apocalypse now
Una scena dal film “Apocalyspe now”

Prima di parlare delle implicazioni della cultura surf durante la guerra del vietnam è doveroso fare una premessa.

Il mondo del surf è stato pesantemente e duramente colpito anche durante la Seconda Guerra Mondiale. Sei mesi dopo il bombardamento di Pearl Harbor nel 1941, quasi tutti i surfisti in età di leva di America, Australia, e del territorio delle Hawaii vennero arruolati nelle forze armate;
” Lasciando le onde”, come scrisse più tardi il giornalista di surf John Grissim, ” a un briciolo di vagabondi da spiaggia, renitenti alla leva, bambini e locali che avevano ottenuto posti di lavoro in ambiti legati alla difesa senza dover partire per il fronte.”
In quel periodo lo sviluppo delle tavole da surf si fermò completamente e il “Pacific Coast Surf Riding Championships” fondato nel 1928 e, all’epoca, la più importante competizione di questo sport, venne sospeso senza mai essere più ripreso.
Il razionamento costrinse quei pochi surfisti rimasti a casa a metter in comune i buoni per la benzina che il governo concedeva, per poter percorrere la costa alla ricerca di qualche buona onda, mentre numerose spiagge, tra cui Malibù, Waikiki, e Bondi beach, vennero transennate con filo spinato come difesa contro un possibile attacco giapponese. Decine di surfisti (su una popolazione mondiale di circa un migliaio) vennero uccisi in battaglia.
Al ritorno dalla guerra i surfisti cominciarono a costruire tavole con materiali sviluppati per l’industria bellica, come la fibra di vetro, il FOAM (i famosi pani di politilene espanso) e la resina poliestere; ponendo le basi per la rivoluzione delle tecniche costruttive delle tavole da surf.

Buzzy Bent (left) rides a balsa board shaped by Joe Quigg, as Dempsey Holder (center) and Bobby Ekstrom share the same wave in 1949.
Buzzy Bent (left) rides a balsa board shaped by Joe Quigg, as Dempsey Holder (center) and Bobby Ekstrom share the same wave in 1949.
Surfing During World War II (1940-45)
Surfing During World War II (1940-45)

Quello che ci fu di diverso, con la guerra del Vietnam, furono le implicazioni sociali e ideologiche che le scelte dei surfisti ebbero sul conflitto e su buona parte della collettività; l’approccio che i surfer degli anni ’60 e dei primi anni ’70 ebbero nei confronti della guerra fu molto diverso da quello che ebbero i loro coetanei durante la Seconda guerra mondiale. Stavolta i renitenti alla leva furono migliaia e moltissimi surfisti si unirono al movimento di protesta, partecipando a marce e cortei a favore della pace.
Negli anni ’60 pure la stampa surf, settore solitamente politicamente neutrale, assunse un carattere prettamente pacifista.

Un numero significativo di surfisti , tuttavia, confluì nell’esercito; molti costretti al sacrificio dalla leva obbligatoria , mentre altri scelsero di partire come volontari (il vincitore del “1967 Duke Kahanamoku Invitational” Jock Sutherland fu una figura di spicco tra coloro che partirono volontari).

Un soldato con la sua tavola da surf
Un soldato con la sua tavola da surf
Un veterano della guerra in vietnam mostra orgoglioso il suo tatuaggio del
Un veterano della guerra in vietnam mostra orgoglioso il suo tatuaggio del “China beach surf club”

Così la cultura del surf, da una parte si mescolò alle voci di protesta della società civile, dall’altra influenzò l’estetica stessa della guerra, condizionandola al punto tale che John Milius ebbe a parlare della campagna militare in Vietnam come di una guerra “Californiana”, per l’enorme portata che la cultura dei giovani coscritti del Golden State hanno avuto nel plasmare l’immaginario del fronte.

One of the reasons I put surfing in ‘Apocalypse Now ‘
was because I always thought Vietnam was a “California war”
John Milius

Una scena dal film
Una scena dal film “Apocalyspe now”

A questo proposito, Milius ha esplorato l’effetto del Vietnam sui surfisti e , in misura minore, l’effetto dei surfisti sul Vietnam, nelle sue sceneggiature di “Un Mercoledì da Leoni (1978) “, “Apocalypse Now (1979)” e nel documentario di Sott Bass del 2008 “Between the Lines” di cui è narratore e co-autore di sceneggiatura. Questo documentario ( che narra le esperienze dei surfers Pat Farley e Brant Page – uno volontario e l’altro renitente alla leva e in fuga alle hawaii -) rappresenta in maniera esemplare l’esperienza dei surfisti in guerra e lo scontro tra la cultura di cui erano portatori e l’ambiente militare. A tale proposito, sempre Milus, ha dichiarato :

“Porta alla luce il nucleo centrale di ogni vero surfista, il nucleo della nostra natura; che è, in definitiva, il fatto che non ci piace l’autorità.”

Interessante è notare quanto, nonostante le resistenze di sistema, l’ambiente militare abbia a sua volta condizionato parte della cultura surfistica. Condizionamento che appare particolarmente evidente se si analizza un certo tipo di gergo;

Il Surf è stato spesso descritto con frasi tranquille e rilassate (L’editore del Surfer Journal Steve Pezman ha spesso fatto riferimento al surf come a “una danza su un palcoscenico liquido”), ma il vernacolo popolare di questo sport è, in realtà, carico di metafore di guerra: Le tavole per le onde grosse sono comunemente note come “Guns” , articoli dei giornali di surf riguardanti i contest hanno spesso titoli come “ Il giorno che la guerra arrivò a Malibù”, le onde sono spesso “caricate”, “attaccate” o “distrutte”, le onde giganti sono “bombe”, i longboards “carri armati” , e i surfisti giovani e aggressivi sono chiamati “Surf-Nazi”.

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Per restare su questa falsa riga basta leggere l’autobiografia del surfista australiano Wayne Bartholomew, campione del mondo del 1978, che ha descritto se stesso niente meno che come un “guerriero” ; dicendo di aver vissuto il tour mondiale come una “campagna militare” e ricordando che durante il volo aereo che lo portava da Sydney a Oahu, verso la gara finale della stagione, gli piaceva immaginare se stesso come Annibale che attraversava le Alpi per distruggere i Romani. Entrare in acqua a Pipeline, disse, era come “remare in un campo di battaglia “.

China beach surf club
China beach surf club

Il fatto che la cultura surf abbia avuto non poca influenza sulla risposta che molti giovani surfisti hanno avuto nei confronti della chiamata obbligatoria al conflitto del Vietnam è stato, specie negli Stati Uniti, fonte di un acceso dibattito.

Quanti tra i ragazzi che praticavano il tennis o il golf scelsero la renitenza alla leva – con le conseguenze legali e il giudizio morale che si portava appresso- per poter continuare a praticare il proprio sport? E quanti di loro, tra quelli costretti a partire, hanno cercato ogni possibile escamotage per prendere in mano la propria racchetta e “giocare”, magari tra un rastrellamento e l’altro?

Pat Rogan, Nha Trang Beach, South Vietnam
Pat Rogan, Nha Trang Beach, South Vietnam

Nessuno credo.
Perché la comunità surfistica reagì invece in maniera così radicale?
La risposta è da cercarsi nel fatto che questo non è uno sport, o almeno non è soltanto uno sport. Avere un mondo e una cultura propria, come hanno i surfisti, comporta un immaginario e delle regole condivise che possono anche essere difformi da quelle della società civile. Se , per l’americano medio, essere renitente alla leva era una vergogna inaccettabile e comportava l’isolamento e l’ esclusione sociale così, probabilmente, non era fra i surfisti – o comunque non lo era per una grossa fetta della loro comunità – .
Il senso di libertà e di distacco che la pratica massiva di questo sport porta a sperimentare difficilmente riesce ad adattarsi a un ambiente di tipo costrittivo, da qui la tendenza a sfuggire al controllo, a non conformarsi; Tendenza che portò tanti giovani a scelte radicali come la diserzione.

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