In geografia non c’è una caratteristica più importante di altre. Le montagne non contano meno dei deserti, i boschi non contano meno delle spiagge, così come i laghi non contano meno del mare. Tuttavia sono le diverse caratteristiche geografiche a determinare ciò che le persone possono o non possono fare. La moderna “geografia della connessione” o “connectography” come la definisce il suo creatore Parag Khanna, individua nelle connessioni fisiche e di connettività (strade, ponti, reti ferroviare, aeroporti, pipeline, cablaggi internet, metropoli) le nuove coordinate per raffigurare il mondo. “La comprensione e raffigurazione delle nostre infrastrutture, ci dice molto di più del funzionamento del mondo che non le cartine politiche con i loro confini” (P.Khanna). Estendendo questa teoria al surf, allora la possiamo immaginare tenendo conto di tutta una serie di fattori che non consistono solo ed esclusivamente nella conformazione fisica del territorio:

Liberia. Photo Arthur Bonbon

il surf oltre che della sua risorsa naturale disponibile (l’onda), si nutre di un immaginario apolide. Laddove il surf non può agire per un limite fisico geografico, agisce come prodotto comunicativo e propagandistico. La geografia del surf si sviluppa tenendo conto di due direzioni. Direzioni opposte ma non contraddittorie, anzi necessarie l’una all’altra. Da un lato lo sviluppo del surf da un punto di vista più appariscente, tecnologicamente e socialmente inclusivo, un surf che non produce schizzi o attese sulla line up, ma immagini che durano il tempo di immagazzinare i dati necessari a rendere felici i data manager e produrre una bella scarica di endorfine ai vettori di propaganda. Dall’altro il surf del luogo fisico, del viaggio desiderato, dei bagagli fuori misura, di mute pronte ad asciugare per la session del giorno dopo, un surf esclusivo. Ed in questo costante battibecco tra inclusività ed esclusività che trova terreno fertile la narrazione del surf, tra desiderante e desiderato. Una narrazione che già dai primi decenni del secolo scorso è stata prerogativa della classe agiata e di conseguenza del maschio caucasico.
Il Surf è uno sport Hawaiano, patrimonio culturale di ragazzi dalla pelle scura e dai capelli neri, ciononostante è considerato uno sport prevalentemente “da bianchi”.

 

Senegal. Photo Lupi spuma

Negli Stati Uniti, patria putativa dal surf mainstream, le spiagge tendono a essere l’ultimo dominio esclusivo dell’uomo bianco, questo perché negli Stati Uniti la segregazione razziale toccava in modo radicale perfino le spiagge, includendo anche il divieto, per i non bianchi, di acquistare proprietà sulla costa; questo ha fatto si che, sostanzialmente, la neonata cultura surf nascesse all’ombra di cartelli con su scritto White only. I grandi gruppi commerciali, inoltre, tendono a occultare il mosaico culturale che compone il mondo del surf semplicemente perché il razzismo vende; se i capelli biondi, gli occhi azzurri, le tette grosse e i bikini minuscoli pagano, allora la complessità della realtà può anche andarsene a quel paese.
Qualche tempo fa, nelle sale Statunitensi, uscì un documentario sul surf dal titolo Whitewashing; il regista, Ted Woods, ha dichiarato “Il problema è che ci piace fissare le cose dentro piccole scatole e categorizzarle. L’idea di un surfista nero non entra nella scatolina che il mondo ha ritagliato per il surf, così viene tagliato fuori. Così come è stata tagliata fuori la complessità dei rituali hawaiani legati al surf, quando questi non si adattavano alla perfezione all’immagine romantica che si voleva dare dello sport, una volta che questo è stato trasformato in un’attività commerciale altamente redditizia”.

 

Africa, Somalia, Mogadishu. Photo Marco Gualazzini

Tutto questo fa parte del fenomeno sociale che Woods definisce Whitewashing – e che in Italiano dovrebbe suonare, più o meno, come “risciaquatura nel bianco”- un processo che mitologizza i surfisti Americani e Australiani, relega i Polinesiani dentro i musei, trasforma le persone di colore in anomalie e le donne in meri corpi.
In mezzo a tutto questo c’è un continente intero che è stato spazzato via dalla narrazione che accompagna la surf culture, l’Africa. Sfruttata come dispensatrice di surftrip usa e getta (Marocco, Senegal) o conosciuta come vetrina di onde da sogno in un contesto difficile (Sud Africa), non è mai stata al centro di nessuna analisi approfondita. Eppure si surfa dalla Somalia alla Costa D’avorio, dal Mozambico all’Algeria e il continente intero è culla di una cultura surf particolare ed endemica, che molto ha dato – e molto ha da dare – alla surf culture mondiale. Questo nelle parole dei ragazzi di Mami Wata, una compagnia di surf Africana che si pone come obiettivo la diffusione nel modo della particolarità della scena surfistica africana e lo fa pubblicando Afrosurf, il primo libro che documenta e celebra in modo completo il surf, e la cultura di strada ad esso correlata, in Africa.

Liberia. Photo Arthur Bonbon

Il progetto, lanciato con una campagna su Kickstarter che ha raggiunto il suo goal dopo pochi giorni dalla pubblicazione, si prefigge di documentare il patrimonio surfistico africano e il suo approccio unico al waveriding che sono, in gran parte, ancora non documentati. Nella presentazione del libro si può leggere che “Afrosurf esplora il potere del surf africano e la sua influenza crescente, rinvigorente e stimolante sulla surf culture globale e sulla cultura di strada. Insieme a Selema Masekela e ad alcuni dei migliori fotografi, scrittori, creativi e surfisti dell’Africa, Afrosurf esplora la cultura del surf africana originale dal Marocco alla Somalia, dal Senegal al Mozambico, al Sud Africa e oltre”.
Abbiamo fatto una piccola conversazione con le menti dietro al progetto, per cercare di capire meglio un’iniziativa così importante per il nostro piccolo, ma importante, mondo. Che una nuova narrazione del surf abbia inizio, non solo una nuova narrazione geografica, ma una narrazione più egualitaria e più umana che riesca a interrompere il mito e derubricare la narrazione dominante!

SaoTome. Photo GregEwing

Per prima cosa, raccontateci qualcosa di voi, cos’è Mami Wata?

Mami Wata è un marchio di surf africano nato con l’idea di connettere il mondo alla potenza del surf africano. Il nostro obiettivo è essere una forza di propulsione benefica per tutta l’Africa e influenzare lo sviluppo sostenibile del continente attraverso concetti come l’Afrosurfonomia: l’idea che le onde del surf siano risorse economiche, sociali, culturali e ambientali comuni.

Foto di gruppo dei conducenti di chuduku a Butembo. Il dhuduku è la bicicletta tradizionale nel Congo orientale utilizzata principalmente per il trasporto di cose.

Cos’è AfroSurf?

AfroSurf è la cultura africana del surf. Il surf in Africa non è un’importazione occidentale o una moda passeggera. Gli africani surfano da migliaia di anni prima dell’arrivo degli europei. Il modo in cui ci approcciamo al surf e la nascenti e peculiari surf culture che vediamo sorgere in luoghi come il Sudafrica, il Mozambico, il Senegal, il Ghana, Sao Tomé, il Marocco sono tutte quante uniche. Ognuno si esprime in modo originale e autentico, traslitterando le proprie vite e le proprie esperienze (speranze, sogni, senso del divertimento e espressione di sé) attraverso il surf.

Nigeria. Photo Alanvan Gysen

Come è nata l’idea di un libro fotografico che racconta la storia del surf africano e perché?

La fotografia è come uno specchio e la rappresentazione all’interno dei media è di fondamentale importanza. Se non si vedono riflesse all’interno di una cultura le persone non credono di poter partecipare ed essere incluse. Il surf sta esplodendo in tutta l’Africa ricollegando, in un modo nuovo, le comunità alla conoscenza e all’esperienza che risale a migliaia di anni fa. Il surf è patrimonio e storia africani rappresentati in un modo nuovo. Fino ad ora nessuno aveva provato a ottenere un’istantanea completa della cultura originale del surf africano. È un nostro onore essere i primi a farlo.

SAINT LOUIS. Photo Lupi Spuma

Nella descrizione del vostro progetto si può leggere che “l’eredità del surf in Africa e il suo l’approccio unico al waveriding sono in gran non documentati”. Qual è l’approccio africano al surf e perché è così importante?

Nessuno conosce veramente la storia e il patrimonio culturale dell’arte africana di cavalcare le onde e delle culture legate all’oceano dall’Atlantico fino al Capo di Buona Speranza passando per la Somalia e il Mediterraneo; gli africani sono da sempre intimamente legati all’oceano e cavalcano le onde per divertimento fin dalla notte dei tempi. In questi giorni molte persone vengono avvicinate al surf attraverso programmi di Surf Therapy come Waves for Change e Surfers Not Street Children, che si concentrano sulla salute mentale, il benessere e la connessione naturale, un approccio che è molto diverso da quello occidentale che considera il surf soltanto uno sport o una sottocultura alla moda. L’approccio africano è più profondo e più significativo e offre un risultato diverso in termini di esperienza e cultura.

Nigeria. Photo Tyrone Bradley

Qual è il contributo che negli anni il surf africano ha dato alla surf culture?

Negli ultimi 10 anni le più grandi scoperte di surf sono arrivate principalmente dal continente africano. In termini di onde sconosciute, natura, avventura e scoperta, l’impatto dell’Africa sulla cultura del surf non ha eguali. In termini di ciò che il surf può significare per le persone, esistenzialmente, socialmente, culturalmente e ambientalmente, quella storia è ancora tutta da scrivere in Africa e il meglio deve ancora venire.

Mauritania. Photo Lupi Spuma

Il surf è spesso considerato uno sport da bianchi, anche a causa della narrativa tossica dei marchi mainstream, con il diffondersi dello stereotipo del surfista biondo, bianco e dagli occhi azzurri; inoltre, nella California degli anni ’50, mentre gli atleti del primo surf boom si facevano le ossa a Malibu, molte spiagge erano ancora “White Only” e leggende del surf come Buzzy Trent si esprimevano riferendosi agli afroamericani come “negri”. Cosa ne pensate di questo brutto capitolo della cultura del surf?

L’Africa è un continente giovane. Il surf è adesso. Nessuno conosce o si preoccupa di quel razzista di Buzzy Trent.

Quest’anno dopo l’ennesimo episodio di brutalità della polizia statunitense, si è formato un enorme movimento di protesta che sta cercando di mettere in evidenza e combattere la discriminazione che gli afroamericani subiscono negli Stati Uniti, un concetto che si è poi ampliato fino a coinvolgere gran parte del mondo occidentale. Per la prima volta dagli anni Settanta anche i surfisti hanno deciso di tornare sull’arena politica e di schierarsi apertamente a favore della Black lives matter. Cosa ne pensate?

Sosteniamo nettamente Black lives matter. Il razzismo sistemico è una scorciatoia per l’esperienza globale africana. Il primo prodotto dell’economia globale sono state le persone, schiavi, prelevati dall’Africa contro la loro volontà per lavorare nelle Americhe. È positivo che attraverso BLM, più persone stiano diventando consapevoli della storia e di come questa pagina dolorosa abbia plasmato il mondo moderno.

SaoTome. Photo Greg Ewing

La surf industry ha sempre bisogno di nuovi orizzonti da scoprire e vendere. Il continente Africano, salvo alcune realtà che già da anni hanno creato un indotto grazie al surf (come ad esempio Sud Africa e Marocco) è una realtà tutta da scoprire. Quali paesi secondo te possono sfruttare il surf come fonte di guadagno? Esistono paesi in cui consiglieresti un investimento per chi magari vuole aprire un surfcamp?

Guarda la forma e la posizione del continente africano. Guarda tutta quella costa. C’è quasi troppo potenziale. Africa settentrionale e occidentale, Angola, Namibia, isole dell’Atlantico, Madagascar e isole dell’Oceano Indiano, Mozambico, Tanzania, Kenya e, se sei coraggioso, Somalia; persino Algeria, Tunisia e Libia offrono delizie stagionali per il surf.

L’idea di Afrosurfonomics è fondamentale per il modo in cui immaginiamo l’impatto che il surf può avere sullo sviluppo dell’Africa. Si tratta di rafforzare le comunità di surf locali. Non ha senso avere surf camp fantasiosi che si rivolgono solo ai turisti internazionali. L’Africa ha molti resort di lusso nel bush che servono l’industria dei viaggi di safari, ma così la gente del posto finisce per essere esclusa dal proprio patrimonio naturale. Questo non è sostenibile né corretto. Le opportunità economiche e finanziarie offerte da surf break di qualità non sono meno importanti delle opportunità sociali, ambientali o culturali. L’obiettivo è costituito da comunità di surf locali forti e coinvolte.

Se volete sapere dove andare per il vostro prossimo surf trip saremo felici di darvi alcuni suggerimenti.

Foto per gentile concessione di AfroSurf. Photo courtesy of Afrosurf.