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Dietro l’immagine, la filosofia e l’etica del surf forse c’è ben più che quattro vecchi hippes strafatti di erba con il pallino fisso dell’onda perfetta. Qualcosa di abbastanza potente da far drizzare le antenne a qualcuno su in alto- nella stanza dei bottoni- e fargli passare qualche notte in bianco per pensare a come correre ai ripari. Ma andiamo con ordine.
Il film Beach party del 1963 si apre con un inquadratura fissa sulla caricatura di Robert Sutwell, un “famoso antropologo” che osserva con attenzione un gruppo di giovani surfisti del Sud California. L’accademico, Robert Sutwell, non riesce a trattenere un ironica risatina nel vedere i ragazzi, poco vestiti, che si spalmano l’un l’altro la crema solare parlando una lingua incomprensibile.
“E’ affascinante” Sutwell dice all’assistente “ Quanto questa gente sia simile alle tribù primitive che abbiamo studiato”. Quando l’assistente protesta dicendo che “ Sono soltanto normali ragazzi Americani” “ il professore replica “ Ragazzi, si; normali, no. Sono una vera sottocultura, vivono in una società così primitiva che pare quella degli aborigeni della Nuova Guinea”.
Il film ribadisce il punto di vista di Sutwell più e più volte, con il sottofondo di una colonna sonora di bonghi e immagini di adolescenti senza genitori che surfano e ballano selvaggiamente davanti a capanne e falò.

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S.Onofre, 1950

Il film Beach party fu un grandissimo successo, in un periodo in cui la mania del surf era al suo apice, spinta dall’incontenibile popolarità del film Gidget del 1959. Questa mania imperversò negli stati uniti per tutti gli anni sessanta e fu caratterizzata da una vera e propria ossessione per tutto quello che era legato al Surfing lifestyle, portando con se esagerazioni ed eccessi, come la moda di portare tavole da surf legate sul tetto della macchina pure nei più sperduti paesini di montagna.
Tutto questo, oltre a fare la fortuna dei grandi brand di surf, portò a una crescita esponenziale del numero dei surfisti che passarono, in pochi anni, da alcune centinaia a più di due milioni.
Sul perché di un’operazione del genere si sono sprecati pareri e opinioni; Una di queste teorie ci dice che tale processo di commercializzazione e sdoganamento di quella che era una sottocultura, con svariate sfaccettature e una complessa etica anti-sistema, sia stato favorito – se non addirittura spinto- dal sistema stesso, intenzionato a risolvere il problema dipingendo con un quadro più soddisfacente e meno minaccioso i suoi giovani.
Quando la controcultura surf apparì nell’America appena uscita fuori dalla seconda guerra mondiale, i surfisti e la morale che si portavano appresso, erano percepiti come una minaccia da parte dell’ordine costituito. Assieme, se non addirittura prima, della cultura beat e di qualsivoglia movimento di rottura con l’esistente, la surf culture nacque e proliferò portandosi appresso un’etica in netta contrapposizione con la macchina capitalistica che già allora guidava gli Stati Uniti.
Inizialmente il sistema agì in maniera repressiva proponendo e applicando leggi e normative anti-surf e istruendo i Lifeguards di tenere “sempre sott’occhio” quelli che erano considerati giovani fuori legge. Cosa che , in fin dei conti, a quei tempi erano davvero.

 

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WIndansea surfers late ’50s

Prima che la mania del surf venisse servita in pasto al grande pubblico, la sottocultura surf alle Hawaii e negli Stati Uniti era composta, in larga parte, da comunità di persone non salariate che rifiutavano l’etica del lavoro e vivevano in spiaggia , con le onde e per le onde. C’erano inoltre, fra di loro , moltissime persone che non avevano servito il loro paese durante la seconda guerra mondiale ( categoria , ai tempi, più che disprezzata) ; tra di essi molti erano i renitenti alla leva, ma molti erano anche i surfisti che , per via del remare in ginocchio sulle tavole, avevano sviluppato una particolare malformazione alle ginocchia che li rendeva “non abili” al servizio militare.
La droga costituiva già un elemento portante del surfing lifestye e infrangere la legge era un elemento fondamentale per avere accesso alle onde migliori. In fin dei conti, in una comunità di persone non salariate, è più che normale che contravvenire alle regole sia una parte fondamentale della vita quotidiana. Durante gli anni quaranta, i surfisti di Malibù violavano continuamente le proprietà private per guadagnarsi l’accesso in punti della spiaggia cui gli era negato e si ha notizia di continui scontri con le forze dell’ordine.
Non per nulla, alcuni tra i teorici delle devianze, classificarono “gli abitanti della spiaggia” come ribelli che sarebbero stati da inserire nella categoria delle devianze sociali.
I surfisti, dunque , erano portatori di uno stile di vita decisamente non conformista.
Appare quindi chiaro come il rapporto fra la sottocultura anticonformista degli inizi e il brodo commerciale dato in pasto alle masse in seguito, sia un perfetto esempio della teoria della cooptazione tra il capitalismo e le forme culturali che gli si oppongono.
Questa teoria, tratteggiata anche nel pensiero di Marcuse, vede il capitalismo come in continua battaglia con il suo opposto : il desiderio di libertà, la ricerca del piacere e l’autonomia dal lavoro.

don-james-surfing-san-onofre-to-point-dume-1936-1942-6In questa battaglia il capitalismo cerca di rendere ininfluenti le proprie opposizioni svuotandole dai contenuti e mettendo in vendita la loro immagine, riportando in questa maniera ogni potenziale fuoriuscita dal sistema di nuovo dentro al meccanismo di lavoro e acquisto di beni.
In accordo con quello che diceva Antonio Gramsci, la crisi di un’egemonia si manifesta quando, anche mantenendo il proprio dominio, le classi sociali politicamente dominanti non riescono più a essere dirigenti di tutte quante le classi sociali, ossia non riescono a risolvere i problemi di tutta la collettività e a imporre a tutta la società la propria complessiva concezione del mondo.
In questo senso la cultura surf, proponendo valori come la ricerca della libertà individuale e il rifiuto del lavoro salariato, si poneva in netto contrasto con le logiche di gestione capitalistica della società; questo gruppo di persone, seppure esiguo in rapporto alla totalità della popolazione , costituiva quindi, rifiutando i valori comuni , un problema.
Problema che si è cercato di risolvere ridefinendo queste tendenze che si opponevano alla legge del capitale; trasformando quella che era una vera e propria cultura in una disarmata macchina di consumo , reintegrandola così dentro il sistema il cui cuore è, appunto, l’etica del lavoro.

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Thanks to:

Radical: The Image of the Surfer and the Politics of Popular Culture . Kristin Lawler.
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