[n.d.r] Nel 1996 avevo 17 anni, i dreadlocks e un pizzetto inguardabile. Sulla porta di camera, nella vecchia casa dei miei genitori, avevo appeso un volantino grande come mezza paginetta; con inchiostro nero su carta gialla c’era scritto, se la memoria non mi inganna, qualcosa tipo “Clamoroso! Gesù non camminava sulle acque, surfava. E’ stato visto planare sulle onde con una 5’6”, tavola dalle misure incredibilmente ridotte per l’epoca. SVRF LATINO”. Quel volantino l’avevo preso a una manifestazione sportiva dove era presente lo stand dell’unica rivista di Surf Italiano e, da quel momento, avevo acquistato tutti i numeri che uscivano. Ricordo ancora articoli e immagini che hanno contribuito a formare la mitologia di una cultura surf italiana allora vergine: quel giorno che la bocca del porto di Viareggio sembrò diventare Mavericks, i pro europei che si affacciavano sulle nostre coste, le prime gare italiane, i problemi con i locals che sbroccarono a Banzai durante una gara di campionato, i capelli lunghi e bruciati dal sole di Maddaleni, Stefano Giuliani, Marco Urtis, Ronnie Baldini che era un ragazzino e che sembrava dovesse spaccare il mondo.
Quel giornale era frutto del lavoro di più persone, ma parto di un’unica mente surfisticamente instancabile, quella di Alessandro Dini che oggi, su HoboTheMag, parla della chiusura di Surfer Magazine, cercando di capire se davvero la sua scomparsa lascerà un vuoto nel mondo del surf.

Ale e Cheyne Horan a Lacanau nel 1989. Tra le mani Cheyne stringe una copia di Windsurf Italia dove aveva appena letto articolo di Alessandro sulle onde italiane

Quando gli amici di Hobo mi hanno chiesto di scrivere un articolo sulla chiusura di SURFER Magazine, non ho avuto il minimo dubbio sull’angolo che avrei dato al pezzo. Non mi addentrerò nel chi, come, quando, dove è nata la più prestigiosa e iconica rivista nella storia del surf. Queste informazioni le può trovare chiunque su internet. Mi piace descrivere l’impatto della rivista americana sulla nostra comunità surfistica, sulla prima generazione di surfisti italiani, sbigottiti quanto eccitati nel trovarsi a praticare questo sport così unico e affascinante nel mare più antico e ricco di storia del mondo: il nostro amato Mediterraneo.

Già da diversi anni ho imparato che non sempre il valorizzare fatti o personaggi appartenenti al passato ha un effetto positivo su chi lo fa: ti getta immediatamente nella cesta dei giocattoli, quelli da mettere in soffitta o da regalare a bimbi più poveri, un po’ come Woody di Toy Story. Appari un nostalgico, un patetico romantico che non sapendo stare al passo coi tempi si rifugia nei ricordi. Guai a dire a un giovane che preferisci un tube-ride profondo a un aerial 360… sei già nella cesta dei giocattoli.

Quando pochi giorni fa ho appreso la notizia della chiusura della Bibbia del Surf, ovvero SURFER magazine, una serie di sentimenti mi hanno attraversato la mente in un baleno. Ecco, ci siamo: nostalgia per i tempi passati, fitta allo stomaco nel calcolare quanti anni sono passati dalla lettura del primo SURFER, rimpianto per un altro mito dei miei tempi che scompare. Ma il tarlo aveva già iniziato a muoversi rapido nel cervello, facendo affiorare le prime domande e i primi dubbi. Perché rimpiangere la scomparsa di un mezzo di informazione lento e obsoleto come una rivista cartacea quando con un clic su internet posso cercare tutte le informazioni che voglio? Cosa c’è mai da rimpiangere! Negli anni 80 dovevo aspettare due mesi per sapere chi aveva vinto una gara mentre oggi me la guardo sul divano, in diretta. E’ quindi solo il fascino della carta che mi suscita questo senso di perdita? Rimuginando nei ricordi, mi sono recato nello stanzino situato nel tetto calpestabile del mio palazzo e mi sono messo a cercare quelle scatole dove, una ventina di anni fa, avevo stipato tutti i numeri raccolti nell’arco di un ventennio. Mi scoraggio… scatoloni e valigie con etichette riportanti il contenuto. Abbigliamento neve… foto e vhs famiglia… riviste cucina Lucia… infine eccole! Sono tre grosse scatole di cartone: Surfer Magazine 1982/1989, Surfer Magazine 1990/1993 e Surfer Magazine 1994/2002. Prendo la prima scatola con i numeri più vecchi. La apro e tiro fuori le riviste. Sono in ordine cronologico. Ne scelgo otto, una per ogni anno, a caso, e me le porto in salotto. Sapete quella sensazione che vi prende quando realizzate di vivere un momento particolare e decidete di godervelo in pace, di gustarvelo senza rotture di palle? E’ quel momento. Moglie ancora al lavoro, figli fuori casa, il sole che sta tramontando. Mi verso tre dita di quell’ottimo Bolgheri stappato la sera precedente e mi siedo sul divano. Alla mia sinistra le otto copie. Primo sorso. Intenso e complesso. Persistente…

Articoli di Alessandro per Windsurf Italia. Per la prima volta si parla di surf su una rivista italiana.

Ma i giovani surfisti di oggi, si perderanno qualcosa con la chiusura di SURFER? E se si, cosa? Prendo la prima rivista, senza badare all’anno, e inizio a sfogliarla, con delicatezza: la copertina rischia di staccarsi dalle due spille… Dopo una sfilza di doppie pagine pubblicitarie con i brand più famosi del momento, arrivo alla prima rubrica, “Surf Post”, dedicata alla posta del lettori di tutto il mondo. Domande a volte strane, ridicole, ma che anch’esse contribuivano ad ampliare la cultura e la conoscenza del surf. Poi, la seconda rubrica: “Sections”, notizie e curiosità. Ci sono finito anch’io con una foto del pontile di Forte dei Marmi, in un numero dei primi anni ’80. Segue “Tips”, consigli di esperti su argomenti più svariati. Nel numero sottomano i consigli sono quelli del dottore oculista Peterson, che spiega cos’è la pterygium (pinguecola o occhio del surfista) e di cosa fare per evitarla o, se troppo tardi, per curarla. Incuriosito, vado a controllare la data di uscita di quel numero: dicembre 1985. E la mente riparte nel suo viaggio indietro negli anni. Secondo sorso. Percepisco nuove sfumature, tabacco, cuoio… Quell’anno, il 1985, avevo trasferito il mio negozio Natural Surf da via Don Bosco al Marco Polo, a via Coppino, nella darsena di Viareggio. E avevo iniziato a scrivere alcuni articoletti per una rivista di windsurf. Al tempo ero l’unico distributore della rivista SURFER magazine per l’Italia. Infatti, vado nelle ultime pagine della rivista e ho la conferma. Nella pagina dedicata agli International Dealers della rivista, in ordine alfabetico, eccomi: Italy, Natural Surf – Viareggio.

Nella pagina dedicata agli International Dealers della rivista si può leggere: Italy, Natural Surf – Viareggio. All’epoca unico rivenditore italiano.

L’attesa mensile per l’arrivo di quella scatola di cartone era snervante. Decine di surfisti passavano quasi ogni giorno dal Natural: “Oh, Ale, ma non è ancora arrivata?” E quando arrivava, erano litigate. C’era sempre qualcuno che reclamava la sua copia, finita rapidamente come un vassoio di paste calde appena uscito dal forno della migliore pasticceria della città. C’era chi la comprava solo per sapere chi aveva vinto l’ultima gara del circuito ASP (ora WSL) e chi conduceva la classifica generale: “Ragazzi, ora è tornato in testa Tom Curren!”… Chi per vedere com’era andato l’inverno hawaiiano e la Tripla Corona: “Ma hai visto che bombe ha preso Brock Little a Waimea?”.

I risultati del circuito ASP

Chi per quella rubrica dedicata alle tavole da surf (Design Forum) e aggiornarsi sulle ultime novità e trend in termini di shapes, materiali e tecniche di costruzione. Ma tutti noi l’aspettavamo con la stessa trepidazione con cui un bambino attende la mattina di Natale per trovare i regali sotto l’albero, perché quelle pagine ci aprivano una finestra su un mondo per noi così ancora poco conosciuto, lontano ma così affascinante. La storia, le leggende, i miti, i campioni, gli shaper, le location più esotiche, le news della surf industry e i gossip da spiaggia, tutto questo, in ogni numero. Man mano che sfoglio le pagine una piacevole sensazione si impossessa di me. E’ come quando ritrovi un amico che non vedevi da molto tempo e dopo pochi minuti ritrovi quella complicità, quella sintonia che ti fa quasi prevedere le sue reazioni, le sue parole. Nel 1992, nel programmare la prima struttura di Surf Magazine, la prima rivista italiana di surf, mi basai molto su quella della più diffusa e prestigiosa rivista del mondo, soprattutto nell’uso di rubriche fisse che diventano appuntamenti attesi e irrinunciabili per il lettore. Ho sempre pensato che per diffondere la cultura del surf in Italia non era necessario inventarsi chissà cosa, ma bastava sfruttare l’esperienza di paesi surfisticamente più avanzati, e limitarsi a capire cosa era applicabile alla nostra realtà e cosa no. Terzo sorso, tannini eleganti. Dopo una serie di articoli interessanti, verso la fine della rivista riprendono le rubriche fisse. Una di quelle che più mi divertivano era “Extra”, immagini di surfisti in posizione curiosa, vestiti da cow-boy o da Santa Claus, wipe-out clamorosi, maiali in surf e roba così. Sulla mia rivista, la pagina finale dedicata a foto curiose si chiamò “L’Ondaccia”. Chiudo la rivista, ma ecco un altro colpetto al cuore quando nella quarta di copertina vedo una pubblicità mitica della Gotcha, con Martin Potter e Cheyne Horan tra due top model di Hollywood. Ruoto il vino nel bicchiere e lo annuso senza bere. Il dubbio rimane. I surfisti di oggi, giovani o anziani che siano, non hanno più bisogno di lunghe attese per sapere ciò che vogliono, basta digitare le parole giuste in un motore di ricerca… et-voilat! Ma, mi domando, la qualità di certi articoli online è all’altezza di quelle mitiche penne che scrivevano su Surfer magazine? Chi li ha scritti era lì, sul posto, quando ha buttato giù quell’articolo sulla Groenlandia o anche lui ha fatto tutto tramite internet? E l‘intervista fatta al personaggio di turno com’è avvenuta? L’aveva davanti in carne e ossa, o ha inviato l’intervista all’ufficio stampa o al manager del personaggio che hanno poi risposto su risposte pre-confezionate, mentre il loro “cliente” era a fare un photo-shooting in Indonesia o impegnato in una tappa del mondiale? Il bello del mio lavoro, quando ero direttore editoriale di Surf Magazine e poi di Surf Latino, era incontrare fisicamente i surfisti e le leggende. Fissare l’intervista e poi farla in spiaggia dopo una heat, o a un bar sulla costa davanti a un boccale di birra mi eccitava più di ogni altra cosa. Percepire dai gesti, le parole, gli sguardi, non solo l’atleta, ma l’essere umano. Ricordo che una delle ultime interviste che cercai di fare a un top 10 del circuito ASP, nei primi anni del 2000, la dovetti inviare a un ufficio stampa e attendere un paio di settimane prima di ricevere una fredda e-mail con le risposte, senza aver avuto nessun contatto vocale con il surfista professionisti. Capii che era finita un’epoca e che il surf stava diventando troppo simile al calcio, cosa poi confermata negli anni a seguire, purtroppo. Gusto l’ultimo sorso.

Non ho ancora delle risposte certe e non sono ancora sicuro, in questo mondo sempre più dominato da internet, se SURFER magazine mi mancherà o meno. Ma il cuore mi dice che gli articoli, le interviste e le rubriche che per anni ho letto sulle pagine di Surfer magazine o sulla sua diretta competitor (Surfing magazine), avevano un’altra profondità, una complessità e un sapore diverso, più genuino e sincero. Proprio come questo bolgheri appena scolato.

– Alessandro Dini –

Foto per gentile concessione di Alessandro Dini.