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Lacrime, Sangue e Sudore. Dalla Los Angeles degli anni 80, il punk degli Adolescents live Al Camilo Cien Fuegos

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Intro: Dario Nincheri
Testo : Andrea Fedi
Foto: David Marsili

Intro

La periferia di una città di provincia è un ambiente difficile, ripiegato su se stesso, rabbioso quasi.
Qui in Toscana, dell’orgoglio proletario portato a bandiera non c’è più traccia; quel poco di benessere che è rimasto non basta a sopportare il peso di una auto determinazione fondata su delle radici industriali ormai secche come un fiume ad agosto.
Il lavoro è un inganno e l’industria una frode; si attacca, come un parassita, e succhia fino a diventare grande; così grande che la sua grandezza pare quella del corpo che lo ospita. E capita spesso, alla vittima, di gongolarsi su quella grandezza, come se fosse sua. Capita di costruirsi un identità sulle briciole che cadono da quella bocca ingorda. Poi il sangue da succhiare finisce, il parassita se ne va, e il corpo rimane li, esanime, a contemplare le macerie che gli squarciano l’anima.
Questo è quello che mi viene in mente a vedere la miriade di capannoni vuoti che invadono il territorio come lucciole nelle sere di estate. Riappropriarsi degli spazi non è una cosa facile, mai; figuriamoci in una città come questa.
Una città che ha scelto di buttarsi a capofitto nel baratro dell’istinto più banale, quello del proteggo il nulla che ho da chi ha meno di me e che, oltretutto, non sta rubando un bel niente, quello del ‘ci rubano il lavoro’, quello del ‘poco rumore la sera che c’è gente che lavora’; insomma, quello dei rossi che son diventati neri.
Tutt’intorno le città sono preda della noia, i cinema si spengono, gli spazi di aggregazione culturale chiudono e i locali che aprono paiono servire nient’altro che una squallida movida simil-vacanziera. In mezzo a tutto questo c’è il K100 che, nonostante l’inevitabile odore di naftalina, una boccata d’aria te la fa prendere lo stesso; qualche tempo fa, su di un volantino anacronisticamente incollato su di un muro a Livorno, lessi: In un paese in cui i centri sociali, prima o dopo, vengono sgomberati in nome di opportunità di bandiera e di un’idea a senso unico di rispetto della legge, investire – cuore e fatica – in uno spazio occupato è una scelta difficile quanto coraggiosa.
Alla luce di tutto questo, penso che, malgrado irrinunciabili difficoltà e contraddizioni, questa sia una delle definizioni migliori per descrivere lo spazio nel quale, in un afoso martedì di luglio, si è svolto il concerto dei Californiani The Adolescents, seminale punk band Losangelina dei primi anni ottanta._DSF8382
The Adolescents Live at K100
Forse l’unico gruppo con cui posso dire di essere veramente stato in una band è un gruppo punk, di cui non dirò il nome per dovere di privacy. Anzi no, lo dico, perché lo meritano e tutti fareste bene ad ascoltarli: sono i Drunken Nights di Prato, andateveli a cercare.
C’erano le risse e le bestemmie, il DIY e le casse di birra che duravano una prova, c’erano le stalle dove fare i concerti che, inevitabilmente, finivano con una testa penzolante bagnata di lacrime che si appoggiava sulla tua spalla per tutto il viaggio di ritorno, nel mentre guidavi la panda piena di strumenti, rendendoti difficile, e a tratti pericoloso, il cambiare e lo svoltare a destra. C’erano i rottweiler che sfondavano le porte dello studio (tipo la stanza a casa d’uno) mentre registravi l’EP. Ma, soprattutto, c’era un sacco di musica buona, da ascoltare e suonare, e testi e idee. Con loro si era definito efficacemente il punk, a mio avviso: è sangue, lacrime e sudore. Sembrerebbe scontato, ma è così. Tante le definizioni che si sono succedute in quasi 40 (quaranta! Fate il calcolo, 2016-1977) anni di storia, in una linea ininterrotta e supportata, che possiamo far partire da Iggy Pop (e allora siamo a 50, cinquanta!, anni di storia) e passare da Richard Hell e Johnny Rotten, attraversare Shane MacGowan fino a Jello Biafra ed Henry Rollins, per arrivare all’impressione – in senso pittorico in quanto immagine e percezione di una figura fisica e culturale – dell’ombra di Cobain che è stato, forse, l’ultima rockstar – così come la immaginiamo – di un genere, il rock – perdio!, che probabilmente sarà relegato e ricordato come un’espressione tipica dell’ultimo decennio del ventesimo secolo – dove la gente non stava tranquilla, faceva ancora problemi, si lamentava e ancora si dava da fare che cazzo!, rimpiazzata dal niente successivo, molto più godibile e in linea con quanto atteso dall’umanità occidentale (e surrogati) moderna contemporanea, ovvero assenza assoluta e totale di pensiero e di tutto ciò che può in qualche modo stimolarlo, per essere liberi di librarsi tra leggende metropolitane, nazionalpopulismi socialnetworkiani, pokemon e porke.mon. Guai a mettere in dubbio le insicurezze mascherate da certezze, c’è il rischio concreto di far crollare tutto ancora più velocemente di quanto stia in effetti già accadendo.
Alla fine degli anni settanta c’erano due scuole di pensiero su cosa fosse stato il movimento punk, persino Lester Bangs, che era testimone del periodo, le cita entrambe in due articoli diversi dando credito – pare – una volta all’una e una volta all’altra: ovvero fosse stato “La Grande Truffa del Rock & Roll” di Malcom McLaren (R.I.P.?) o un progetto a cui ragazzi giovani e senza prospettive credevano fermamente, come soluzione per provare a scrivere, a loro volta, un capitolo in più sul libro del “proviamo a cambiare il mondo”, e uscirsene dalle giornate in cui potevi ritenerti fortunato se avevi trovato un vestito decente e bisognoso di pochi rattoppi nel cassonetto in prossimità dell’entrata all’Underground di Holloway Road.
Io non sono in grado di definire il punk propriamente, potrei provare a fare degli esempi: il punk è essere costretti a lavorare in uno schifo di ufficio e dannarsi l’anima per non socializzare con i colleghi evitando di pranzare con loro; potrebbe essere il vecchio alle otto di mattina che se la fuma sul marciapiede ghignando, con i pantaloni all’ombelico del ventre grasso e la cintura a fargli da reggicalze; potrebbe essere il secchio del muratore che ti casca a cinquanta centimetri di distanza dall’impalcatura, che non ti ingiuria ma ti dà la scossa; punk non sono i soldati alla stazione di Santa Maria Novella; non è il Settembre Pratese; non sono i Green Day – sì, avete letto bene, i Green Day non sono punk, esattamente come i Foo Fighters sarebbero Ligabue se fossero italiani. Come anche i Pearl Jam, giusto. Punk è stato il concerto degli Adolescents, perché poi si torna lì, sangue, lacrime e sudore. E ci son stati tutti e tre, nella calda e periferica serata di martedì 19 al K100 di Campi Bisenzio, degno locale di supporto a quel circuito solidale che esiste, purtroppo, solo per un genere, ma che il suo lo fa sempre e comunque, lo ha sempre fatto ed è per questo che nel 2016, a distanza di quaranta (quaranta! O cinquanta? Cinquanta!) anni, se ne parla e si va a vedere, ancora, il punk.

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L’impatto con il sangue avviene dopo circa metà concerto, alla seconda boccata d’aria. Il clima bollente che si respira all’interno del K100 non deriva soltanto dallo show passionale messo in atto da musicisti di sessanta (sessanta!) anni ma, soprattutto, dall’insieme di corpi che si dimenano saltando, pogando e surfando la platea; anche con le mani appoggiate ai fianchi e i gomiti sporgenti all’altezza dei visi (come il tipo che ho davanti). Una mia personale ossessione/compulsione per i concerti mi obbliga a vedermeli tutti dall’inizio alla fine; come a succhiare latte da una mammella rigonfia mi ci abbevero ingordo di ogni immagine e suono e parola e movimento degli attori protagonisti, sostanzialmente perché ci sento. Ma siccome ormai comincio a fare – e finalmente anche a sentirmi – parte di un ciclo (musicale e culturale – storico praticamente) finito, come assistere alla conclusione dell’omelia recitata durante un rito funebre, noto con orrore che, soprattutto in situazioni di estremo sudore condiviso e allegra prossimità tra il genere umano che popola questi eventi, una boccata di aria fresca ha per me l’effetto che avrebbe tipo piazzarsi sotto un condizionatore in pieno deserto. Ci dobbiamo inscatolare come sardine per vedere un buon concerto punk? Perché siamo tanti alla fine, e gli spazi (almeno di un certo tipo ma che, soprattutto, permettono situazioni di un certo tipo) invece no. Comunque tornando al sangue avevo appena raggiunto dei miei compari e mi ero seduto che sento un tonfo e scorgo, proprio dietro me, un tipo cappottato. Pareva niente, roba che un suo amico lo aiuta a rizzarsi e, una volta in piedi, scopre che il tipo si è spaccato la testa. Niente di grave, mancamento banalissimo dovuto a ragioni perlopiù scontate e facilmente immaginabili da chiunque. Ma ha avuto il merito, se non altro, di innescare ovviamente l’intervento di tutta una serie di crocerossine e autoproclamati (in culo a “sedicenti”) medicinfermieri a cui nonostante tutto ho partecipato, dispensando saggi e ubriachi consigli, che fra tutti ci si poteva scrivere un manuale. Ma il sangue resta a benedire la serata, tutto sommato ci stava e con questo colgo pure l’occasione per ringraziare il tipo che si è spaccato la testa al concerto degli Adolescents._DSF8365
Dal concerto mi sono assentato circa tre volte ed è stato interrotto se non sbaglio due volte, una prima a causa di un ultrasuono dovuto a una cassa che era presumibilmente riuscita ad evolversi autonomamente in una banshee, forse inviata dallo spirito caruso e monello del punk irlandese che è fatto soprattutto di whiskey, birra scura e malinconia. La seconda interruzione l’ha chiesta proprio il gruppo, dieci minuti di pausa per ripigliarsi, che a quella velocità e abnegazione con cui suonavano c’era da stupirsi a vederli compiere diligentemente il loro sporco mestiere senza mai batter ciglio. Non hanno fatto bis. Una volta finito la folla ha cominciato a riversarsi, ordinatamente direi comunque lentamente, verso l’uscita. Ed è sulle scale alla mia destra, nel passaggio dalla stanza del concerto alla porta di entrata al locale che vedo la ragazza che si asciuga gli occhi. Le lacrime! Oppure si asciugava il sudore o le era colato il mascara o qualcuno le aveva tirato una sberla (cazzo, spero di no) ma comunque erano lacrime ed io le stavo cercando e alla fine sono sicuro che quello erano. Perché magari non tutti si rendono conto che la musica, la scena, suonare e anche ascoltare (non sentire, meramente) non è un esercizio fisico fatto in serate incastrate tra l’uscita del lavoro e portare il figlio a karate o andare dalla parrucchiera e non mancare a un aperitivo. In tutte (quasi) le sue declinazioni la musica resta un’arte essenzialmente perché è espressione e meriterebbe il rispetto che le è dovuto e che sono anni che, con la complicità di molti, le viene a mancare. Ecco perché sono necessarie e importanti le lacrime di quella ragazza e perché, vere o no, mi piace pensare che ci siano state.
Vidi i Mudhoney per la prima volta che erano dieci anni che gli aspettavo e siccome avevano costituito una bella fetta della mia personale torta musicale da figlio, non anagrafico, degli anni novanta – che per inciso ti permettevano ancora di avere il primo album degli Adolescents su cassetta doppiata da una cassetta doppiata da una cassetta doppiata da una cassetta doppiata e così via fino a un fantomatico e leggendario originale che mi sono sempre chiesto chi ce lo avesse e credo di averne visti meno di cinque in tutta la mia vita – decisi di sdarmi non disdegnando di farmi aiutare anche da svariate sostanze illegali (visto che ero pure da solo a trecento km da casa, quella che si suol dire un’idea geniale). Ma quello che mi è rimasto (oltre a un fantastico concerto – ora forse stanno un po’ cedendo il passo anche loro, da quel che ho visto successivamente, o forse è solo l’idea malsana dei “bei vecchi tempi”) è come un’istantanea fotografica che ritrae il momento in cui io, stanco e felice (assolutamente non ero confuso, ci tengo a sottolinearlo), strizzo la maglietta che avevo avuto addosso durante tutto il concerto dopo essermela tolta e due tipe, insieme a uno in odore di threesome che, dall’altra parte del locale, indicano me e la cascata di sudore che ne fuoriesce, come quando si strizza un cencio dopo averlo tolto da un secchio colmo d’acqua. Caravaggio ne sarebbe stato sicuramente entusiasta, che il contesto era pure scuro. I loro volti atteggiati a un misto di meraviglia e disgusto… Penso che forse per loro potrei essere diventato un aneddoto ilare da ricordare con amici nelle squallide serate del “ti ricordi di quella volta che” (risate) o educativo ad illustrare i mali che il rock compie sul suo popolo che lo ciba: si ingrassa prima come un ragno edonista e panciuto e poi, come una mantide, ti taglia la testa con il disagio le droghe e il pensiero autonomo, dannandoti per l’eternità. Bel siparietto. Invece, particolarmente nel punk, il sudore è il brodo di pollo che ci somministrano i dottori negli ospedali itineranti che sono i festival e i live, dove si cura l’anima dalle pressioni e il cervello dallo stress. Il sudore è la risposta fisica alle sollecitazioni mentali di più persone che hanno qualcosa che è sia in comune che in singola custodia gelosa e personalizzata. E’ l’acqua in cui cuoci la pasta che è il tuo corpo che è fatto anche di sangue, per condirla poi con le tue lacrime. Sudiamo perché ci spurghiamo e mi sento di poter affermare che a vedere gli Adolescents ci siamo, in un modo o nell’altro, spurgati in molti.
E consiglierei a tutti, nel ricettario, una bella dose di concerti punk, prediligendo quelli di gruppi, come dire, datati, se si ha la fortuna e il fegato di andarli a vedere. Perché è molto meglio che vomitarlo in spiaggia lo stress, al primo giorno di vacanza, ve lo garantisco._DSF8413

Goofy footer, perchè?


Perché chi surfa o skatea con il piede destro avanti viene chiamato Goofy footer?

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L’origine del termine è piuttosto singolare ed è da ricercarsi nel personaggio della Walt Disney noto in Italia come Pippo , il cui nome originale è, per l’appunto, Goofy.
In un cartone animato del 1937 chiamato Hawaiian Holiday  possiamo, infatti, vedere Pippo che si cimenta in quella che, già  allora, stava iniziando a diventare una mania per i turisti che si avvicinavano alle spiagge di Waikiki; il surf. Armato di una tavola senza pinne il fidato compagno di topolino si butta tra i flutti e, dopo una serie di tentativi andati a vuoto, riesce finalmente a cavalcare un onda, surfandola con il piede destro avanti naturalmente.
Da qui si è preso quindi a chiamare Goofy footer chiunque surfasse con la postura tipica di Pippo.

Sunshine and Sundown. La fratellanza dell’amore eterno part 4.

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Vedi la prima parte.

Vedi la seconda parte

Vedi la terza parte

Il 1969 fu un anno di trionfo e tragedia per la Fratellanza; arrivò come una tempesta e si abbatté sulle vite di tutti i suoi membri, cambiandole per sempre.
Con l’inizio dell’anno precedente, era diventato chiaro che Laguna Beach – e Woodland Drive in particolare – erano diventati troppo pericolosi; La reazione contro quella che era considerata “l’invasione” degli hippie era cominciata e, di conseguenza, la pressione delle forze dell’ordine era cresciuta a dismisura. Così Griggs prese una parte dei profitti ricavati dalle operazioni di contrabbando e spaccio della Fratellanza e acquistò il Forbes Ranch. Nell’estate del ’68, quindi, Griggs e alcuni dei Fratelli spostarono le loro famiglie al Forbes Ranch, vicino Idyllwild. Leary, che era solito dividersi tra Laguna Beach e Berkeley, si trasferì al ranch con la moglie Rosemary e i suoi due figli, dove rimase fino a quando gli eventi dell’estate successiva  spinsero molti membri della Confraternita a disperdersi.
Solo i fratelli sposati vennero invitati a vivere al ranch, che divenne, a tutti gli effetti, la loro seconda comune dopo Modjeska Canyon. Gli altri Fratelli si divisero tra chi rimase a Laguna e chi decise di trasferirsi a Maui che, ben presto, divenne una roccaforte della Fratellanza. Fu l’inizio della frammentazione del gruppo.
Poco dopo Natale, nel 1968, Leary fu arrestato a Laguna Beach e, nei primi mesi del 1969, Travis Ashbrook fu stato arrestato – dopo il suo ritorno da un viaggio in Afghanistan – per aver tentato di recuperare, al Los Angels Airport, due tavole da surf imbottite con 40 chili di hashish che si era spedito da Kandahar. Condannato a cinque anni di carcere, Ashbrook si dette alla fuga e trascorse i successivi undici anni da latitante.

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Quello però fu anche l’anno che vide la Fratellanza aumentare il suo profilo in modo drammatico: Griggs fu presentato a due chimici da uno dei benefattori di Leary e, insieme, unirono le forze per produrre quello che era il sacramento della Fratellanza: l’ LSD.
Poi, quando tutto pareva andare per il meglio, avvenne l’inevitabile colpo di scena; il 3 agosto del 1969, poco più di un mese dopo il raggiungimento di quell’importante risultato, la figura centrale della Fratellanza John Griggs, morì, tre giorni prima del suo 26 ° compleanno, per un overdose di psilocibina. Qualcuno riconosce in questo evento la fine della Fratellanza, ma Ashbrook non è d’accordo. “La Fratellanza non è finita quando John è morto”, dice. ” Si è soltanto frammentata e dispersa.”
Senza il suo centro spirituale, la Fratellanza perse gran parte del suo obiettivo originale e l’idealismo da cui era scaturita fu superato da un più deciso impegno per le operazioni di spaccio e contrabbando. Tutto andò avanti per altri tre anni , fino alla messa in stato di accusa dell’intero gruppo il 3 agosto del 1972. Il numero di nomi sul foglio di rinvio a giudizio era scioccante, ricorda Ashbrook “Quando mi trovai davanti a quel manifesto mi accorsi di non conoscere la metà dei nomi che riportava, quelli non erano fratelli. Quando si parla dei membri principali, beh non siamo mai stati più di 13. Con il tempo ci siamo ridotti a otto, dieci al massimo. Per come la vedo io ‘se non ha preso LSD con John Griggs, non puoi essere considerato un membro della Fratellanza’ “.

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“Non voglio condonare qualsiasi uso di droga”, dice Gerry Lopez, “ma, a quei tempi, era una cosa abbastanza diffusa e certamente ha aperto un sacco di menti a un sacco di persone che non so se sarebbero mai state aperte da qualche altra cosa. “

to be continued with “Psyches and surf

Code 0574: Home sweet home

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Foto: David Marsili

Non c’è niente di più bello che la bellezza dei boschi prima dell’alba

Raymond Carver

E’ un tardo pomeriggio di fine maggio nell’appennino Tosco Emiliano, in casa la stufa è ancora accesa e fuori una nebbia sottile e insistente sale lenta ad abbracciare i pini.
Curvo sulla tavola, con le chiavi in mano, cerco di capire se l’indomani mattina sarà possibile lasciare un po’ di uretano sui bellissimi tornanti, sparsi dappertutto in questo territorio così aspro.
Oggi come oggi, pensi al Longboard skate e subito ti vengono in mente ragazzoni biondi in stand up toeside, giù per qualcuna di quelle belle colline che incorniciano la San Diego Bay. Niente di più lontano dall’aria che si respira quassù.
Siamo in Toscana, ma il Chianti è ben lontano; qui i lunghi e ordinati filari di viti lasciano il posto a fitte foreste di faggi e a castagni così anziani da aver visto soldati in armatura di piastre camminare sopra i muschi sottili che coprono, come un prato, le loro radici nodose. Non c’è turismo quassù e, sulle strade, i contadini col trattore non sono ancora stati sfrattati da Morgan decapottabili imbottite di attempate coppie inglesi, in frenetica ricerca del panorama perfetto. Qui siamo lontani da tutto, in piena montagna e, sopratutto, siamo nel paradiso del Predrift.
Strade strette e scarsamente trafficate si inerpicano su per i monti, salendo verso gli innumerevoli passi con una libidinosa overdose di curve a gomito. Più che la velocità è il drifting quello che viene messo alla prova qui da noi e, se sentire 70mm di uretano che partono in scivolamento controllato vi provoca insane fitte di piacere, beh, questo è il posto per voi!_MG_1831
Con queste immagini stampate nella mente ci sediamo, in silenzio, sotto la veranda di casa. Nell’aria si sente soltanto il fischio del vento e il tintinnio dei campanacci delle capre arriva incredibilmente a tempo con il blues di Robert Johnson che, uscendo dal piccolo stereo sul davanzale, apre come una finestra sull’inferno, dalla quale entra una brezza calda che contribuisce non poco a riscaldare l’ambiente e l’anima.

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La preoccupazione non è poca, inutile negarlo; Tra di noi c’è chi si è fatto 900 chilometri salendo fin da Bari e chi ha faticosamente rinunciato ad una delle prime mareggiate primaverili per venire a skateare quelli che, in pratica, possiamo chiamare Home spots. La prospettiva di un ennesimo giorno di pioggia è, quindi, difficilmente digeribile.
Il cielo denso di nuvole grigie non ci fa ben sperare, ma l’attesa e la tensione, si sa, sono più facilmente tollerabili davanti a un bel pezzo di carne alla brace e a una bottiglia di vino; materiale di cui, grazie a dio, non siamo carenti.
Fu così che il pomeriggio divenne sera e, inaspettatamente, con il buio che arrivava, la nebbia se ne andò lasciando il posto a un manto di tenebre carico di stelle.DSCF4596
La mattina seguente il mondo ci apparve con tutta la bellezza che è capace di regalare a queste latitudini e noi, rincuorati ed efficacemente rifocillati, ci buttammo a capofitto ad onorare al meglio quell’asfalto montano.
Nei due giorni seguenti non c’è stato un centimetro di strada a cui non sia stata dedicata la giusta attenzione e tributati i dovuti onori; spot suggestivi e dall’asfalto non facile hanno contribuito in maniera considerevole a ridefinire il nostro concetto di freeride, oltre che alla distruzione di svariati set di ruote.
Quando poi, spinti dall’inflessibilità del calendario, siamo stati costretti a scendere a valle, un tramonto rosso sangue ci ha accolto incendiando la piana e io, con le note di Robert Johnson che ancora mi rimbalzavano nelle orecchie, non ho potuto fare a meno di pensare, non senza un certo sarcasmo, che se un aiuto era giunto per la buona riuscita di quelle giornate era più facile che fosse arrivato dalle profondità della terra piuttosto che dall’alto dei cieli.

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The Skating Policeman, Dogtown article 5

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Un gruppo di ragazzi chiassosi stavano seduti in un vicolo, a lato delle Central Towers, quando arrivò una pattuglia. Due poliziotti scesero dalla volante e, gentilmente, chiesero ai ragazzi che cosa stessero facendo; dal muretto, si alzò una ridicola caricatura di punk e, saccente, gli rispose : “ Voi, piuttosto, che diavolo ci fate da queste parti?”. A questo punto, il più vecchio dei due poliziotti, stava per perdere la pazienza quando il più giovane si avvicinò ai ragazzi “ E’ il tuo skateboard questo, figliolo?“ chiese al ragazzo.
” Si” rispose quello ” e scommetto che non hai la minima idea di come si usa, porco!”.
Il giovane centurione, silenziosamente, prese lo skateboard, poggiò la pistola sul sedile della volante e si fece dare un paio di scarpe da skate da uno degli altri ragazzi- i quali , a dir la verità, erano tutti piuttosto preoccupati che le spacconate del loro amico potessero metterli nei guai -.
Con un paio di Adidas a tre strisce ai piedi, l’uomo di legge eseguì un repertorio di freestyle altamente tecnico e di tutto rispetto, concludendo con una discesa dalla tavola piena di stile.
Il saccentello, ora completamente umiliato, si scusò profusamente e lo Skating Policeman consigliò ai ragazzi di tenere la bocca chiusa e non metter su sceneggiate da poser.
Le due guardie rientrarono allora in macchina e se ne andarono, lasciando il ragazzo malizioso un po’ più saggio riguardo le  leggi del mondo.

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“It ain’t pretty” Come lo stereotipo sessista della “Surfer Girl” si scontra con la realtà del big Wave riding al femminile

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“I don’t look like a model. I’m not a babe. I’m a surfer”
– Silvana Lima –

It ain’t pretty è un documentario che parla delle ragazze che surfano Ocean beach a San Francisco e di come il loro mondo sia distante dall’immagine patinata e piena di riferimenti sessuali che i surf media ci danno delle ragazze che fanno surf.

Le natiche ondeggianti di Anastasia Ashley in un riscaldamento che pare più funzionale a solleticare i bassi istinti del maschio medio – abituato, lui, a riscaldare principalmente i muscoli della mano destra – che a prepararsi per un uscita in mare, sono quanto di più lontano ci possa essere da questa realtà fatta di donne il cui approccio al mare è uno schiaffo in faccia ai vecchi stereotipi.

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Il Twerking di Anastasia Ashley

Per rendersi conto di quello di cui stiamo parlando basta sfogliare qualche giornaletto patinato, lo standard in cui gli uomini e le donne sono ritratti nelle pubblicità per i marchi di surf dice tutto: gli uomini appaiono in manovre atletiche e radicali, mentre le donne stanno in pose sexy sulla spiaggia – in bikini, naturalmente ( o al massimo ritratte in un bottom turn al limite dell’esame rettale).

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Alana Blanchard in bottom turn

 Beh, qui la situazione è del tutto diversa; surfare nella zona della baia di San Francisco non ha niente a che vedere con il quadretto sole surf bikini-babe che ci viene propinato dalle riviste. Lassù fa freddo, piove, è quasi sempre ingolfato di nebbia e c’è uno degli ambienti più radicali che vi possiate immaginare; senza contare che siamo proprio nel bel mezzo del Triangolo Rosso, l’habitat naturale per i grandi squali bianchi. Ogni santo giorno che una ragazza prende la sua tavola e rema a largo di Ocean Beach sa che , la maggior parte delle volte, sarà l’unica donna la fuori e che dovrà combattere il doppio degli altri per guadagnarsi il proprio posto sulla line up.

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Bianca Valenti, Droppin’ Ocean  Beach

E’ incredibilmente deprimente rendersi conto che, per quanto possano andarci giù pesanti queste ragazze, l’industria del surf continui a viaggiare su un binario che tende a solleticare gli appetiti sessuali del pubblico maschile.
It ain’t pretty, presentato, tra gli altri, al Santa Cruz Surf film festival si ripropone di fare vedere un lato diverso della medaglia, esplorando il mondo di queste ragazze e cercando di capire come l’ambiente che le circonda influenza il loro approccio alla vita e e allo sport.

Code 055 : Saluti Da Firenze

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Foto : David Marsili

Dici Toscana e subito una serie di immagini appaiono, come una pioggia di flash, nella mente di chi ascolta: verdi e dolci colline cucite assieme da filari di vite che si perdono nell’orizzonte, uno scuro e rotondo vino rosso – accompagnato da enormi bistecche di manzo cotte su sfrigolanti griglie annerite dal fumo – e piccoli paesi ricolmi di storia.
Poi parli di Firenze ed è come sfondare una porta aperta, tutti conoscono Piazza della signoria, il David di Michelangelo e l’intramontabile Ponte Vecchio.
Pochi però si soffermano a pensare al Sampietrino.
Il Sampietrino è un blocchetto di pietra di 12 x 12 cm tipico della pavimentazione stradale del centro storico di Roma e presente in molte città del centro Italia tra le quali non manca la nostra Firenze.
La simpatica pietra introdotta nel 1585 da Papa Sisto V , altre a un gradevole aspetto estetico, ha alcune interessanti caratteristiche tra cui quella di non essere cementata, ma solo posata e poi battuta su un letto di sabbia, risultando così di facile rimozione.
_MG_0223Questo le ha permesso di divenire indiscussa protagonista di tutte le rivolte di piazza che, fin dal medioevo, hanno animato questo nostro caldo paese e di avere, quindi, un posto speciale nel cuore e nelle mitologia di ogni giovane ribelle. Nonostante gli indiscutibili vantaggi e l’innata simpatia che l’utilizzo volante di questa pietra ci suscita, per noi amanti della tavola a rotelle, essa ha lo stesso effetto repulsivo che ha per le menti di despoti e governanti; i selciati che vengono fuori dalla posa di tutte queste pietre, infatti, risultano assolutamente irregolari e non permettono di avere una pavimentazione sufficientemente liscia da consentire una sincero e godurioso drifting.

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Niente da fare dunque, nessuna speranza per i nostri 30 pollici di acero, a Firenze di fare del sano longboarding non se ne parla neppure.
Niente di più lontano dalla realtà, i riders del capoluogo toscano, quando non hanno tempo ne voglia di rifugiarsi a bombare qualche collina nel vicino outland, hanno pochi posti dove rifugiarsi e uno solo di loro può fregarsi del titolo di Home Spot : Il piazzale Michelangelo.
La poca scelta può sembrare un limite, ma l’affollamento da queste parti non sappiamo ancora che cosa sia e la soddisfazione di intraversare la tavola con la cupola del Brunelleschi riflessa nella pupille, ripaga per quel poco di monotonia che accompagna i posti che siamo soliti chiamare “casa”. Certo chiamare casa delle pietre che hanno un migliaio di anni di storia più sembrare pretenzioso ma, per chi è nato e cresciuto da queste parti, è strano quanto lo è lasciare una strisciata di uretano su di un selciato che potrebbe avere accarezzato le scarpe di Dante Alighieri e , credete a me, è meno sacrilego di quanto possa sembrare.

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E poi, a essere sinceri, gli Uffizi, il campanile di Giotto e l’Arno che scorre sonnacchioso e sornione, sotto ponti carichi di storia, sono una magnifica cornice, ma le cornici, per essere apprezzate a pieno, hanno sempre bisogno di un bel quadro all’interno e questa città, ultimamente, pare dipinta su di una tela monocromatica. Noi skater, bel lontani da avere la presunzione di scuotere il gigante addormentato, siamo comunque felici di sporcare il disegno questa città, contribuendo, con un po’ di colore, a rendere più viva una tavolozza le cui sfumature paiono essere state sostituite da una vasta e monotona varietà di toni di grigio.

Metamphetamine blues. Flea Virostko, il West side contingent e l’arte di cavalcare onde enormi imbottiti di Meth

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Mavericks

C’è stato un periodo, a fine anni novanta, in cui Santa Cruz pareva essere la capitale indiscussa dell’hard core surfing. Non si poteva aprire una rivista di surf e non vedere una foto di un ragazzo con gli anfibi e il soprannome di un qualche parassita, contornata da una didascalia dove ci veniva ricordato che il suddetto ragazzo era solito sparare manovre radicali di fronte a una folla stipata sulle inconfondibili scogliere di arenaria che fanno da cornice alla baia di Monterey.
E, attorno a quelle immagini, c’era una leggenda che si nutriva di icone , suggestioni e racconti; c’erano Flea e i suoi drop surreali , c’era Barney con le sue mute da supereroe, Peter Mel a capofitto giù dai muri di Mavericks e c’era il wipeout di Jay Moriarity, immortalato mentre veniva giù, come un cristo crocifisso, da un’onda immensa .

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Jay Moriarity e il suo “Iron Cross” Wipeout

Poi c’era la droga, un sacco di droga ; metanfetamina per essere precisi.
Essere locals a Santa Cruz era qualcosa di più che un riconoscimento identitario e , attorno a quattro ragazzi cresciuti nella zona ovest della città, fiorì una scena che si spinse ben oltre il big wave riding.
Darryl Virostko nacque a Santa Cruz nel 1971 , figlio di un giardiniere e di una madre istruttrice di Jazzercise, e cominciò a surfare all’età di quattro anni. Da adolescente venne soprannominato “Flea” (pulce) per via della stazza piccola associata a un carattere grintoso ed esuberante. Ben presto divenne una presenza costante a Steamer lane, una delle più note località surfistiche della contea di Santa Cruz, distinguendosi per la sua presenza ingombrante e l’atteggiamento da gang di strada. Dai primi anni ’90, Virostko divenne una leggenda locale per via delle manovre aeree e della radicalità del suo surf, ma i trick – seppur ai limiti della fisica- sulle onde di 4 piedi non erano quello che stava cercando. Così, senza troppo clamore, imboccò la strada del surf delle grandi onde.

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Shawn “Barney” Barron

Membro dell’irriducibile West side contingent , locals gang del West Side di Santa Cruz , Flea si distinse in varie occasioni per il suo atteggiamento aggressivo e la sua parlata senza peli sulla lingua. Esemplificativa, per comprendere l’approccio del soggetto allo sport, è un’intervista a due voci fatta assieme all’amico e Big-wave surfer Shawn “Barney” Barron per un articolo apparso su Surfer nel 1996. Parlando con il giornalista Flea descrisse con particolare livore quelli che , secondo lui, erano i “problemi” che affliggevano la scena di Santa cruz, identificandoli con gli studenti della Santa Cruz University – che definì “Trannies”( la parola che indica la categoria dei transessuali in molti siti porno) – , con i maniaci del “Surf sicuro a tutti i costi “ che chiamò con disprezzo “snippers” (rottami) e con i “Sudici” cioè i fan frikkettoni dei Grateful dead che sono soliti bighellonare nel parcheggio di Steamer Lane “Quando soffiano i venti da nord-ovest,” osservò Virostko “l’odore di patchouli è insopportabile…”.

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Peter Mel e Flea

Flea surfò Maverick per la prima volta nel 1991- strafatto di acido come ha dichiarato in seguito – e rimase nell’anonimato fino a che, nel 1999, fece il suo ingresso trionfale nella scena del Big Wave Surfing presentandosi – con un’acconciatura maculata – al Maverick’s big wave contest dove , con un drop al limite della fantascienza, si intubò in una delle onde più grandi del giorno sbaragliando la concorrenza e portandosi a casa i 15.000 dollari del primo premio.
Soldi che investì per affittare una stanza d’albergo vicino al Santa Cruz Pier dove, lui e i suoi amici, celebrarono la vittoria con un party a base di Metanfetamina e lancio di mobilia dalle finestre. L’anno seguente, con condizioni di mare ancora più grosse, il piccolo (5’9 “, 150 libbre) e asmatico Virostko si presentò ancora più in forma di quanto non fosse stato l’anno prima, battendo l’undici volte campione del mondo Kelly Slater e portandosi a casa la vittoria, assieme a un assegno da $ 30.000.the-westsiders-movie-poster-545x727
Nonostante i successi sportivi e il riconoscimento internazionale, Flea continuò la sua vita da gang di spiaggia finendo in un turbine di droga, attività illecite e surf di altissimo livello che è stato egregiamente rappresentato nel film sul West side contingent di Josh Pomer, The Westsiders. Per rendersi conto del peso emotivo di questo documentario basta pensare che in 93 minuti ci fa rivivere la morte del padre di Ratboy (di cui lui fu testimone), la morte di due dei migliori amici di Flea, la sparatoria in cui fu coinvolto uno degli amici di Barney, la morte di Mark Foo, la realizzazione della malattia mentale di Barney, la riabilitazione di Flea e la discesa all’inferno di Vince Collier (storico local e mentore del Westside contingent) , una discesa fatta di stupefacenti e intimidazioni paramilitari. Riprendere la vita di Flea e degli altri membri della gang non deve essere stata una cosa facile; quando Pomer iniziò le riprese, Virostko era ancora dipendente da metanfetamine, beveva due litri vodka ogni giorno e, un anno e mezzo prima del completamento del progetto, cadde per 15 metri giù da una scogliera durante un meth party, rompendosi un braccio e sfiorando la morte.

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Flea a Mavericks

“Fondamentalmente, non sapevo come sarebbe andata a finire” , ha raccontato Pomer. “Sapevo l’inizio e sapevo quello che c’era nel mezzo; la fine doveva scriversi da sé . Flea non era mai lucido e un giorno gli ho chiesto , ‘Come vuoi che finisca il film? Vuoi che finisca con la tua morte? Oppure vuoi darti una regolata? ‘ . Credo che il film sia stato una sorta di catalizzatore, è stato uno specchio nel quale hanno potuto vedere quello che stavano facendo veramente . Flea ha dovuto capire se voleva vivere oppure no. ”
Un attimo prima dell’incidente alla scogliera le cose avevano iniziato a viaggiare al doppio della velocità, prendendo per mano i protagonisti e lanciandoli a capofitto verso la rovina. Sparatorie, intimidazioni, grossi spostamenti di stupefacenti divennero usuali come le manovre spacca lip e i drop impossibili a Maverick; rimanevano soltanto due opzioni, fermarsi o precipitare.
Flea è riuscito a fermarsi a un passo dal precipizio. Poco dopo il volo di 6 piedi fra l’arenaria, familiari e amici riuscirono faticosamente a convincerlo a entrare in un centro di riabilitazione e , da allora, è pulito.
Non a tutti è andata così bene, il 15 maggio del 2015 Shawn “Barney” Barron è stato trovato morto nel giardino di casa a causa di quello che il coroner ha definito “ un infarto dovuto a problemi cardiaci ereditari aggravati dall’uso di metanfetamina”, referto che i familiari non hanno mai accettato, sostenendo che i problemi di cuore sono ereditari nella famiglia Barron e che Barney era ormai pulito da diversi anni.

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Flea, Vince Collier e alcuni membri del Westside contingent

Quello che è certo è che la Santa Cruz Surfer Methamphetamine Saga, ha tutte le caratteristiche di un viaggio che si inserisce in un quadro più ampio, che esula dai protagonisti “stellati” della storia, inquadrandosi in quella che pare essere una sottocultura legata a parte della surf culture locale.
Nonostante ultimamente le cose sembrino alquanto migliorate, la propensione della città per l’auto-distruzione appare tragicamente intatta, non è molto infatti che i surfisti della baia sono saliti all’onore delle cronache per una grossa sparatoria legata a controversie per il controllo del territorio e lo spaccio di stupefacenti.

 

A.S.P Against Surf Patriottism. Il surf come sovrastruttura ideologica

IMG_0085“Dal punto di vista psicoanalitico, il comportamento competitivo nei confronti degli altri, di cui spesso l’individuo non è consapevole, è sovente motivato da inconsci sentimenti di inferiorità che il soggetto cerca di compensare attraverso il raggiungimento di risultati esteriori”. Così parlava Freud riferendosi ad alcuni degli aspetti inconsci relativi alla pulsione competitiva. In effetti è dagli anni ’30 del novecento che l’approccio psicanalitico si confronta con le problematiche relative alla connessione tra la competitività, l’aggressività e inconsci sentimenti di inferiorità; eppure, da quando abbiamo un minimo di consapevolezza di noi stessi, ci sentiamo ripetere che “un po′ di sana competizione non può far altro che bene”.
Questo perché la società ci spinge continuamente verso l’opposizione con l’altro, affinché ciò che il sistema definisce “sana competizione” serva a stabilire ruoli nelle gerarchie sociali. Rendere il soggetto incline all’accettazione di ruoli lo rende infatti più disposto a subire la dominazione senza reazione.
E’ opinione comune che la competizione sia parte della natura umana, ma quella che ci propinano, in realtà, non ha nulla a che vedere con la lotta per la vita bensì , in accordo con Bertrand Russel, con la lotta per il successo.
La separazione tra gli individui e lo scollamento della collettività, in favore del raggiungimento individuale del successo, sono i mattoni su cui è costruito questo sistema ineguale.
Il Surf ai suoi albori, alle Hawaii come negli Stati Uniti era espressione di un ventaglio di valori che confluivano nella più ampia, libertaria e mistica “ricerca della libertà individuale” con il conseguente rifiuto della piramide di classe, elemento distintivo della società capitalista.
Com’è che, non solo sono cambiate le carte in tavola, ma tutto quanto il banco sembra essersi rovesciato?Gisborne-1965-Cronulla-Keith-Paul-Dwyer-the-boys_zpsbc5e76f2
Nel 1968 Duke Boyd scriveva su Surfing magazine che il surf non era uno sport ma una forma d’arte, e che una delle più grosse opposizioni culturali al sistema era costituita “ da un uomo solo, sulla sua tavola da surf, che chiuda fuori il mondo e il suo clamore per il fragoroso silenzio di verdi linee d’acqua “, niente di più lontano da quello che la surf propaganda ci scarica addosso da una trentina d’anni.
In “Pugni chiusi e cerchi olimpici” Sergio Giuntini afferma come “ la competitività, per sua costituzione, è categoria totalitaria: vincola ad un confronto costante fra il proprio e l’altrui risultato. Non a caso è stata introdotta nel lavoro, nell’educazione scolastica e in ogni forma di relazione sociale. Lo sport come attività storicamente istituzionalizzata, pertanto, ha generato in sè la contraddizione: il bambino viene iniziato al gioco, ma, immediatamente dopo, con l’imperativo del risultato da conseguire, viene a svolgere un lavoro. Lo spettatore comincia a guardare per “divertirsi”, ma, nella maggior parte dei casi, non sa opporsi a quei processi di valorizzazione che lo coinvolgono nel ruolo di consumatore”.
In un mondo dove, quanto a contro cultura, siamo praticamente regrediti all’analfabetismo, i sentimenti che si accompagnano all’esaltazione dell’atto competitivo – vedi l’emulazione, l’idolatria e il nazionalismo – hanno trovato terreno fertile oltre ogni più rosea aspettativa.
BLW_1936-copyL’attuale WSL ( con la compagine brasiliana sempre attenta a identificarsi sotto la bandiera verde oro e il circuito mediatico audace ad identificarla sotto l’etichetta The Brazilian Storm) così come la ISA (promotrice dell’ingresso del surf alle olimpiadi) all’interno del loro mandato, stanno preparando il terreno per un amplificazione del sentire patriottico, con i suoi annessi e connessi. Assistiamo a fenomeni di santificazione che difficilmente riescono a trovare un collocamento razionale all’interno di quella che era una cultura senza confini, internazionalista, fatta di onde e di mare e non di bandiere e nazioni.
Nel surf, come nella vita, lo stringersi attorno a qualcuno che diventa emblema e simbolo, spingendo verso un’apologia religioso-nazionalistica, ci pare quanto di più funzionale ci possa essere per chi cerca di trasformare una cultura in un prodotto. Riteniamo, infine, come assioma tale enunciato: “the best surfer is the one having the most fun”.

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