versilia wave david
Versilia, prime luci del’alba. Foto: David Marsili

A pochi chilometri dall’aeroporto cominciarono ad assalirmi i primi dubbi. Bologna-Istanbul c’era scritto sul biglietto che continuavo a rigirarmi tra le mani, ma non era quello ciò che mi preoccupava; toccata la città Turca, tempo una manciata di respiri e sarei stato di nuovo in aria, verso Tel Aviv e l’ennesima campagna militare in cui si era lanciata. Operazione Margine protettivo si chiamava stavolta.
Tel Aviv… santo cielo, quasi non sapevo dov’era.
Dormivo in macchina quando arrivò la chiamata; il mare era buono ed eravamo sistemati nel retro di una fiat multipla camperizzata alla meglio, ad aspettare il momento adatto per entrare in acqua. Con un metro e mezzo di mareggiata e nove secondi di periodo, il lavoro era l’ultima delle mie preoccupazioni. Invece squillò il telefono e un attimo dopo tutto prese a viaggiare al doppio del normale.

multipla camper
Scavi archeologici alla Basilica della Natività, Qualche missile di Hamas e Comunque puoi stare tranquillo furono le uniche tre frasi che metabolizzai prima di rispondere con un flemmatico va bene.
Ne parlai pure col ragazzo livornese che stava al bancone del negozio di surf , ma i suoi continui e stupiti “Dè!” non fecero che acuire il senso di irrealtà in cui mi pareva di essere sprofondato.
Così, una settimana dopo, ero seduto su di uno sbiadito sedile di un altrettanto sbiadito furgone a farmi assalire dall’ansia. Con me c’era Franco, l’avevo conosciuto un’ora prima in sede. Anche lui era nuovo, aveva una cinquantina d’anni e la barba bianca lunga fino al petto ; restaurava il legno ed era un hippy. Non un frikkettone, ma un hippy di quelli veri, uno che aveva cominciato una trentina d’anni fa e che aveva alle spalle un passato di occupazioni , casolari e meditazione da fare invidia a qualsiasi scoppiato californiano della South Bay.
Restare sospeso in aria non fu così brutto come ricordavo, la voce della paranoia, che di solito avvia a sussurrarmi nelle orecchie appena si toccano i 10.000 piedi, stavolta si fece sentire appena. Non so se per merito dell’irrefrenabile entusiasmo del mio compagno di viaggio o per via dei bicchieri di Sangiovese che mi ero costretto a trangugiare prima di salire a bordo.aereo

A mezz’ora di volo dallo stato di Israele cominciai addirittura a rilassarmi e a pensare che, in fin dei conti, la realtà è spesso meno brutta di come la si dipinge e che si, ci sarà stata pure una guerra, ma noi mica eravamo soldati. Poi con tutti quei grattaceli pareva di stare atterrando a Miami, e a Miami mica si muore sotto le bombe.
Mi sbagliavo però; non so quanto mi sbagliassi su Miami, ma sicuramente mi sbagliavo su Tel Aviv. Qualche secondo prima che il carrello toccasse la pista infatti, il pilota – con una manovra che, assieme ai succhi gastrici, mi riversò in gola anche gran parte dell’intestino – riportò in quota l’aereo. Missili troppo vicini all’aeroporto ci spiegarono qualche minuto dopo; dunque si tornava indietro.
Mentre, in un atmosfera surreale, tornavamo verso il mar di Marmara mi guardai intorno. I passeggeri, per lo più cittadini Israeliani, erano quasi tutti in lacrime e, attorno a me, non c’era un espressione che non fosse quanto meno contrita.
A parte quella di Franco.
“Tranquillo” mi disse con un bel sorriso stampato in viso “son cose che capitano, ci riproveremo domani”.
Probabilmente, negli anni, quell’uomo aveva visto qualcosa; qualcosa che nessun altro in quell’aereo si era lontanamente sognato, neppure quel gruppo di ebrei ultra ortodossi con gli avambracci stretti nei lacci di cuoio, che continuavano a salmodiare due file dietro di noi.
L’indomani, però, non ci fu modo di riprovarci e nemmeno nei giorni seguenti; lo spazio aereo fu chiuso e noi restammo bloccati a Istanbul in attesa di istruzioni. Non che fosse una disgrazia, qualche giorno a spasso sul Bosforo mi pareva un buon viatico per lo spavento che mi ero preso. Purtroppo il blocco dei voli fu trasformato dal governo turco in uno strumento di pressione e il nostro piacevole soggiorno si allungò tanto da divenire un antipatico contrattempo.
La piccola pensione dietro piazza Taksim e il suo gestore Marxista ci aiutarono a passare i dieci giorni di campagna elettorale che ci capitarono tra capo e collo. Non ci fu dato un momento di tregua, ogni minuto e su ogni canale Erdogan non mancò di ricordarci che la gente a Gaza stava morendo in modo orribile. Tanto per farci stare tranquilli. Persino dei Siriani pensarono bene di farci presente che non era il momento opportuno per andare in Palestina, ma cos’altro dovevamo fare? ormai eravamo in ballo e ci toccava di ballare, o almeno era così che giustificavamo la nostra poco comprensibile ostinazione. Ostinazione che ci portò, non appena fu di nuovo possibile volare su Tel Aviv, a saltare sul primo aereo disponibile e a ributtarci a capofitto verso quel Ben Gurion Airport che nell’ultima settimana avevamo sentito nominare fino alla nausea.
Ero talmente teso che, per la prima volta in vita mia, non riuscivo a farmi consolare dalla visione di un qualche point sconosciuto. Sul cellulare avevo tre foto di un onda fantastica; un metro bello solido, vento da terra e nessuno in acqua. Me le aveva date un ragazzo in aeroporto, uno di quei francesi con lo zaino enorme e il cervello mezzo fuso che si trovano un po’ dovunque a giro per il mondo .
Continuavo a guardarle, ma non facevano nessuno effetto.
“Ci devi andare assolutamente, sono su al nord, al confine col Libano” aveva detto.
Libano, certo… come se non avessi già abbastanza problemi…

onde israele
Shavei Tzion. Israele

 To be continued…

D.N.

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