Pochi giorni fa, la pagina facebook “Io, professione Mitomane” è stata chiusa per volere dei suoi amministratori. La tendenza alla mitomania e alla “mitomanata” non è esclusiva di pochi ma è riferita al tutto il corollario social e ai suoi attori, cioè noi, poiché nessuno è escluso dal meccanismo su cui fanno leva i social, esibizione e autocompiacimento. Era una pagina in cui si volevano evidenziare attraverso la satira i meccanismi autoreferenziali dei social, del giornalismo e della politica. Nata durante il lockdown era diventato un luogo virtuale interessante dove poter ammirare la caratteristica peculiare del mitomane: una eccessiva esibizione del sé, una narrazione narcisistica della propria esperienza, invidiabile e unica.

Era il 21 febbraio 2020 quando al primo paziente di Codogno (quello che in quel periodo si pensava fosse il primo) veniva rilevata la presenza del virus covid-19. E’ passato un anno e le macerie e i detriti lasciati da questo evento epocale e drammatico ancora non riusciamo a calcolarli. Violenze domestiche aumentate, alcolismo aumentato, disoccupazione aumentata, disuguaglianze aumentate, differenze tra nord e sud del mondo aumentata, differenze di classe aumentate. La corteccia sociale, già debole, ha ceduto mese dopo mese a favore di un atteggiamento ricalcitrante ed egoista, a protezione del proprio feudo. In tutto questo trambusto, gli “aggregatori” di socialità dal vivo venivano relegati ai margini, non ultimo lo sport. E nel momento in cui i corpi subivano un distanziamento fisico, la pillola blu ci addolciva le giornate.

Quando un emisfero poteva godere ancora di una certa libertà di movimento l’altro si bloccava e viceversa. Una regione diveniva gialla, l’altra ancora rossa. Montagna chiusa, mare interdetto, cemento muto. Tutti ad aspettare un futuro che in fondo non è altro che il nostro passato. La voglia di ritornare a ciò che si faceva prima di questo interminabile lockdown era tanta. Ed allora subito a tesserarsi come atleti, pescatori amatoriali o a fuggire in parti del mondo in cui si poteva fare ciò che si faceva prima. Ed in culo a sta merda di situazione. Io me lo posso permettere ed una foto mentre me la godo ci sta sempre. Perché io sono un atleta, perché io ho la possibilità, perché io sono uno dei tanti espatriati sparsi nel mondo per seguire una passione. I momenti di sport diventano vetrine in cui la metrica atletica sposa il fotogramma, e stare in un luogo esclusivo diviene una invidiabile vita da desiderare. Già prima di questo blocco totale, il riding, con le sue linee incise su asfalto, acqua e neve, aveva subito una sorta di stasi creativa. La democratica struttura dei social network aveva soppiantato l’elitarismo cartaceo. Prima sulle riviste c’erano solo gli atleti o i personaggi di rilievo, insomma una piccola nicchia sportiva.

Ora con l’avvento del digitale e delle piattaforme social, la narrazione sportiva è democratica, orizzontale e personale. Tutti possono essere creatori, allineandosi così verso una visione autoreferenziale dello sport. L’esibizione non è di pochi ma di tutti. Però gli anni della trasformazione oltrepassano oramai più di un decennio ed è diventato noioso parlare di ciò che non c’è più. Perché, seppur alcune riviste cartacee sopravvivono, ciò che manca è l’impatto emotivo che quelle riviste creavano. Una foto su una rivista per il fruitore valeva molto in termini di tempo, immaginazione e sogno. Un fotogramma era un trampolino moltiplicatore di visioni. Insomma quella foto ti faceva perdere del tempo steso sul letto, sotto il banco di una scuola o seduto al cesso. Passavi i minuti ad immaginare e ricamare i sogni. Le emozioni si delineavano per la novità che la foto rappresentava e per il desiderio di emulazione che si portava dietro. Ora non c’è più niente di nuovo non perché sia stato fotografato tutto, ma perché le immagini veloci (le stories di Instagram ad esempio) e democratiche (tutti si possono esibire) hanno creato un vuoto di emozioni. La contrazione del tempo dell’immagine ha creato una stasi onirica per lasciare lo spazio ad un narcisismo totalizzante. Siamo divenuti tutti tedofori, portatori della fiamma olimpica e pochi ormai sono gli spettatori che al cospetto dell’atleta continuano a esultare.

Però in questa sorta di pantano sportivo e culturale in cui si è ritrovata l’arte del riding, in cui bastava dichiararsi ambientalisti o anticonformisti per poter pagare il dazio di coscienza che lo sport su tavola richiedeva per la sua matrice contro-culturale, è arrivato dagli Stati Uniti un monito. Perché tra giugno e maggio in seguito al Black Lives Matter e alle proteste che si è portato dietro, le comunità skate e surf si sono rese protagoniste scegliendo di sposare una battaglia comune. Perché sì, se in molte parti del mondo il riding è un atto avulso dall’impegno sociale e l’essere uno stile di vita è più un esercizio retorico, negli Stati Uniti ha dato prova di essere altro. Non solo ambientalismo, ma esercizio collettivo contro pratiche discriminatorie e vessatrici.