma non escludiamo neppure di parlare di noi anche attraverso i giornali e le televisioni locali nel caso in cui venissimo contattati. E a breve usciranno sicuramente delle magliette con il nostro logo: sono in preparazione!

  • Sinceramente, quanto pesa la possibile perdita di onde di qualità e quanto i possibili scempi ambientali?

Diciamo che le onde sono state lo stimolo iniziale. E’ accaduto tutto un giorno di surf come un altro in cui ragazzi e ragazze che solitamente non hanno molte occasioni di incontrarsi e scambiare due parole si sono trovati tra una session e l’altra a chiacchierare. Il surf non è solo uno sport, ma è anche un’occasione di relazioni, di amicizie, di unione. E di scambio di idee. Qualcuno ha detto di aver sentito parlare di un progetto contro l’erosione costiera che avrebbe coinvolto Rocchette, qualcuno osservando il mare ha sperato che quel posto meraviglioso non venisse rovinato, qualcuno ha espresso la fiducia che nel XXI secolo venissero fatte “le cose a modo”, qualcuno ha proposto di provare a cercare quel progetto e di darci un’occhiata e qualcuno l’ha fatto, mostrandolo poi agli altri. Da lì abbiamo aperto gli occhi su quello che rischiava di essere non un problema per le onde di Rocchette, ma per l’ambiente e l’economia di tutto quel tratto di costa. Il progetto era molto più grosso e impattante di quanto ci si aspettava e abbiamo capito che per il bene di questo territorio non potevamo stare con le mani e mano. E’ risaputo che i surfisti hanno da sempre un occhio in più verso il mare e una spiccata sensibilità per l’ambiente, non sono dei semplici “ribelli” ma degli amanti della natura e quindi è normale che abbiano scelto di agire per proteggerla.

  • Il surf e i surfisti sono importati per la comunità? Se sì, perché?

Il surf, nonostante sia arrivato abbastanza recentemente, fa parte della tradizione culturale e sportiva del territorio. Qua tutto è iniziato non come una moda ma come una componente genetica delle persone del posto. L’acqua salata già faceva parte del DNA dei primissimi surfisti castiglionesi che, attratti per nascita dal mare e dalle onde, appena si sono resi conto che potevano goderseli scivolandoci sopra con una tavola non hanno perso l’occasione. E il surf adesso fa parte di questo luogo come i pescherecci, come le bilance all’imbocco del porto, come le vacche maremmane e i butteri: i turisti e le persone in generale si soffermano a osservare ammirati i surfisti danzare sulle onde e, lo possiamo dire, il mare non sarebbe lo stesso senza le loro sagome che scorrono fluide verso la riva o senza quei puntini neri che fluttuano tra le schiume durante le mareggiate più toste. Va poi ricordato che qua si sono formati alcuni dei migliori surfisti del panorama italiano, che hanno portato il nome di Castiglione della Pescaia in giro per il mondo e lo hanno fatto conoscere ulteriormente. E in queste zone è nato e cresciuto un marchio legato agli sport acquatici (tra cui pure il surf) che ha creato un indotto economico interessante. Possiamo dunque affermare che sì: il surf e i surfisti sono importanti per la comunità.

  • Mi hai detto che state pensando di fare un’associazione sportiva, magari per organizzare anche qualche evento, a che punto siete?

Questo è il nostro prossimo obiettivo, ma è un proposito che molti di noi hanno già da un po’ e non è legato solo a ciò che sta accadendo ora. Però adesso ci sembra che sia arrivato proprio il momento di realizzarlo. Siamo un gruppo molto eterogeneo di persone che, grazie al surf, sono diventante un piccola comunità nella comunità. Ci siamo dunque chiesti perché non ufficializzare questo fatto e promuovere questo sport che ci ha dato così tanto.

Foto: Alessio Fagnoni