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Siamo sicuri che sia ancora Surf? Quanto l’evoluzione tecnologica ci allontana dall’anima dello sport

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Nel corso della storia, i progressi tecnologici hanno ridefinito le culture in tutto il pianeta e il mondo del surf non fa eccezione. Evoluzione e sviluppo della tecnologia per le mute, Wave garden, l’onda di Kelly, le mute con i palloncini per i wipe out sulle onde enormi, l’hydrofoil e i nuovi materiali di altissimo livello per la costruzione delle tavole hanno cambiato il come , dove e quando possiamo surfare.
L’argomento suscita così tanto interesse che su surfer magazine si è acceso un dibattito serrato.
La maggior parte delle persone pare essere d’accordo sul fatto che tutto questo rappresenti un grosso beneficio per tutti quelli che amano il nostro sport. C’è però qualcuno che la pensa diversamente, che crede che lo scivolare sui flutti marini abbia più a che fare con la cultura che con lo sport e che si chiede quanto lontano, tutti questi progressi, ci stiano portando dall’essenza naturale dell’arte di cavalcare le onde; interrogandosi su quale sia il punto in cui quello che facciamo smette di poter essere definito surf .
La domanda più insistente di chi sposa questa linea di pensiero pare essere questa: Con scorciatoie tecnologiche come le tavole spinte su onde enormi dalla propulsione dei jet sky, le grosse multinazionali che sponsorizzano ogni evento di un certo livello e le piscine con onde artificiali che diventano una realtà sempre più vicina, quanto siamo vicini dal perdere lo spirito del surf tradizionale?
Fondamentalmente però, il nocciolo della questione pare girare intorno a quello che surfiamo. Dopo il perfezionamento del Wave Garden, l’apertura del parco di Snowdonia in Inghilterra e , sopratutto, dopo la rivelazione al mondo della mirabolante onda artificiale creata da Kelly Slater , tutto pare essere a un punto di svolta. Questi gioielli di ingegneria applicata al riding sono capaci di produrre una serie infinita di onde perfette e tubi mozzafiato in posti in cui il mare non si riesce a vederlo neppure col binocolo. Tutto questo ovviamente sempre che si abbiano le possibilità economiche per potersi permettere l’entrata in questi centri commerciali delle onde.
Anche se la disponibilità giornaliera di onde perfette – pur se a pagamento – può sembrare il sogno di ogni surfista medio borghese, viene da chiedersi, se quello a cui ci troviamo davanti quando vediamo un ragazzo cresciuto tra le onde dolci di una piscina, sia ancora un surfista.

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L’onda artificiale creata da Kelly Slater

L’atto del remare fuori, in mare aperto e la scelta di un’onda che è unica e sola, così come lo è quella singola swell che abbiamo scelto, aspettato e seguito , sono o no aspetti indissolubilmente legati all’intima natura del surf?
Cosa è che sta nascendo e quanta compatibilità ci sarà tra il vecchio e il nuovo mondo?
Saremo ancora tutti parte di un’unica, sebbene variegata, famiglia o si creerà uno scisma tra i surfisti tradizionali, legati indissolubilmente alle onde dell’oceano e il gruppo emergente di surfisti nati e cresciuti sulle onde artificiali?
I nostri fratelli che vivono senza uno sbocco sul mare – abituati a passare le loro giornate tra le onde perfette delle piscine- potrebbero addirittura sviluppare una cultura tutta loro, che poco ha a che fare con quella che siamo abituati a conoscere e in cui siamo soliti riconoscersi.
Certo non tutto il male viene per nuocere, surfare soltanto onde perfette e indistinguibili l’una dall’altra magari potrà far nascere una nuova e sgargiante era, fatta di altissime prestazioni e mirabolanti manovre.
Come se non vedessimo già abbastanza air reverse.
I più radicali pensano che il massimo che potremmo aspettarci da questa nuova rivoluzione sia la nascita di una cultura popolata di kook fatti con lo stampino, capaci di surfare solo in condizioni ideali.
Noi non abbiamo una risposta a tutti questi interrogativi, crediamo però che la maggior parte dei surfisti sarebbe d’accordo se dicessimo che nell’arte di cavalcare onde reali, in mezzo al mare e senza assistenza meccanica, ci sia qualcosa di profondo; un qualcosa di intangibile che ha più a che fare con l’anima di un gesto che con la perfezione della sua esecuzione.

Avon – Heaven, echi dalle radici dello Stoner. Avon e Nausea Or Questra Live @Struttura Birra

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Testo : Andrea Fedi

Da piccolo associavo il colore arancione alla paura. E questo perché una volta avevo sognato il cane demone del primo film dei Ghostbusters (e non dei cristiani, birboni) che una notte mi rincorreva nel corridoio di casa mia ed era preponderante la luce arancione appunto dei lampioni installati lungo un’anonima strada di San Paolo in Prato, che entrava dalla finestra della stanza in cui sopravvivevo. Mi è sempre rimasta impressa quella sfumatura chimica, tipo aliborange anfetaminico e fosforescente, che ti verrebbe voglia di pipparlo come se ti trovassi in una dimensione in cui gli spacciatori smerciano mandarini ed una carota può assurgere a simbolo generazionale senza doversi per forza travestire da dildo.
Arancione era la sfumatura che le luci dipingevano sulla chioma di un certo John Garcia, ritagliandone i contorni scuri in controluce e disegnando un’aureola di male, come in un’eclisse di ciò che era stato e sarebbe poi dopo di lui, i capelli a coprire il volto in stile novello cugino It. Era il 1996 e i Kyuss avrebbero in effetti eclissato tutti, sia chi c’era stato a suonare prima di loro (che era un festival di ottime band), sia gli unici che ci avrebbero provato dopo, nientepopodimeno che i Soundgarden, che alla fine, forse fiutando l’andazzo o davvero per stanchezza da fine tour come dichiararono alla stampa e al pubblico, imposero la loro anima più punk facendo divertire chi, come il sottoscritto, non aspettava che quello e indisponendo sommamente chi, al contrario, si aspettava di vedere i Led Zeppelin.
Rodriguez era la base ritmica, Homme un ragazzino, Garcia pareva Ozzy teletrasportato alla velocità della luce nei mondi di Herbert e il gruppo aveva il potere di creare il Deserto, laddove i cespugli ruotanti girano in un’eterna ipnosi, raccogliendo tra gli arbusti contorti storie leggende e illazioni di puttane, disperazione, cervi e solitudine. La realtà buca come i cactus, l’acqua fresca è quasi introvabile ed è necessario fare attenzione ai serpenti a sonagli: direi che assomiglia più o meno alla stessa cosa che si subisce la mattina se fai il pendolare, e ti trovi a dover sempre correre per non perdere quel cazzo di treno e a bestemmiare quando invece è lui a perdere te, che a volte capita anche di questo. Allora il grigio, predominante tono associato alla città bagnata di pioggia e fluidi generati da cattivi pensieri (soprattutto di lunedì mattina, per chi ha lo sculo di doverlo necessariamente affrontare), si accende dei colori caldi della rabbia, di cui l’arancione è degna sfumatura del rosso acceso.
Non è un caso che dove abbiano suonato gli Avon le pareti siano a vetri, trasparenti, permeabili sia ai comuni sguardi che all’ingerenza di un sistema che forse crede che sia bastato dotare tutti di una buona visuale ottica notturna per far sì che sapessero dove dirigere i propri passi, anziché prediligere metodi volti a favorire una crescita libera ed individuale, per vedere dove dirigere la propria mente e la propria anima: stessi lampioni, stesse strade anonime, stessa fottuta città, stesso colore. Deja vu.
Torna l’arancione della notte, l’illuminazione sociale delle strade perdute delle vite di chi, una sera, si è ritrovato ad ascoltare un concerto e forse anche ad interrogare sé stesso su cosa manca, cosa si può fare e cosa piglia bene. “Se me lo avessero raccontato non ci avrei creduto.” dice il Macca, il chitarrista dei Nausea Or Questra. Ha ragione. Ma io mi chiedo: si va a vedere un gruppo che suona un genere perché ci piace il gruppo e il genere, o si va a vedere quel gruppo perché ci suona uno che è stato a suonare con quelli che hanno inventato il genere e allora forse è un surrogato e tutto sommato quello che si vuol vedere è una cover band con qualche brivido in più? Siamo andati a cercare di scoprirlo.

I Nausea Or Questra hanno cominciato per primi e non sono una bella scoperta semmai una profonda riconferma.
Ho avuto la fortuna di conoscerli in evoluzione, dal trio solo Nausea fino a decidere di inglobare una sezione orchestrale assunta a ruolo di indiscussa protagonista sia dal punto di vista musicale che teatrale sullo stage che è anche un palco in cui si recita, con la complicità di testi impegnati profondamente anticristiani (jesusaveus!) e una fisicità molto rock senza frottole e contaminazioni barocche in stile mediatrade.
La storia continua con un nuovo ritorno ad un trio strumentale senza cantato, a bestemmiare contro il cielo per convincere il Macca (chitarrista e cantante) a tornare di nuovo ad urlare la sua rabbia nei confronti del sistema istituzionalizzato di potere cristiano.
Il ritorno della violoncellista, cantante e tastierista Eleonora, segna il fino a questo momento (e si spera) definitivo assetto di una band che oramai sono anni che propone buona musica. Sono di parte. Condividere la stessa ammirazione per un certo tipo di corrente musicale alternata che ha sede a Montesano (Washington) ed è indiscussa proprietà dei Melvins mi avvicina molto a loro.
Ma il punto fondamentale è l’interpretazione dell’ispirazione che questi ragazzi rielaborano in un processo che riesce a fondere cavalcate sparate in susseguirsi di cambi veloci, intervallati ad arpeggi di basso sui quali calano i vocalizzi di Eleonora e le ruvidi asserzioni del Macca. Le arie si fanno cupe ed esplodono con fragore, una tempesta in cui il ruolo del violoncello diventa quello del fulmine, note che sembrano perdere la morbidezza propria dello strumento e diventano lame affilate che si scaricano tra i piedi di noi poveri spettatori, immoti sulle piane di Platea (che è di nome e di fatto) ad aspettare la furia della rabbia degli dei, in sottofondo il rumore di tuono di una base ritmica bassa e violenta e la chitarra che lamenta racconti su immaginarie terre lontane, in cui tutto questo sia la norma e non l’eccezione.
Rispetto e adoro, in ogni caso, le ragazze che fanno musica. Essere A Girl In A Band (grazie Kim) potrebbe essere non sempre facile e forse alcune tipe certe posizioni devono conquistarsele sui capricci dei soliti leader gender: male. Non è per fortuna il caso di Eleonora ed è chiaro che sia lei a conquistare, quando è sul palco, non i base a quei capricci ma facendoli propri calamitandoli e direzionandoli sugli spartiti scaturiti in interminabili e alcoliche prove, di quelle dove il gruppo sogna e immagina e vive la propria musica. E tutto questo non a prescindere dai Nausea se lei è “Or Questra” ma proprio grazie ai Nausea, che anche se poi il nome intero suona meccanico come due ingranaggi arrugginiti che stridono e fanno fatica a girare insieme, rende l’idea di cosa è la band. Loro quattro. E la loro musica.
Il gruppo spalla non è un riempitivo e la Santa Valvola, protettrice della serata con Dio Drone e Struttura Birra, lo sa bene. Ho visto suonare i Nausea Or Questra diverse volte, ma credo che a questo giro gli Avon abbiano potuto affermare di aver avuto veramente un ottimo gruppo spalla. Credo che sia una delle gentilezze migliori che puoi fare ad una band che viene dall’estero, cioè anche da parecchio lontano. Mettili a loro agio in ogni modo, ma questi fanno musica, quindi preoccupati prima di tutto di dargli buona musica, e credo che li avrai fatti contenti, anche se si suona davanti a cinquanta persone in un pub di Prato in Italia, sotto la luce arancione che rischiara la foschia, terribilmente; c’è la seria possibilità che gli rimanga una bella sensazione. Da quello che ho visto prima durante e dopo mi pare che sia lecito dare una risposta affermativa.

Gli Avon erano molto attesi, e da quello che si leggeva nei vari social pareva essere prevista molta più affluenza di quella che in effetti c’è stata. La pubblicità all’evento è stata ineccepibile, si è posta molto l’attenzione su quanto questo fosse un evento piuttosto unico a Prato. Per quel che principalmente mi interessa entra in graduatoria con i Sonic Youth e la Rollins Band all’anfiteatro Pecci, forse Le Notti di Maciste, sicuramente Mark Lanegan, inutile negarlo.
Lo Stoner così come lo conosciamo nasce dalla seconda negli anni novanta e affonda le sue radici all’inizio degli anni settanta. Peso. E’ un genere che è riuscito a creare una contaminazione strutturata, che si è elevata a suono effetto ed immagine, assumendo personalità propria. Gli Avon sono figli legittimi di questo amplesso sonoro e ci giocano come chi raccoglie l’eredità del padre, forse un po’ odiandolo sotto sotto ma comunque ripercorrendo i suoi passi. Ed è soprattutto questo che piace al pubblico che è venuto a vedere proprio fin dove si spingerà l’amore per il supremo parente più prossimo e dove comincerà l’indipendenza del prodigo figlio artista. Perché anche se hai suonato con Garcia ed Homme proporsi in proprio è un altro paio di maniche, giacché nell’etere si sono diffusi gli Slo Burn e gli Unida e i Che, ma prima c’erano stati anche i Down e poi Orange Goblin e Celestial Season e i Nebula, gli Electric Wizard e una scena che ti invitava a digitare il prefisso 35007 finanche più vicini, gli Ufo Mammuth e soprattutto gli Stoner Kebab, che sono proprio delle nostre parti e testimoni possono affermare che sono conosciuti da Istanbul fino a New York (ma in realtà si arriva a Seattle, giuro). Quindi, in definitiva, la causa principale di attrazione, per i pochi diavoli che ancora sentono nelle ossa il dovere di partecipare ad un evento rock, oltre alla figata e alla curiosità, era sentire quante canzoni dei Kyuss o dei primi QOTSA ci sarebbero state.
Complice anche il fatto che Mad Marco, il disco degli Avon, non è facile da trovare per acquistarlo, nemmeno su internet (non ho azzardato il deep), ed ho trovato delle serie difficoltà anche a scaricarlo senza utilizzare canali tradizionali come torrent emule e soulseek, ma solo da web. Sono riuscito a piratare sei canzoni. L’ascolto mi mostra una band che una sua identità la sta costituendo e questo mi rincuora, anche se ho l’impressione che Gonzalez sarà sempre rincorso dai fantasmi di un passato importante e coinvolgente.
Alla fine del set mi volevo accaparrare la scaletta, ho preso quindi il foglio bianco spiegazzato che giaceva tra gli effetti, era quello dei Nausea, il cui batterista Daniele mi ha soccorso richiedendo per me la scaletta agli Avon. Un piccolo pezzetto di scotch di carta giallo attaccato sulla chitarra, scritto in grafia minuziosa e ordinata, le canzoni in sequenza. Era perfetto, attaccato sull’altra scaletta a comporre un quadro pop di una serata diversa, come è diverso dal doversi affogare nell’alcool senza combinare niente o non avere niente da fare, tutti i fine settimana.
Il concerto ha assunto un tono di incanto perché intorno a loro erano tutti felici. La gente sorrideva e godeva dell’evento e della musica. Quindi alla fine la risposta alla domando fatta in principio non c’è, cioè è sì e no: siamo venuti anche a sentire i Kyuss e i QOTSA, ma l’evento esiste perché ci sei te, e te sei l’unico che puoi creare un evento come questo, caro Gonzalez o-chi-per-lui, quindi io sono qui anche per te, e va alla grande.

Hardcore addicted, Billy The Kid + Spider Crew Live @K100

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Testo : Andrea Fedi
Foto : gentile concessione di Underdog Collective

Ieri mattina mi sono svegliato come ogni giorno ma a sto giro non credo che sarei dovuto stare a letto. Come al solito la ralla tra i denti, lo stomaco in subbuglio e la vera voglia della colazione del campione, caffè e cannone.
Ma la prima cosa che si fa appena svegli è prendere il cellulare, se non altro per guardare l’ora; prima cipolloni, sveglie maligne e quant’altro ti rompevano i coglioni con trilli insopportabili da giorno del giudizio ogni-maledetta-mattina, adesso il telefono gioca scherzi più subdoli per irretirti nella dipendenza, tant’è che spesso appena sveglio mi pare che sia una siringa. E allora va da sé che ti inietti subito la tua dose di social per vederti gli ultimi aggiornamenti: mi fa schifo pure a pensarla sta roba.
World has changed, dice Galadriel. Sarà il caso di farcene tutto sommato una ragione.
Bada bene, questa non è un’apologia, semmai una denuncia delle droghe sintetiche modello ultimate ventesimo livello di disgrazia applicata.
Mi suona sempre strano stare a ricevere i messaggi sul cellulare, fondamentalmente perché appartengo alla generazione in via d’estinzione che si ricorda ancora com’era il mondo senza, una delle ultime cazzo, ultimi pure in questo, ma se non altro ha i suoi lati positivi.
Oltremodo era non un sms ma un messenger quindi forse ancora meno formale, azzardo più intimo, o almeno me l’interpreto così, cercando di indicizzare tutto senza perdere la ragione (come insegna il Cervello gigante di Futurama, gli umani sono patetici perché dediti a catalogare tutto per facilitarne la comprensione). So do I.
Insomma, questi ragazzi della Underdog ci sono rimasti in maniera oltremodo tenebrosa con l’hardcore, passano i concerti davanti ai palchi sudici di ettolitri di birra rovesciata e pestata con anfibi motosi per centinaia di volte nello stesso punto a formare una palude isterica che racconta di pogo e testate, annuendo mentre sorridono soddisfatti.
Stasera devi venire, scrivono. Serata international al Cienfuegos, Austria e Costa Rica, ne vedremo delle belle.
Breve chiamata all’editore che nella testa ha solamente il baluginare della luce del sole che disegna arabeschi sulle onde increspate del mare davanti all’isola del Giglio. Zastava porcodio. Vai vai. Ok, vado.14859436_1297214780312570_1687210027_o

Diciamo che il pubblico della serata è scafato, composto da aficionados abituati a gestire e partecipare a serate simili. Ed inizialmente non ce n’è tanti e durante la serata la cosa varierà di non molto, l’hardcore attrae poca gente, ma perlomeno bella sana.
Il furgone nero degli Spider Crew calamita il mio sguardo mentre mi rullo un cicchino, che i due frontmen si stanno preparando allacciandosi gli anfibi; tra le varie parole in inglese (e già mi suona strano perché pensavo fossero austriaci ma poi vengo a sapere che Sean, uno dei due cantanti, è americano, from White Plains, NY) e frasi pronunciate, afferro distrattamente un “…these assholes…” che mi suona come qualcosa che non va, salvo poi sentirlo ripetere per tutto il concerto e quindi capire che è proprio il loro modo di arringare una platea/relazionarsi a tutti quanti.
Il loro set comincia sfigatamente perché comprende il suondcheck che non va almeno sulla voce e questo genera un concreto giramento di coglioni alla band, in particolare al solito Sean, che è pure parecchio grosso e pare che con il passare degli anni si sia convinto che il suo corpo sia una tela sulla quale sia possibile inscrivere ogni genere di frase e disegno e che ha assunto, con il passare del tempo e nonostante tutto, una romantica vena da filibustiere. Sinceramente mi è venuto da pensare che, cazzo sei punk, siamo in un centro sociale, adeguati e suona, che cazzo di senso ha fare tutte quelle scene, il suono si aggiusterà nel live. Ma da ormai ex musicista capisco anche che ti piace suonare se hai un minimo di ritorno, se non per gli altri perlomeno per sé stessi. E questo è comprensibile e condivisibile.
Sicché, sciolto il nodo dei suoni, gli Spider Crew cominciano a fare macello e a cercare di coinvolgere la crew italiana, dannandosi l’anima nel vano tentativo di convincerci ad andare sotto il palco a rendergli in soddisfazione quello che loro danno in impegno e sudore. Un plauso allo sforzo, ben coadiuvato da un set rumoroso, intenso e coinvolgente. Tanto che il loro singolo più corale, “Still Crazy But Not Insane”, diviene effetto di bis, grazie al ritornello cantabile ed accattivante; noi siamo Vienna old school austriaca stronzi, urlano nel microfono, e non possiamo che dargli ragione. E Sean ci tiene a precisare, in un post sul web, che croci celtiche, carrarmati sulle copertine degli album e una canzone che si intitola “Guerriero dal Sangue Blu” non c’entrano niente con fasci/nazi e merdate del genere, perché sono un gruppo apolitico e multietnico che fa punk oi! old school e fuck this shit assholes oi! Voglio credergli.14876235_1297214690312579_608290732_o

I Billy The Kid mi sono stati presentati come una delle migliori live band del mondo; devo dire che ne ho visti di concerti e di live band. Adesso non esagererei, sono bravi e si muovono bene, e quando attaccano con la prima canzone il loro moto assomiglia ad un’onda montante, spalle e strumenti in sincrono impattanti a voler schiacciare le note come si usa nella pallavolo, tra il palco e la platea una rete immaginaria e la palla fatta di accordi in quinta e palm mute lanciati all’inverosimile, una schiacciata dritta contro ai nostri volti, tant’è che mi sento esclamare: porca puttana!
Punk, Hardcore, Metal Core, ma l’anima caraibica non si tiene a bada, i latini se lo sentono addosso quello che sono, da dove vengono, una cultura che parla anche di tormentoni su strabasi in cui fighe con chiappe come comodini e machi con fisici come armadi, quasi a poter arredare tutta una camera intera con bella vista sul mar dei Caraibi, cantano di quanto si sono parlati ai cellulari. Questi ragazzi sono insolenti come il bandito a cui si riferiscono nel loro nome, alternando a pezzi iperpesi stacchetti D&B ai limiti di certa roba R&B che preferiscono chiamare HH anche se meno commerciale e probabilmente con testi di tutt’altro tipo, voglio sperare ma mi riserverò di verificare.

In fondo non c’è niente di male, la contaminazione è la linfa della musica, è l’evoluzione, il non essere fermi, altrimenti adesso si starebbe ancora a musica popolare e pastorale osannante santi e angeli e sinfonie che le pubblicità dei telefoni avrebbero il loro gran daffare a renderle adatte ai propri schemi di vendita.
Però gli Spider Crew scuotevano parecchio la testa, a simboleggiare forse uno scontro generazionale tra la old school oi! you stupid assholes e i giovani del nuovo mondo a sommergere con la loro carica di energia che però a tratti ammicca.

E al termine del concerto vengo a sapere che Sean non fuma tabacco. Mi ha fatto un po’ pena poverino, nel senso ovviamente troppo buono del termine, si è pure cambiato i pantaloni mentre era a vedere il concerto e ci ha provato con tutte le tipe che erano nel locale per la serata; non credo che abbia combinato qualcosa. Ma alla fine gli ho lasciato un paio di canne, prima di andar via.
A buon rendere.

Lance Carson, the One and Only Matt Johnson

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“Vi ricordate di quando andammo a sud con quelle sgallettate di Las Vegas  e ci fermammo a mangiare ciambelle? Vi ricordate che fece? Comprate le ciambelle, torniamo fuori e lo troviamo in piedi sul cofano, nudo come un verme, con un forchettone in mano che urlava di essere nettuno! Ah , e un altra cosa: si era infilato una ciambella intorno al pisello …”

In “Un Mercoledì da leoni” Matt Johnson ricorda così l’amico Waxer , da poco morto in Vietnam. Nella realtà si dice che fosse proprio lui il protagonista di questo episodio, o meglio, che lo fosse Lance Carson, il surfista di Malibù al quale John Milius ha dichiarato di essersi, in larga parte, ispirato per la creazione del personaggio di Matt Johnson.
Lance Carson nacque nel 1943 a Santa Monica, in California, e crebbe nella vicina Pacific Palisades. Nacque con la spina bifida e ai suoi genitori fu detto che l’acquaticità avrebbe potuto promuovere la crescita ossea del bambino; perciò Carson cominciò a surfare all’età di quattro anni, su una bellyboard di balsa costruita da suo padre.
Nel 1956, Carson era il più giovane di una nuova generazione di surfisti di Malibù che comprendeva Mickey Dora, Mike Doyle, e Mickey Muñoz. Entro la fine del decennio quel lembo di spiaggia sarebbe diventato il più noto surf spot del mondo e Carson, Dora e tutti gli altri definirono uno stile, di vita e di surf, che divenne leggendario.lance_rincon_grannis
Dora, con i capelli scuri e l’atteggiamento scontroso e ribelle dell’eterno outsider e Carson sempre ubriaco, ma perfettamente composto negli infiniti noseriding sul suo nove piedi celeste, davano vita, sull’enorme palcoscenico naturale delle onde di Malibù, ad una solenne e profana rappresentazione religiosa.
Entrambi sono stati descritti nel 1966 nel famigerato film di Bruce Brown The Endless Summer; nel film la voce narrante di Brown, commentando un lunghissimo noseride di Carson, dice che “E’ così rilassato che si ha la sensazione che potrebbe avere in mano un panino al prosciutto mentre se ne sta la sopra.”
Anche se non dimostrò mai alcun tipo di interesse per i contest, nel 1965 fu inserito al secondo posto, alle spalle di David Nuuhiwa, in una lista dei 10 migliori noseriders del mondo stilata dalla rivista Surfer. Allergico, inoltre, a ogni qual si voglia tipo di lavoro legato al mondo delle sponsorizzazioni, si manteneva lavorando da Jacobs Surfboards a Hermosa Beach, prima come venditore, poi come shaper.
lance_64_car_536-1Famoso per le sue peripezie alcoliche e la surrealtà di gesti e azioni – in Un mercoledì da Leoni Matt Johnson, ubriaco, si mette a fare il torero con le macchine provocando un incidente, nella realtà questa fu soltanto una delle innumerevoli intemperanze di Lance – Carson ha continuato a bere pesantemente attraverso tutti gli anni ’60 e ’70 per poi chiudere definitivamente con l’alcol nel 1979.
Con l’avvento della shortboard revolution Lance si rifiutò ostinatamente di abbandonare il longboard, legato a un mondo e un approccio allo sport che non accettava di veder scomparire. L’ostinazione però spesso ripaga degli sforzi sostenuti così, in netto anticipo con la rinascita del longboard style, Lance si procurò alcuni pani di foam da 10 piedi ( introvabili in quel periodo di entusiastica e monodirezionale adesione alla filosofia della shortboard) e si mise a shapeare bellissime, old school, Longboard .
Nacque così la Lance Carson Surfboards, di stanza a Pacific Palisades, dove – quando non è impegnato col gruppo Blues Lance Carson and the Malidù all stars– si può ancora vederlo al lavoro su qualche tavola.

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Santa Valvola Martire Difendi il Nome del Rock ‘n Roll

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Testo : Andrea Fedi
Foto : David Marsili

In una calda serata del mese di Luglio del 2012 la fenomenale chitarrista newyorkese Kaki King, in bilico su un palco sospeso montato di fronte alla Rocca di Carmignano, volgeva lo sguardo ad abbracciare la piana che si stende sotto; da quell’altezza è possibile vedere il susseguirsi degli agglomerati urbani da Pistoia a Firenze e la musicista, ammirata, esclamava al microfono “sembra Los Angeles”. Questo, tra i non molti italiani che avevano capito una frase pronunciata in inglese, ha suscitato qualche sorrisetto ironico e timidi applausi: ne avremmo di strada da fare.
Eppure il territorio delle tre province comprende più di un milione e mezzo di abitanti di cui centottantamila solo a Prato, capoluogo di un distretto che ospita, nella sua totalità, più di duecentocinquantamila residenti. Quindi forse il colpo d’occhio avuto da Kaki King aveva una sua ragione d’essere.
Verrebbe quindi da pensare che, con un tale recipiente di teste (si dice) pensanti, iniziative, opportunità e proposte di tipo culturale, e in particolare musicale, ce ne sia, sia state e saranno. Abito da quasi quarantanni a Prato e sinceramente poi molte non ne ho viste, almeno di un certo tipo e sicuramente non nell’ultimo periodo.
Siamo passati da uno scavallamento di millennio che ha prodotto qualche risultato contenuto, avendo avuto per esempio: l’occasione di godere di uno dei locali rock più grandi d’Italia (il defunto Cencio’s, che ha potuto pure attirare la crème del panorama alternativo nazionale con “Le Notti di Maciste”); di poter vedere uno spazio pubblico inutilizzato proclamarsi altisonantemente Laboratorio Culturale (gli “ex Macelli”, che sarebbe una figata se ci facessero qualcosa di stimolante e musicalmente serio invece di giochini, teatrini e balletti); di vedere un fiorire di gruppi indipendenti e intraprendenti che suonavano e suonavano, fino all’inimmaginabile concretizzarsi di un album compilation completamente prodotto dal Comune di Prato (chi si ricorda di “Cardato Rockato Appalla”? Io sì) a supporto di una fantomatica seppur presente scena cittadina.

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Bene, l’occasione è l’opportunità resa da risultati concreti che realizzano una teoria che è allo stesso tempo sogno, istinto ed espressione. E’ la riprova che provoca la consapevolezza che noi, piccoli uomini, possiamo lasciare una traccia, anche minima ma significativa, alla quale un giorno, qualcuno, dovrà rendere conto e riconoscere che qualcosa, in ogni caso, è stata provata a fare.
Questo è quello che nelle varie branche della psicologia potrebbe essere chiamato “realizzazione” (sticazzi!) e che assume un ruolo così importante per chi non si è ancora fottuto il cervello o non è stato completamente annientato dall’equazione casa/lavoro/ferie/pensione/morte in vario ordine casuale-quanto-si-desidera, a poter generare un grande slam della miseria; pure triste che non c’entra manco la sega.
Siamo in pochi, amen fratello.
E’ che pare essersi profilato con il passare degli anni e in maniera sempre più potente uno stato dell’unione (umana, parafrasando il buon vecchio sistema di rappresentanza passiva, con ironia ci mancherebbe) che privilegia quell’espressione che non produce idea ragionamento e libero pensiero ma sempre e comunque quattrini soldi dinero. Ma va?!
E così la terra del panna-e-miele che per quanto facesse vomitare rendeva nonostante tutto qualcosa, se non altro a livello di impegno mentale concettuale e musicale (si campava ancora), si è improvvisamente svuotata con varie scuse. La crisi, il tracollo politico, l’immigrazione, la globalizzazione, le nutrie e quanto erano buoni i pesciolini fritti del Bisenzio. Gli alieni venuti dal lontano oriente.
In realtà probabilmente il disegno era già volto a ridefinire tutto secondo istruzioni prestabilite dettate da chiunque sapesse già tutto e come sarebbe andata a finire, avesse più soldi e quindi più potere di chi c’era al momento; le istruzioni hanno un po’ tardato a venire, forse. Sicché, dopo qualche anno di tracollo drammatico (drammatico cazzo), il rifiorire del Rinascimento pratese avanza trionfante sulla carrozza di mercatini teutonici, riqualificazioni cittadine a base di cuccioli ovini in umido e derrate provenienti dai bunker dell’Osmannoro (FI), e rispolveri di pseudotradizioni di giochi fatti con palle belle grosse (per i non pratesi: non si sta parlando di coglioni. O forse sì?).

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E’ come una talpa con la trivella in testa che scava e scava il filone aureo che alla fine è composto dai corpi di noi, maciullati e inchiodati a ridere e bere in una notte sfavillante rischiarata dal fuoco dell’alcool, innaffiata dal grasso del prosciutto e risuonante delle risate circensi provenienti da bocche ritorte in rossi sorrisi sdegnati. Federico ti prego torna tra noi, la vena non si è ancora esaurita!
Ora, non me ne vogliano calcianti o presunti tali, probabilmente tutte brave persone, o perlomeno posso dirlo di quelli che conosco anche personalmente. Belli grossi poi, come le palle che si giocano.
Ma si tratta sostanzialmente ed essenzialmente di rappresentanza autoreferenziale di un potere che non ha saputo produrre niente di meglio che rispolverare la formula originalissima e strautilizzata del panem et circenses, regalandocela e presentandola come la via nuova, comodamente ignorando i circa duemila natali che gli possiamo attribuire, pargolo nato da una civiltà morta e sepolta che però ha avuto, tra gli altri, il pregio di descrivere tutte le bassezze umane e tutti modi in cui si potevano utilizzare per tenere buona la gente. E considerando che ne avevano ben donde visto che, a quelle epoche, le persone tendevano, se sollecitate efficacemente, a rispondere con inaudita violenza sia alle provocazioni che alle decisioni pacifiche, figuriamoci come può funzionare adesso la formula, applicata ad una platea che agisce generalmente come un personaggio cattivo in un livello di Super Mario, girellando avanti e indietro in spazi ristretti e bloccandosi solo per un paio di passi di danza o, quando va meglio, facendo un giro su sé stessi con un dito indice puntato in cima alla testa. Kepp calm and Donkey Kong.
Ma c’è chi, nel chiasso della vita mineraria o nella comodità dell’adeguatezza o nel pigro abisso dell’indolenza o nell’untuosa voragine dell’ingordigia di cose e persone si è volutamente e autonomamente creato uno spiraglio, seguendo una tradizione che è forse più appartenente alla cultura angloamericana che a quella italiana, anche se in casa nostra gli esempi, soprattutto passati, non mancano. Si torna sempre al DIY e come al solito funziona.
Nasce timidamente il Santa Valvola che in giro a pochi anni prepotentemente prende la scena, non solo alzando il sipario sommerso dei gruppetti di Prato e dintorni, ma anche defibrillando i cuori di chi, dagli anni novanta a questa parte, pensa a come sarebbe bello veder realizzato e riuscire a vivere, anche solo da spettatore, un progetto che come obiettivo non si pone quattrini soldi dinero ma musica cultura espressione. Un rebel yell coraggioso che riesce a montare anche in tempi di magra, dove i campi sterili nei quali siamo costretti a bivaccare, stretti intorno ai fuochi freddi delle nostre debolezze, sono spazzati dal vento mortifero del settembre pratese, portatore di miraggi, frizzi e lazzi.
Con un festival al secondo anno di vita la Resistenza potrebbe assumere il carattere di realtà, traghettandosi dal mare dell’utopia fino ad approdare a litorali più recettivi e, a quanto è risultato dalla presenza, anche più popolosi. Poiché almeno al sottoscritto sembra che ora come non se ne vedeva da settantanni sia il caso di parlare proprio di Resistenza, proprio ora che il nemico è più subdolo perché il fascio lo riconoscevi e tutto era più definito nei comportamenti e nelle idee. Mentre adesso l’indeterminatezza regna sovrana, che i rapporti con gli altri pare che sia preferito tenerli attraverso il filtro fisso di un un monitor a cristalli liquidi che non hanno nemmeno il piacere di essere seminali.

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Alvar Aalto, l’architetto che ha cambiato la storia dello skateboard

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Tutti quanti conosciamo Jay Adams, gli z-bos e la storia della loro migrazione dal mare della California alle onde infinite delle piscine vuote della contea di Del Mar, pochi però si rendono conto dell’importanza che uno sconosciuto ( per noi che di architettura moderna ne capiamo poco o nulla ) architetto Finlandese ha avuto sulla rivoluzione dello skateboard moderno.
Fino agli anni ’40 infatti le piscine erano – anche negli Stati Uniti- come quelle che tutti quanti ci ricordiamo nelle palestre dismesse delle scuole nostrane, cioè prive di qualsiasi superficie curva, per lo più rettangolari.
Poi nel, 1939, Aalto mise mano alla ristrutturazione di Villa Mairea a Noormarkku in Finlandia dove decise di impreziosire il parco antistante la casa con una piscina dall’innovativo disegno a forma di rene.

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Quella seminale intuizione ebbe così tanto successo che migliaia di architetti, sopratutto negli Stati Uniti, cominciarono a proporla ai propri ricchi clienti che l’accolsero subito affascinati dal design innovativo.
Nel corso dell’estate del 1975 , a causa di una forte siccità, molte di queste piscine furono lasciate vuote, creando così l’ambiante ideale per le illegal back- garden sessions durante le quali, i ragazzi di Dogtown, poterono fare nascere lo skateboard moderno.

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Thanks to Alberto Nicoli per la segnalazione.

Tom Blake, Nature = God

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Tom Blake

Vedi la prima parte

L’amore sconfinato per l’oceano portò Blake a porre grande attenzione verso tutto quello che ruotava intorno al Beach lifestyle : Lifeguard, paddle board , surf photography . In ognuna di queste attività si approcciò con l’entusiasmo dello sperimentatore arrivando talvolta a risultati ragguardevoli . Nel 1935 , lavorando per National Geographic , inventò uno delle prime custodie subacquee per macchine fotografiche.

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La custodia subacquea per macchine fotografiche inventata da Blake

Ma i rapporti d’amore, si sa, sono spesso più complicati di quanto possano apparire.
Dopo trent’anni di passione l’idillio parve incrinarsi; nel 1955, disilluso dall’eccessiva commercializzazione dello sport e dal crescente affollamento delle line up, si allontanò dai riflettori di quel mondo che tanto aveva amato e che aveva contribuito a fare crescere, ritirandosi – in una sorta di eremitaggio riflessivo- a vivere in una barca auto costruita all’Ala Wai Yacht Harbor.
Il suo allontanamento dal mondo del surf fu un abbandono fisico , non filosofico.
“ Amavo questo posto perché potevo vivere semplicemente e tranquillamente qui. Vivevo bene senza la vita sociale. Potevo vestire come mi pareva; un paio di scarpe da ginnastica di tela, pantaloni chiari, una camicia senza maniche e un costume da bagno . Nel mio cortile crescevano banane, avocado, mango, papaia, felci di lusso e fiori, di fronte avevo le onde… non mi mancava nulla. “ ricorda Blake.
“In fin dei conti, aveva inventato uno stile di vita a cui tutti i surfisti, dopo di lui, aspirano “ racconta Gary Linch.
Quando si accorse però che tutto quello che adorava stava per finire, che l’approccio che l’industria proponeva alle nuove generazioni si allontanava dallo spirito dell’arte antica di cavalcare le onde, decise di starne fuori, continuando però a meditare e a scrivere di mare e di surf pur lasciando le isole che tanto lo avevano affascinato.
hawaiian_surfboard_book_coverNel 1969, anni di riflessioni si concentrarono in un articolo apparso su Surfer magazine e intitolato The voice of the wave e in un successivo saggio intitolato The voice of the atom . Nei sui scritti Blake parlava di una forza divina che, a suo parere, anima tutte le onde dell’universo, comprese quelle del mare; forza che riteneva si facesse sentire in maniere particolarmente marcata durante le giornate di surf. La sua esperienza con il mare – elemento che egli considerava portatore massimo di energia- lo portò a concludere che la Natura fosse sinonimo di Dio e che il surf , in quanto esercizio di comunione con essa, fosse un esperienza magnifica di comunione col divino. La reverenza verso l’oceano in particolare e la natura in generale lo portarono a sviluppare un’etica complessa che abbracciava diversi aspetti dell’esistente, dal vegetarianesimo alla professione dell’eguaglianza di tutte le persone. Successivamente Blake andò oltre, dichiarandosi convinto che l’atomo fosse equiparabile all’anima e lanciandosi in dissertazioni metafisiche atte a creare una sorta di credo naturalistico in cui scienza e religione venivano riconciliate in una sorta di naturalismo panteistico.
Quello stile vita , improntato all’essenzialità e alla semplicità lo accompagnò tutta la vita, portandolo a muoversi continuamente – spostandosi con le stagioni – da Malibù, al Wisconsin, al deserto dell’Arizona portandosi dietro le pochissime cose che possedeva.
“Viveva semplicemente.” Ricorda Gary Linch “ Quando sono andato per la prima volta a trovarlo , possedeva soltanto un piatto, un coltello, una forchetta e una sedia. Sono uscito e ho comprato duplicati di queste cose in modo da poter condividere i pasti con lui. Dopo che me ne sono andato ha regalato tutte le cose che avevo preso . Verso la fine della sua vita si era sbarazzato anche della sedia”.
Il suo allontanamento dal mondo del surf non significò una rinuncia alla comunione che sentiva con l’acqua e con l’energia di cui la considerava portatrice. Una volta smesso ufficialmente di surfare ( a 55 anni) Tom continuò a lavorare come Lifeguard per altri dieci anni e sappiamo di per certo che qualche volta -lontano dai rilettori- usciva a Surfare assieme a Doc sia in California che alle Hawaii.
Questo, per lui , non era però così importante. Quando a Gary viene chiesto per l’ennesima volta se davvero Tom avesse smesso del tutto di surfare, lui è solito rispondere così:
“Parlate sempre come se il surf fosse tutto nella vita. Come se smettendo di surfare la vita possa fermarsi, Beh Tom era molto più grande di quei pensieri o associazioni. “

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Tom Blake, The voice of the wave

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Tom Blake è il legame evidente tra gli originari Waterman del sud Pacifico e i surfer del ventesimo secolo. Non solo ha preceduto la maggior parte degli altri surfisti Americani sul sacro suolo delle Hawaii, ma capì e fece sua la mentalità Hawaiana, inserendosi in piena armonia nella millenaria storia del surf, mettendo tutto se stesso e la sua inventiva nel fare progredire l’arte di cavalcare le onde .

Nella vita di Blake non vi era alcuna separazione tra religione, surf, nuoto, costruzione di tavole da surf, modo di nutrirsi ed esercizio fisico. A quel tempo nessuno immaginava che il suo stile di vita poco ortodosso, un giorno sarebbe diventato uno degli standard culturali più seguiti dai surfisti di ogni parte del globo.

– Gary Linch ( surfer e biografo Ufficiale di Tom Blake) –

Ad eccezione di Duke Kahanamoku, il “padre del Surf moderno,” nessun altro singolo individuo ha avuto un impatto maggiore sullo sviluppo del surf nella prima metà di questo secolo.
Thomas Edward Blake ha una storia particolare , nacque lontano dal mare, a Milwaukee, nel Wisconsin, l’ 8 marzo del 1902 e ci ha lasciato nel 1994, all’età di 92 anni.
Nonostante l’enorme contributo tecnico e culturale apportato al surf riding , inventando, di fatto, la pinna per le tavole da surf, la Hollow board e scrivendo articoli e libri sulla mistica e religione dell’arte di cavalcare le onde , nel 1955 – disilluso dall’affollamento e dall’eccessiva commercializzazione dello sport – lasciò per sempre il mondo del surf.
Ma andiamo con ordine.

La sua vita cambiò improvvisamente nel 1920 quando Duke Kahanamoku si fermò a Detroit.
Kahanamoku era sulla via del ritorno dopo aver vinto la medaglia d’oro ai Giochi olimpici di Anversa, in Austria. Quella sera in particolare, Duke e un gruppo di compagni hawaiani erano ospiti in un teatro di Detroit dove venivano proiettate le loro imprese.
“Anch’io ero andato a vedere il film”, ha scritto Blake, “e ne fui così impressionato che quando mi sono trovato nelle vicinanze del Duke l’ho intercettato nella hall del teatro e gli ho chiesto di stringermi la mano.” A quel tempo, Blake non aveva idea che nel giro di pochi anni, lui e il Duca sarebbero diventati fratelli di surf.

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Tom Blake e Duke Kahanamoku

Ancora minorenne durante la prima guerra mondiale, Tom cominciò a viaggiare all’età di 17 anni. Attratto dalla strada e da un personale e avanguardistico senso di libertà , iniziò a vagabondare per l’America saltando da un treno merci all’altro, come uno dei tanti Hobo che animavano il panorama fisico e culturale dell’America dei tempi e che avevano Jack London come padre putativo.
Nel giro di qualche anno Tom si ritrovò in California e non ci mise molto per rendersi conto di avere un innato senso di comunione con l’oceano.
“i Vultee Boys iniziarono in quel periodo”, racconta Blake. “Preston Peterson, l’ho visto surfare a Ocean Park circa nel 1924, quando aveva nove anni. Da quel momento non smise più… Dal 1933 Peterson è stato il migliore sulla costa del Pacifico e la sua bravura è pari al meglio che si può trovare a Waikiki”.
Trasferitosi a Santa Monica, Tom iniziò a lavorare come Lifeguard e fu così che entrò per la prima volta in contatto con le pesanti tavole di legno che si usavano ai tempi per surfare. Il suo primo approccio allo sport fu traumatico; la prima onda che tentò di prendere si rivelò un pauroso wipe out che lo tenne lontano dalle onde per qualche mese. Quando finalmente ritrovò il coraggio per tentare di cavalcare un onda e ci riuscì, fu un enorme punto di svolta sia per la vita di Tom che per la storia del surf moderno.
Innamoratosi del surf e del senso di comunione con la natura che la pratica di questo sport riusciva a trasmettergli, Blake fece visita alle isole Hawaii già nel 1924, sulle tracce di Duke Kahanamoku, padre del surf moderno, diventando, di fatto, uno dei primo Haole ( non nativi) a frequentare i grandi templi del surf Hawaiano.
Quello con le isole e , in particolare, con la spiaggia di Waikiki fu amore a prima vista, un amore che rimase immutato fino alla metà degli anni ’50.adler1

“La spiaggia di Waikiki è stata gentile con me” ricorda nel libro Hawaiian Surfboard “ e i nativi lo sono stati ancora di più. Ho avuto l’onore di condividere con loro del grande surf, di imparare osservandoli, condividendo lo spirito di quella che, per loro, era più di un’esperienza. Mi sono seduto al loro luaus , ho potuto osservare le loro più belle donne mentre ballavano l’ Hulas , sono stato invitato nel loro esclusivo Surfriding Club Hui Nalu – un club riservato ai soli nativi – ho avuto l’occasione di tenere la posizione di onore (a prua) sulla canoa a vela e sono stato iniziato ai segreti della pesca subacquea fuori dalla barriera corallina. Ho imparato molto da quelle persone. “
Tutto questo comunque sarebbe arrivato qualche anno dopo; nel 1924 la sua visita fu piuttosto breve – meno di un anno – ma tanto gli bastò per osservare le tavole tradizionali e , una volta a casa, costruirne repliche esatte e sviluppare progetti innovativi che, partendo dai disegni originali, apportarono modifiche fondamentali allo sviluppo della tavola moderna.

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Antiche tavole “Olo “

Tornato a Santa Monica nei primi mesi del 1925, riprese a lavorare come Lifeguard al fianco di Kahanamoku e a surfare – tra i primi – molti dei break Californiani, tra cui Malibù. L’anno successivo tornò nuovamente nelle isole e, per i successivi 30 anni, divise il suo tempo tra le Hawaii e la California meridionale diventando il primo surfista haole nato in America a vivere alle Hawaii.
Il suo ritorno a Waikiki coincise con la sua scelta vegetariana e con l’avvio della costruzione di un pensiero filosofico e religioso che lo caratterizzò per la vita intera.
Fu questo anche il periodo in cui cominciò seriamente a studiare le antiche tavole Olo della tradizione Hawaiana, restaurandole e costruendo prototipi ai quali apportava modifiche fondamentali allo shape e al peso ; modifiche che porteranno alla prima , rivoluzionaria, Hollow board , una tavola innovativa per l’epoca che pesava molto meno dei 55 kg tipici delle tavole tradizionali.

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L’ossatura a celle delle innovative Hollow Boards di Tom Blake

Nel 1931, finalmente, brevettò la Blake Hollow Surfboard che, pensando meno di 40 pounds, aprì la strada verso il surf a centinaia di persone che non avevano un fisico sufficientemente allenato per portare in acqua le pesanti tavole in uso fino all’ora.
In quegli anni di sperimentazione Blake mise mano ad un’altra innovazione dalla portata rivoluzionaria; nel 1935 , mentre surfava alle Hawaii, ebbe l’idea di attaccare alla sua Hollow board una pinna da 4 pollici ricavata da una vecchia imbarcazione cambiando per sempre la storia del surf…

to be continued

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Psychedelic Era e Shortboard Revolution: come le droghe psichedeliche e la fratellanza dell’amore eterno hanno influenzato il surf moderno

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Logo di Rainbow Surfboard

Alla fine degli anni ’70 una forte volontà di sperimentazione coinvolse gli ambiti più disparati della società, dalla musica all’arte a nuovi modi di pensare e di comportarsi; e il mondo del surf non ne fu escluso. La psichedelia divenne un pilastro fondamentale della contro cultura americana, svolgendo un ruolo profondo anche nel modo in cui i surfisti cominciarono ad approcciarsi all’arte di cavalcare le onde.
“Questa cosa arrivò d’improvviso, colpendoci come una raffica di vento fresco. C’era un sacco di entusiasmo spirituale intorno a queste sostanze che alterano la mente “, ricorda Drew Kampion – editor di Surfer Magazine dal 1968 al 1972 e i cui articoli, all’epoca, aprirono una finestra su di un mondo ancora poco conosciuto – “ Tutto ebbe inizio verso la fine degli anni ’50, o nei primi ’60 ; d’un tratto tutto cominciò a girare intorno a quello che era considerato il regno della coscienza. Fu l’inizio di un processo di apertura mentale senza precedenti” continua.
La Psychedelic Era, era iniziata.
E il suo avvento coincise anche con l’avvio della Shortboard revolution. Gli shaper più importanti del tempo cominciarono, in quel periodo, a lavorare alle creazioni che avrebbero cambiato la storia del surf. Brewer creò il suo primo mini-gun verso la fine del ’67 e, sempre in quegli anni, aprì il Lahaina Surf Designs (LSD) a Maui, mentre Mike Hynson ( star di The Endless Summer e membro fondatore della fratellanza dell’amore eterno ) trascorse l’inverno del 1967-1968 a lavorare sul prototipo dei turned-down rail.

“Surfare a quel tempo era diventato un po’ un incognita”, dice Lopez. “L’intera cosa delle shortboards aveva come acceso una lampadina sulla testa dell’intero mondo del surf. Ma ci furono probabilmente un paio di anni in cui nessuno sapeva cosa fare. Le tavole sicuramente lavoravano meglio dei longboard, ma ancora non  funzionavano alla grande. Ciò che veramente portò le shortboard verso un livello superiore fu il down-rail inventato da Hynson . “

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Gerry Lopez a Pipe

Tornato in California, Hynson si unì con Johnny Gale, un surfista originario di Newport Beach, – da tempo a stretto contatto con la fratellanza, tanto da divenire uno degli spacciatori di punta della scena di Woodland Drive – e fondò la Rainbow surfboards, vero laboratorio di sperimentazione per il surf moderno.
La dedizione con cui Hynson si dedicò allo sviluppo e alla diffusione delle innovazioni da lui apportate alle shortboards fu mirabile e comprese anche la realizzazione del film Rainbow Bridge – quasi una capsula del tempo dell’era – che comprendeva, tra le altre cose, uno degli ultimi concerti registrati di Jimi Hendrix, filmato alle pendici del cratere di Haleakala, alle Hawaii.6a0105369ac004970c01b7c80a0928970b-800wi

“Tutto iniziò intorno ad un film che stavo facendo chiamato ‘ The Cosmic Surfer ‘ “, racconta Hynson. “Era dedicato al nuovo stile di surf che permettevano i down-rail , poi tutto quanto si è ingrandito ed è nato Rainbow Bridge”.

Il film fu girato in gran parte a Maui nel 1970 – dove alcuni fratelli si erano trasferiti dopo l’esodo da Laguna Beach causato dai crescenti problemi con le forze dell’ordine – e comprendeva una famigerata scena in cui Hynson, Les Potts e un altro uomo affettavano una Rainbow Surfboard per recuperare i panetti di hashish che erano nascosti dentro. “Feci queste nuove tavole per tutti e gliele feci surfare per il film”, dice Hynson. “C’erano Herbie Fletcher, Barry Kanaiaupuni, David Nuuhiwa, Les Potts e io.”

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Rainbow Bridge uscì nel 1972, proprio mentre le autorità erano impegnate a neutralizzare la Fratellanza ed i suoi associati. Molte delle tavole di Hynson, facilmente identificabili per via del logo con lo sgargiante arcobaleno multicolore, furono confiscate e spezzate dalle forze dell’ordine alla ricerca della droga contrabbandata da Hynson e soci . La società tirò avanti zoppicando fino a quando non fu definitivamente chiusa con la morte del partner di Hynson, John Gale, che morì in un incidente d’auto nel 1982.

Il periodo di sperimentazione che la congrega di Laguna beach aveva portato avanti fin dagli anni ’60 giunse così alla fine, lasciando però in eredità al mondo del wave riding una serie di innovazioni che lo cambiarono per sempre, traghettandolo verso il surf moderno.

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Mike Hynson qualche anno fa

Travis Ashbrook – surfista e padre fondatore della fratellanza – rimase latitante per tutti gli anni ’70, vivendo in Messico, a Maui, a Puerto Rico, Austin, Texas e, infine, a Lone Pine dove fu catturato durante una grossa operazione contro il contrabbando di hashish nel 1980, finendo per passare più di dieci anni nelle carceri federali. Dopo il suo rilascio, ha aperto un resort di surf a Guerrero in Messico, chiamandolo “Playa Kandahar”, come la città afghana che aveva dato il via all’enorme giro di contrabbando di hashish della Fratellanza dell’amore eterno e, con esso, ad un particolare e innovativo periodo della storia del surf .

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