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Photos & Inspiration : David Marsili
Text: Dario Nincheri

Non dirmi quanti anni hai, o quanto sei educato e colto,
dimmi dove hai viaggiato e che cosa sai.

-Maometto-

L’ho sentito appena si è spalancato il portellone dell’aereo; un calore strano, profondo e agrodolce, che ci ha avvolto come miele nell’attimo in cui abbiamo toccato terra. E non era la temperatura, né il vento umido che insistente soffiava lungo la pista riarsa dal sole: era il respiro del Nordafrica.
Marrakech alle sette di sera ci arrivò addosso come un treno merci e quella palla infuocata che esplose alle spalle del minareto di Koutoubia,morendo in un tramonto rosso porpora, mi ricordò perché tanti anni fa mi sono innamorato di questa terra.
Districarsi nella giungla urbana di Marrakech, in quattro persone e con sei tavole da surf (legate alla meno peggio sulla sgangherata Mercedes, vecchia di trent’anni, del proverbiale tassista troppo caro ) non fu affatto semplice; Camion carichi all’inverosimile di merci di natura non ben identificata, risciò, autovetture i cui conducenti sembravano avere la mano inchiodata sul clacson, ciuchi persino ; tutto pareva far parte di un enorme congiura volta a impedirci di raggiungere l’ostello. abcd996Quando però riuscii a sedermi sulla terrazza dell’albergo, con di fronte agli occhi la piazza di Jemaa el fna e in bocca una grassa sigaretta, non potei fare a meno di sorridere. E dentro mi avvolse un tale senso di pace che, mentre il canto dei Muezzin si rincorreva tra le alte guglie dei minareti della città, non riuscii a non pensare alla pochezza di quelle persone che ancora continuano a fare la sciocca equazione “Islam uguale terrorismo”.
Le camere erano tutte occupate, perciò quella notte rimanemmo su quel balcone, addormentandoci sdraiati su delle dure panche di legno, con le stelle a farci da coperta e lo zaino a mo’ di cuscino. Il mattino dopo, quando il nostro viaggio verso l’oceano ebbe inizio, ad accoglierci trovammo gli stessi caotici vicoli, stracolmi di odore e umanità, che avevano impressionato le mie pupille quasi dieci anni addietro. Pareva che, nel tempo, niente fosse cambiato, ma bastarono venti chilometri per farmi capire quanto mi stavo sbagliando.
L’autostrada che porta verso Taghazout è un nuovissimo serpente di liscio ed efficiente cemento; quattro corsie dritte come una pista di atterraggio per Boing ipersonici si snodano in piena solitudine dall’interno verso la costa. Nelle quasi quattro ore di viaggio che ci separavano dalla meta eravamo praticamente l’unico mezzo in movimento, a parte qualche sparuto e sgangherato autotreno che sembrava uscire direttamente dalla saga di Mad Max.abcd981
Insomma, niente a che vedere con le caotiche e folli stradine che mi ricordavo aver percorso qualche anno addietro; l’industria del turismo ha allungano le sue lunghe spire fin quaggiù e questo non era che il primo segnale.
Qual che fosse la strada, i chilometri da percorrere erano comunque tanti; così, mentre David continuava a riordinare ossessivamente le pellicole fotografiche , mi trovai, con la testa appoggiata al finestrino, a pensare a quanto il nostro mondo di surfisti sia pieno di contraddizioni.

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Negli ultimi anni si fa un gran parlare di Surf Ecology, di natura, sostenibilità e ritorno alle origini; personaggi come Rastovich e Kepa Acero sono diventati icone, non soltanto per l’approccio allo sport, ma anche perché rappresentanti di un certo modo di intendere la vita, il surf e la sua connessione con il pianeta. Per carità, tutto giusto e tutto molto bello, ma se ne parla talmente tanto che l’ecologismo è diventato addirittura un trend per molte aziende del settore e tanti surfisti sono diventati delle parodie di hippy fuori tempo massimo. E, per quanto mi sforzi di ricordare, mi accorgo che quasi mai capita di soffermarsi a pensare a quanto lo sport che amiamo, compreso l’indotto che gli gira attorno, possa essere parte fondante di quel sistema che contribuisce a distruggere il pianeta che diciamo di voler proteggere.
Appena arrivati a Taghazout ebbi la possibilità di rendermi conto con i miei occhi di quanto queste amare riflessioni fossero vicine alla realtà. Vedevo attorno a me i piccoli borghi di pescatori, con le tipiche barche blu e le case di mattoni crudi, soffocati da onnipresenti colate di cemento e la costa, un tempo dominio incontrastato di vergini falesie, era adesso squarciata da ecomostri grossolani. Orrendi palazzoni pronti ad accogliere frotte di bianchicci e danarosi turisti.

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Inutile girarci intorno, l’industria del surf trip porta con se qualcosa di più oscuro della ventilata opportunità economica per dei paesi che ci ostiniamo a chiamare “in via di sviluppo”. E anche la fauna dei surf spot risente di questi inquietanti cambiamenti.
Nonostante il livello dei locali sia notevolmente salito negli ultimi anni, molti degli spot sono intasati di European Gringos, fruitori di pacchetti all-inclusive comprendenti la gioia della foto sulla prima onda surfata a Banana; ovviamente da postare sui social network prima ancora che la muta si sia asciugata.
I giorni del nostro viaggio sono scivolati via languidi e sornioni come i tramonti sulla baia di Imsouane , ma senza regalarci condizioni memorabili . Certo il periodo non era dei migliori , siamo partiti a cavallo fra la stagione buona e quella in cui si risvegliano le irruenti brezze atlantiche , e poi, c’è da dirlo, la fortuna non è stata dalla nostra.

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Le condizioni non eccezionali ci hanno portato però a viaggiare in continuazione, cercando un angolo riparato in cui poter sedare quella smania di mare che solo chi fa questo sport riesce a comprendere a pieno. E’ proprio durante una di queste peregrinazioni che, passando davanti a Boilers, ho visto lo spot principe dei miei sogni bagnati, assediato dalle ruspe e dal cemento. In quel momento, guardandolo negli occhi, nudo senza le sue bellissime onde e inerme di fronte alle brutture degli uomini, mi sono reso conto di quanto sia fragile questo nostro universo e di quanto dovremmo fare di tutto per tenerlo fuori da certe logiche che ammorbano il mondo.
Quando si comincia a rotolare verso sud capita spesso che si senta la voglia di non fermarsi, scendendo sempre più giù, lontano dalle storture della cosiddetta civiltà, in cerca di quell’onda magica che non troveremo mai. Anche questa volta però non è stata quella buona e il calendario, quando è venuto il momento, ci ha chiamato ricordandoci che la nostra permanenza volgeva al termine.
Io, come sempre, onde o non onde, mi sono rammaricato. Perché il paese merita comunque, fosse soltanto per riempirsi dei suoi colori e rubare qualche suggestione che ci aiuti a scaldarci l’anima nel freddo inverno continentale.

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Pellicola fotografica gentilmente concessa da:
https://www.facebook.com/sixgatesfilmsmilano/?fref=ts
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