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Dopo un tentativo di atterraggio non andato a buon fine e dieci giorni di blocco forzato a Istanbul, finalmente salimmo su di un aereo diretto a Tel Aviv.
Stavolta riuscimmo ad atterrare.
Mi fermarono subito. Ero biondo, con i capelli lunghi e viaggiavo da solo, anzi no, con me c’era un hippy che sorrideva di continuo, probabilmente la cosa li rendeva nervosi. Sembravano preoccupati del fatto che potesse essere un qualche attivista politico.
“Dove andate?”.
“In Palestina”.
“La Palestina non esiste”.
Si cominciava bene. L’impatto con i soldati Israeliani è, per chi non è abituato, piuttosto straniante: più o meno come trovarsi davanti a un Robocop con il sistema operativo male aggiornato che non la smette di fare domande.
L’amico in divisa sfogliò il passaporto come se stesse cercando l’arma del delitto, poi alzò gli occhi.
“Marocco…” fece con l’aria di un professore di quinta liceo che ti becca a copiare. Provare a parlargli delle destre infinite di Imessouane non produsse nessun effetto positivo.

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Baia di Imessouane. Photo by David Marsili

Così, questo fu l’inizio di un vero e proprio interrogatorio che finì un ora dopo, lasciandoci sotto il cielo di Tel aviv con una malcelata sensazione di disagio sotto pelle.
Meno di un’ora di strada ci separava da Gerusalemme e ci fermarono almeno quattro volte. Il concetto di Check point ancora non mi era entrato in testa e il fastidio che provavo ogni volta che un elmetto si affacciava al finestrino per chiedere la stessa identica cosa, cominciava a farsi difficile da nascondere. Eppure la città santa per eccellenza non tardò molto ad arrivare, anche se rimase in lontananza, come una visione da un altro spazio e da un altro tempo; non era li che eravamo diretti, almeno non al momento.
“Dobbiamo sbrigarci!” disse l’autista arabo in un inglese biascicato “per arrivare a Betlemme c’è da passare il check point 300 e, in periodi come questi, non sappiamo quanto tempo ci potrà volere”.
Già… il check point 300, il muro.
Tutta una serie di immagini mi apparirono in testa; Banksy, le molotov, gli idranti dalle torrette, la kefiah usata come passamontagna.
Quante volte negli anni avevo letto di quel muro? Di quello e di altri muri che mutilano, come cicatrici, l’anima dell’occidente. Ne leggi e ti indigni, magari ci scrivi pure qualcosa sopra, poi passa, poi pensi di essere abituato.
Invece quando li vedi succede qualcosa, succede che ti senti male.
La barriera di separazione Israeliana (come la chiama Wikipedia) è un pachidermico serpente di cemento che si snoda a stringere tra le sue spire la Cisgiordania e passargli tra le fauci non è per nulla piacevole, nemmeno se sei occidentale e stai andando a lavorare in un sito UNESCO.

 

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Checkpoint 300 Bethlehem

Betlemme non è lontana, sono soltanto otto chilometri da Gerusalemme, ma è come se fosse su di un altro pianeta. Ci entrammo di notte; niente aiuole verdi, niente illuminazione a led, niente intonaco sugli edifici, scarsa segnaletica e, sopratutto, una sensazione di sospensione attonita nell’aria, come se un’energia enorme covasse tutt’intorno e cercasse uno spiraglio qualsiasi per poter esplodere.

croceIl tassista si fermò di fronte alla Basilica della Natività; scesi e non feci a tempo a mettere gli occhi sulla croce francescana – piantata come un monito sul tetto della chiesa- che, dal cellulare di un ragazzino stretto attorno alla sua Kefiah rossa, risuonò un allarme antiaereo. Mi agitai e lui se ne accorse subito.
“Tranquillo” disse ridendo “ e’ Red Allert, un’applicazione che dice dove vanno i missili di Hamas.”
Poi si fece serio, guardò lo schermo e aprendo le mani disse:
“Ashdod… niente Tel Aviv purtroppo…”.
Cercai pure io di sorridere, ma non ci riuscii; poi alzai lo sguardo tentando di individuare, nel cielo nero come la pece, il jet di cui sentivo il rumore da quando ero sceso dal taxi e, mentre il muro del suono veniva infranto con un boato assordante, mi chiesi come diavolo avrei fatto a passare sei mesi quaggiù.

 

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