Stephanie Gilmore è nata nel 1988 a Murwillumbah in Australia, una piccola città appena oltre il confine con il Queensland. Suo padre, local assiduo di Snapper Rocks, insegnò alla figlia a fare surf quando aveva 10 anni e, in poco più di due anni, la ragazza divenne una frequentatrice regolare di line up affollate, iper selettive e quasi esclusivamente maschili in posti come Kirra e Burleigh Heads. “Ero un tale maschiaccio”, ricorda Stephanie a proposito della sua adolescenza, “che non mi sono rasata le gambe fino ai16 anni”.

Le sue qualità competitive erano evidenti molto prima che diventasse professionista. Da dilettante, vinse il titolo junior del New South Wales nel 2003, l’anno successivo divenne campionessa nazionale australiana junior e nel 2005, ancora diciassettenne, vinse il suo primo evento da professionista, il Roxy Pro Gold Coast, sconfiggendo in semifinale Layne Beachley, astro indiscusso del tour mondiale.

Il suo impatto sul surf professionistico è pari soltanto a quello di Kelly Slater sul tour maschile.
Nel 2007 debuttò nel WCT vincendo otto eventi e guadagnandosi il suo primo titolo mondiale, che mantenne poi anche per i tre anni successivi. Alta e forte, Steph è dotata di un incredibile mix di forza e fluidità che le ha permesso di esprimere un surf esplosivo e radicale.

Per prima, tra le donne, è riuscita a dare un forte impatto commerciale alla sua carriera di surfista, firmando nel 2010 un contratto quinquennale da 5 milioni di dollari con Quiksilver, diventando così la prima surfista da un milione di dollari del tuor. Intanto qualcosa nel suo aspetto iniziò a cambiare, il maschiaccio era ancora lì, ma una sorta di mal celato sex appeal aveva preso ad accompagnarlo; in fin dei conti si sa che i milioni di dollari non li regala nessuno.

“Ai miei occhi”, ha detto alla giornalista di surf Janna Irons, “la migliore surfista è quella che riesce a infilarsi dentro grandi tubi, sopporta le grattugiate sulla barriera corallina, e poi è capace di voltarsi sorridendo e continuare a essere aggraziata e elegante su onde enormi. Questo è quello che sto cercando di ottenere.”

Il suo carattere solare e il suo atteggiamento costantemente allegro le erano valsi il soprannome di Happy Gilmore, la vita però mette spesso davanti a prove dure e inaspettate.
La sera del 27 dicembre 2010, mentre Stephanie saliva i gradini che conducevano al suo appartamento di Tweed Heads, fu vittima di un’imboscata da parte di uno squilibrato che brandiva una sbarra di ferro. L’uomo riuscì a colpirla più volte, procurandole diverse echimosi e rompendole un polso.
Lo shock fu più forte delle ferite, che guarirono presto, e le lasciò addosso una sorte di inquietudine che le impedì di trovare il suo ritmo per tutto il 2011. Quell’anno coincise anche con l’ascesa nel tour mondiale di Carissa Moore – un fenomeno hawaiano di 19 anni, potente e senza paura come la Gilmore – che riuscì facilmente a vincere il titolo.

Layne Beachley, la cui impressionante serie di titoli era stata interrotta proprio da Stephanie, nel 2007 disse alla rivista Surfer che “era solo questione di tempo prima che qualche ragazza si rendesse conto di avere la capacità non solo di battere Steph, ma di sfidarla per il titolo mondiale.”
Contrariamente a quello che pensavano in molti la sua parabola ascendente non era però destinata a fermarsi. Nel 2012 con un fulmineo rientro riacquistò il predomino, accumulando abbastanza punti per il quinto titolo mondiale ancora prima che si tenesse l’ultima gara dell’anno. Fu quello il momento in cui SurferToday cominciò a chiedersi se la Gilmore, che a quel punto era anche la surfista commercialmente più vendibile dai tempi di Kelly Slater, sarebbe potuta diventare “il surfista più influente di tutti i tempi”.

Nel 2013, zoppicante per gli infortuni, Stephanie ebbe il suo peggiore anno da professionista, non riuscendo a vincere un evento e terminando al quinto posto del tout. Quello fu anche l’anno delle polemiche, la Gilmore infatti recitò in uno spot promozionale velatamente sexy per il Roxy Pro Biarritz, girato oltretutto in un contesto completamente privo di onde. Furono molti ad accusarla di essersi piegata alla mercificazione del corpo delle surfiste, singolare che le stesse accuse non siano mai state rivolte a kelly Slater che pure aveva posato nudo nel 2011 per il “Body Issue” di ESPN The Magazine.

Le polemiche non fermarono la carriera sportiva di Stephanie che ha continuato a surfare a livello professionistico, vincendo il titolo mondiale nel 2014 e ancora nel 2018, e continuando imperterrita a proporre un surf così innovativo che, a prescindere dai risultati sportivi, fa si che si possa ancora voltarsi a guardarla chiedendosi se davvero siamo di fronte al surfista più influente di tutti i tempi.

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