L’11 Marzo 2021 esce nei cinema australiani Girl’s can’t surf, un documentario che racconta la storia delle donne che hanno combattuto perché il surf femminile fosse preso sul serio.

Negli anni ’80, un agguerrito gruppo di surfiste decise che ne aveva abbastanza del maschilismo che governava il mondo del surf, e del sessismo che imperava nel World Tour a partire dalla disparità di retribuzione. Il film mette in evidenza la lotta, dentro e fuori le onde, che ha contribuito al raggiungimento dell’accordo sulla parità salariale tra le surfer e la World Surf League, avvenuto nel 2019.

Christopher Nelius (regista, scrittore e produttore) e Julie Anne De Ruvo (co-sceneggiatrice) hanno scovato un’incredibile serie di clip, probabilmente tirate fuori dai garage di ragazze di tutto il mondo, e le hanno combinate con filmati inediti e interviste brutalmente oneste, durante le quali surfiste del calibro di Jodie Cooper, Pam Burridge, Layne Beachley, Lisa Andersen e Jorga e Jolene Smith parlano francamente della lotta per l’uguaglianza in un’epoca sciovinista.

Il film racconta come le pioniere del surf femminile guadagnassero un decimo di quanto guadagnavano gli uomini, di come fossero talvolta obbligate a disputare le loro heat durante la pausa pranzo dei ragazzi e di quanto tutto quanto il loro mondo fosse focalizzato sul loro aspetto fisico.
Damien Hardman, ex campionessa del mondo di surf, ricorda: “Penso che volessero sopratutto che apparisse il nostro aspetto, dovevamo essere attraenti e vestire bene. ” e Pam Burridge, campionessa del mondo nel 1990, osserva: “Ho avuto diversi problemi, dovevamo stare attente al peso, ci dicevano che altrimenti l’intero sport sarebbe andato in fallimento”.

Il documentario mostra una realtà brutale dove, durante le competizioni, per le donne era difficile anche soltanto avere la possibilità di surfare onde decenti. Jorja Smith, ex surfista professionista e debuttante dell’anno nel 1985-86, racconta come agli uomini fossero riservate le onde migliori mentre loro venivano lasciate a surfare “la feccia di merda dell’oceano” non appena il vento onshore entrava a disturbare le heat maschili.
Le condizioni di surf che venivano riservate alle donne facevano quindi parte di un quadro più ampio di mancanza di rispetto e uguaglianza negata, di cui la differenza di retribuzione era solo uno degli argomenti più sensibili.

Non si può fare a meno di rabbrividire mentre il film ritorna al 1989, quando gli organizzatori dell’Huntington Beach OP Pro in California decisero di cancellare l’evento femminile per poter fornire maggiori premi in denaro ai primi 30 surfisti maschi, mantenendo però la gara di bikini.
“Abbiamo ricevuto una lettera che diceva quest’anno elimineremo il contest femminile, ma il concorso per il miglior bikini rimarrà… quello è stato il preciso momento in cui ci siamo rese conto che avremmo dovuto prendere una posizione” raccontano le gemelle Jolene e Jorja Smith, animatrici della protesta che portò l’OP a cedere, ripristinando l’evento delle donne.

Foto: Barbara Rezende

Nel corso delle interviste si intuisce come un argomento spesso sostenuto all’epoca era che le donne surfiste portavano meno soldi alle aziende che le sponsorizzavano, perché vendevano meno bikini di quanto i surfisti maschi riuscivano a far vendere pantaloncini da surf. Poi nel 1993, Quicksilver si accorse che c’era una forte vendita dei loro pantaloncini da bagno di taglia più piccola, perché le donne compravano e indossavano indumenti da uomo. Quindi avviò un marchio dedicato all’abbigliamento da surf femminile chiamato Roxy, che in soli quattro anni fece guadagnare oltre 600 milioni di dollari all’azienda, dimostrando come spesso il raggiungimento di un diritto coincida purtroppo con il tornaconto del capitale.

Girls Can’t Surf rafforza l’idea che lo sport sia un microcosmo, specchio perfetto della società che lo circonda. Gli anni ’80 erano un periodo in cui la società traboccava di sessismo e la mercificazione sessuale del corpo della donna era al suo culmine ed è anche per questo che le ragazze erano costrette a usare bikini succinti durante le gare. Un abbigliamento totalmente inadatto che infastidiva fortemente le atlete, finendo per diventare “peggio di un clistere”, nelle indimenticabili parole di Jodie Cooper, un’ex surfista del West Australia, nota per la sua capacità di big wave surfer.

Il raggiungimento dei diritti passa attraverso la lotta e la consapevolezza della forza che i lavoratori hanno quando decidono di combattere assieme. Esemplificativo a questo riguardo è un evento avvenuto nel 1999, a Jeffrey’s Bay in Sud Africa: le surfiste furono invitate a fare iniziare una loro heat in un momento in cui le onde erano veramente orribili, invece di ubbidire, quella volta le ragazze si rifiutarono tutte quante di entrare in mare, e quel momento è considerato un punto di svolta per la lotta all’eguaglianza di sesso nel surf.

Le cose sono migliorate negli anni ma, come la storia dei diritti sul lavoro ci insegna, se non si difendono con la baionetta tra i denti i diritti acquisiti, si fa presto a scivolare in situazioni che possono essere ben peggiori di quelle da cui le lotte sono partite