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Foto : David Marsili

Un interessante articolo apparso su Surfer magazine qualche anno fa cominciava, più o meno, così :

Se qualcuno ci chiudesse a forza dentro la redazione, senza alcuna possibilità di comunicazione con l’esterno, potremo continuare a sfornare editoriali per almeno due anni, servendoci soltanto delle lettere che migliaia di lettori ci hanno inviato per parlarci della loro connessione spirituale con le onde. E’ un fenomeno culturale, bisogna prenderne atto. Ed io credo che sia un fenomeno circoscritto al mondo del surf; voglio dire, credete che i giocatori di Tennis pensino di avere una qualche tipo di esperienza spirituale mentre fanno la loro partitella quotidiana? Oppure che la redazione di Gun World sia costretta a districarsi fra centinaia di messaggi di lettori che parlano di quanto sia spiritualmente gratificante sparare con una 357? Probabilmente no.

Quello che è evidente a tutti è che, qualsiasi siano le cicatrici che ci portiamo dietro, e per quanto la giornata appena passata sia stata pessima, non c’è una sola volta che non usciamo dall’acqua più felici di quando ci siamo entrati ( a parte i non trascurabili casi in cui le onde scadenti mettono a dura prova i nostri nervi). Ora, le reazioni emozionali a tutto questo possono essere le più disparate, ma se ci guardiamo intorno o, semplicemente, drizziamo le orecchie, facciamo presto a renderci conto che la quantità di persone che considerano il surf come una salvezza per l’anima e per il corpo costituisce, ormai, una fetta rilevante del movimento.
Nasce quindi spontanea la voglia di aprire il dibattito del secolo : Può il surf essere considerato una religione?

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Tom Blake


La domanda è più che legittima se pensiamo che persino uno dei padri del surf moderno, Tom Blake- quello che ha inventato la pinna moderna per capirci, non il primo arrivato- già nel 1969 si lanciava in dissertazioni mistiche su Surfer magazine. In un articolo intitolato The voice of the wave e in un successivo saggio intitolato The voice of the atom , Blake parlava di una forza divina che, a suo parere, anima tutte le onde dell’universo, comprese quelle del mare; forza che riteneva si facesse sentire in maniere particolarmente marcata durante le giornate di surf. La sua esperienza con il mare – elemento che egli considerava portatore massimo di energia- lo portò a concludere che la Natura fosse sinonimo di Dio e che il surf , in quanto esercizio di comunione con essa, fosse un esperienza magnifica di comunione col divino. La reverenza verso l’oceano in particolare e la natura in generale lo portarono a sviluppare un’etica complessa che abbracciava diversi aspetti dell’esistente, dal vegetarianesimo alla professione dell’eguaglianza di tutte le persone. Successivamente Blake andò oltre, dichiarandosi convinto che l’atomo fosse equiparabile all’anima e lanciandosi in dissertazioni metafisiche atte a creare una sorta di credo naturalistico in cui scienza e religione venivano riconciliate in una sorta di naturalismo panteistico.

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Tom Blake, Voice of the Wave


Non sono pochi a pensare che quelle che sembrano credenze di un fricchettone d’avanguardia abbiano lasciato più di un segno nella cultura surf; Drew Kampion – storico surfer e giornalista di Surfer magazine– per esempio, ritiene che “ il pensiero di Blake ha costituito la base della filosofia di rispetto verso la natura e verso gli altri che molti surfisti professano… Lui credeva che tutto quanto attorno a noi fosse Dio. In effetti, l’intrinseca sostanza dell’equilibrio che governa il mondo naturale è evidente ad ogni surfista; Se surfi abbastanza a lungo da riuscire ad aprire gli occhi e il cuore, non puoi non rendertene conto .”
Secondo questo punto di vista, quindi,il surf può essere considerato una religione a tutti gli effetti e anche i suoi adepti possono, a ragion veduta, dire di avere un santo patrono ; Tom Blake.
Certo, questa non è l’unica visione possibile dell’attività che tanto ci piace fare immersi nell’acqua salata.
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Ci sono e ci sono state molte teorie circa la natura spirituale di questo sport – lasciando perdere quelle ( come i Cristiani rinati) che cercano di trascinare la disciplina in terreni che decisamente non sono i suoi – la maggior parte delle quali ruotano intorno a qualche forma di comunione con l’acqua. L’idea che, dal momento che l’oceano è il luogo dove la vita è iniziata su questo pianeta, l’atto di cavalcare un’onda permetta al surfista di collegarsi momentaneamente con questa memoria vivente è piuttosto diffusa. Se dovessimo analizzare questa credenza in termini junghiani ( con l’ossessione che lo psicologo aveva per il concetto di sapere universale condiviso dagli esseri viventi) potremmo dire che, a dar ragione a chi ci crede, il surf dà l’accesso all’inconscio collettivo del pianeta .
Queste però sono analisi piuttosto complesse e territori di difficile esplorazione, quindi meglio lasciar perdere Jung e qualsiasi pretesa di comprendere un fenomeno che va ben oltre l’antropologia culturale.
Per i nativi l’arte del cavalcare le onde aveva sicuramente qualcosa di spirituale; che fosse o no una vera e propria religione non è importante, quello che è certo però è che si innalzavano templi all’oceano e si pregava per un buon surf.
Ma quando si tratta di approccio occidentale a una disciplina, che sia questa o qualsiasi altra, le cose cambiano; e non di poco. Le categorie che ci portiamo dietro, connesse a un approccio sostanzialmente consumistico alle attività della vita , ci rendono difficile l’accesso a forme di comunione con il “creato”; cosa che, sicuramente, più facilmente si presta a coscienze meno corrotte.
Per questo parlare di religione e misticismo in relazione all’approccio occidentale al surf è, quanto meno, azzardato.
Quello che è certo però è che, in un un mondo dove tutto converge verso il materialismo sfrenato, l’atto di cavalcare un’onda, richiedendo il totale assorbimento nel momento e la conseguente necessità di dimenticare completamente se stessi, possiede, di per se, una forza immensa.

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