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Sgorgato dalla seminale mente di Wilson nel lontano 1966 per essere pubblicato solo nel 2004, il celeberrimo album mancato dei Beach Boys, prosieguo del capolavoro Pet Sounds, venne accantonato per decenni. Di chi è la colpa?
Come sempre di tutti e di nessuno. Potremmo darla ai Beach Boys, che mal sopportavano le escursioni febbrili così lontane dal sicuro pop da classifica del loro leader e compositore, alla mente sempre più provata dalle anfetamine di Wilson, o all’uscita di
Sgt. Peppers (che tanto deve a Pet Sounds), che anticipò sui tempi il progetto Smile nel cambiare le sorti del panorama pop – rock per sempre. Lo ordino, attendo, arriva: la copertina ha un sole lisergico su di uno sfondo bianco che sa di pop art; il luccichio blu della scritta “Smile” è inesorabile. La mia ragazza dice: “Troppo freak”.
La costina di plastica liscia è insolita però, più asettica di quelle zigrinate o porose.
Freak agli occhi, per niente al tatto.
La campagna, in questo concept suddiviso in tre momenti, è come sospesa tra i ricordi. L’atmosfera da surf non più di quanta se ne possa trovare in
Pet Sounds.

pet sounds
La copertina del famigerato Pet sounds dei Beach boys

Lo ascolto e lo riascolto e non mi capacito di come melodie e orchestrazioni tanto sublimi possano essergli rimaste nel cervello, per più di trent’anni, senza farlo esplodere.
Badate bene, non impazzire, esplodere letteralmente.
Inizia con un coro a cappella da brividi, per poi dipanarsi in escursioni di archi, tastiere, suoni di clavicembalo, contro cori e contro cazzi. È un album carico di tempo ecco cos’è: ideato da un giovane Wilson ma rimaneggiato nella sua forma definitiva e fatto uscire quando ha ormai sessantadue anni. La masterizzazione è fatta con gli ultimi elaborati tecnologici (terminologia anacronistica dovuta ad ascolto compulsivo.. troppo tempo sgorga dalle casse
!). Delle vecchie sessioni molto è rimasto, come testimoniano la pubblicazione The Smile Session del 2011 ed i vari bootleg, ma di fatto il corpo che riesce ad imprimere finalmente a quest’opera è totale, surclassando a mio avviso, le registrazioni del ‘66. Non faccio che sentirlo: a casa, in macchina, lo mugolo sotto la doccia e dentro al mio cervello. Mi ha stregato. Non mi succedeva dai tempi di Never Mind The Bolloks Heres The Sex Pistols, quando credevo di essermi trasformato in un “Johnny marcio” sempre in botta e sbraitante, al di là della melodia, come il mio eroe. Ma adesso non mi sono trasformato in un Brian Wilson del ‘66, intossicato da anfetamine ed lsd; non ho più l’età. Quello che è successo invece è che qualcosa mi ha avvinghiato e si è radicata in me, da qualche parte, come se si fosse aperta una nuova ferita tra me e il mondo. O forse mi sono drogato troppo. Maledetti Sex Pistols. Brian Wilson ha definito l’opera come una “sinfonia adolescenziale diretta a Dio”. Io non so se per un attimo sono stato uno dei tramiti di questa sinfonia verso l’empireo. Forse, più semplicemente, è tutto questo tempo che sgorga da sto maledetto cd: da bravo Capricorno non può che scatenarmi nell’animo spirali vorticose.

Brian Wilson Presents Smile, con testi di Van Dike Parks e Tony Asher, fece il suo debutto il 20 febbraio 2004 alla Royal Festival Hall di Londra, 37 anni dopo la sua venuta al mondo.
Davvero un sacco di tempo.
Paul Mc Cartney, eterno amico, rivale ed ammiratore, aveva gli occhi lucidi al lato del palco.

 

Francesco Azzirri   30_07_2012

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