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Derek Hynd fotografato per liquid salt magazine

Hynd è nato a Sydney, Australia nel 1957.
Fin da giovane si fa notare per il suo stile fluido e anticonformista e, anche se non è mai stato particolarmente interessato a scalare le classifiche del circuito mondiale , finisce molto presto dentro al carrozzone del world tour. L’inizio non è dei più esaltanti , ma il ragazzo attira l’attenzione di mezzo mondo su di se quando riesce a qualificarsi settimo nel ranking mondiale, nonostante fosse rimasto cieco dall’occhio destro per via di una tavolata in pieno volto presa durate una gara.
Non sono però i risultati prettamente sportivi a fare grande la storia di questo australiano, cresciuto a Newport e divenuto ben presto uno dei più prolifici giornalisti di surf che questo mondo abbia mai avuto, bensì una storia personale che lo porterà ad abbandonare i sentieri conosciuti della consuetudine per addentrarsi nell’ignoto della sperimentazione. Hynd, giornalista di surf famoso e affermato – conosciuto per la sua prosa a volte ironica e perspicace, a volte enigmatica e oscura- nonché allenatore di campioni della caratura di Mark Occhilupo, a un certo punto della sua vita ha una visione; e da quella visione nasce una filosofia, il free friction surfing.
Ma andiamo con ordine.
Hynd da tempo non è più il giornalista mainstream che il mondo era abituato a conoscere, trascorre molto tempo a Jeffry’s bay, in Sud africa e , negli ultimi anni, ha passato più tempo a osservare gabbiani e sule che a parlare con consumati brand developer.
Qualche anno fa ha maturato un pensiero iconoclasta e rivoluzionario :”Tom Blake inventando la pinna ha segnato il declino dello He’e Nalu, indirizzandolo verso l’attività uni-dimensionale e marchettara che conosciamo oggi come surf“. Così ha deciso di guardare avanti tornando indietro, di essere contro innovando. Strappate le pinne alla tavola e studiate nuove linee e nuovi rail nasce il Free Friction.
La massificazione e commercializzazione del surf, il fatto che l’ambiente fosse diventato una vuota macchina da soldi e le stronzate (sono parole sue) di cui è piena la scena, sono state la spinta fondante della sua rivoluzione. Così come il fatto che nessuno, nel mondo ufficiale, pareva capire il concetto di purezza che sta dietro a questo nostro universo fatto di tavole e acqua.

E’ a causa di tutto questo che mi sono liberato delle pinne,

come reazione al trend, per allontanarmi da tutta questa spazzatura.”

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Derek Hynd senza pinne a Jeffreys Bay

Da allora Hynd si è spinto sempre più avanti, affinando la tecnica e il pensiero, riflettendo sulla staticità di un ambiente – quello del surf – che da un sentiero di contro cultura e sperimentazione ha abbandonato la sua anima a favore di un ambiente chiuso e reazionario; diventando , col tempo, uno sport praticabile con una certa facilità; non più un viaggio spirituale, da percorrere a step successivi.

Il fulcro su cui Il Free friction si basa è il rifiuto della piega presa dal surf con l’introduzione della pinna; può sembrare una presa di posizione al limite del surreale, ma a questo tipo di obiezioni Derek risponde che negli anni quaranta personaggi storici come Joe Quigg e Rabbit Kekai avevano sviluppato dei Guns senza pinne capaci di affrontare i muri enormi di Waimea, ma la ricerca non fu sostenuta. L’industria aveva ormai fatto la sua scelta, la pinna che Tom Blake aveva sviluppato era il senso verso cui le tavole si dovevano orientare.
Questo, secondo lui, ha completamente tarpato le ali alla sperimentazione, imbrigliando il surf in un binario precostituito, quando le direzioni che avrebbe potuto prendere erano , a suo avviso, molteplici.
Ed è all’interno di una di queste direzioni molteplici che si inserisce la sua rivoluzione; nell’esplorazione di un mondo negato.

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Sula in volo

Tutto è nato dall’osservazione delle Sule, dice Hynd, da come quell’uccello marino dal becco giallo surfa le onde ad altissima velocità; planando a pochi millimetri dall’acqua, completamente senza attrito e disegnando linee incredibili. E’ per cercare di imitare quelle linee e quella purezza che Dereck si è buttato così a capofitto nella sua ricerca, scoprendo che poteva riuscire a farlo levando le pinne che tenevano la tavola agganciata alla parete e la sua mente imbrigliata all’esistente.

L’approccio normale al surf, e per normale intendo l’uso della della classica tavola ad una, due o tre derive , non è per lui il male assoluto, soltanto non crede che sia una via percorribile per chi ha interesse a un approccio trasversale e incondizionato allo sport.
Ritiene la pratica consueta del surfing una via aggressiva, fatta di attacchi pianificati e manovre strutturate. Una strada non più percorribile per uno come lui che non riusciva a non pensare che il surf fosse diventato un esercizio a senso unico, a causa del mercato e di tutto quello che comporta. Fuggire dall’omologazione è quindi diventata una priorità.

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Il fatto che uno degli aspetti fondanti della filosofia free friction sia quello di uscire dal “sistema”, considerando questa risposta esistenziale al surf anche come un atto politico non può essere sottovalutato. Non consumare (o almeno consumare il meno possibile) è uno dei primi dettami dell’Hynd pensiero “la maggior parte delle tavole che uso nascono proprio dall’esigenza di riciclare, spesso rimodello tavole nuove da tavole vecchie o dismesse. Bisogna dire, però, che il surf free-friction non è per tutti, a molti non interessa per niente. Ma per i pochi curiosi posso dire che il modo migliore è quello di “tagliare” quello che non serve. Proprio come negli anni ’60, quando i ragazzini segavano via nose e tail da un longboard per risparmiare soldi. In poche parole tolgo le pinne, taglio parte dal tail e lo assottilio, uso la stuoia per riresinarlo e creare bordi e channel taglienti che poi non carteggio. Giusto una passata. In tre ore, se tutto va bene, la tavola è pronta.”

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Derek Hynd con una delle sue finless board

Col passare degli anni il suo pensiero si è evoluto e definito abbracciando una grossa fetta dell’esistente, qualcuno oserebbe definirla una religione anche se il diretto interessato non sarebbe probabilmente d’accordo.

Certo , se di religione proprio dobbiamo parlare, quel che c’è da dire è che è una bestia strana da definire; quel che è sicuro è che c’è ben altro oltre all’atto fisico del surfare e che la disciplina è tutt’altro che consolatoria .
Steve Shearer, su Surfer, l’ha definita un deragliamento prolungato e inesorabile dei sensi, catalizzato da lunghe guidate notturne verso gli spot, invettive contro le corporation, analisi storiche che- come un fiume in piena- si intersecano con la realtà attuale, un approccio minimale riguardo al cibo, al sonno e agli stimolanti, una tagliente e angolare critica alla nostra realtà distopica, giudizi chiari e inequivocabili su tutto quanto riguarda la surf culture e i personaggi che la animano. Tutto questo fuso assieme a una pratica assidua e regolare del surf.

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Insomma, il programma spartano di Hynd lascerebbe qualsiasi hipster di vent’anni a terra, annaspante e piangente per un cappuccino macchiato al latte di soia.
Questo, e molto altro, è il Free friction surfing; Si può esserne incuriositi o pensare che sia soltanto un ingarbugliato modo di complicarsi la vita, ma quello su cui è difficile dissentire è l’effetto che questo approccio ha avuto su Hynd. Ha 58 anni adesso e pare averne venti; quando surfa anche meno. Gli piace ripetere che il free friction ha invertito il suo processo d’invecchiamento e – vedendolo scivolare sulle lunghe destre di Jeffry’s bay senza pinne, senza attrito, senza costrizioni – è difficile essere in disaccordo.

D.N. 

thanks to:
http://www.surfnews.com
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http://www.encyclopediaofsurfing.com
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