_DSF7241

Testo : Andrea Fedi, Dario Nincheri
Foto : David Marsili

Marco è seduto ai tavolini del bar, dove è solito consumare le briciole del tempo che gli rimangono dopo una giornata passata a dipingere i muri di qualcun altro. Le dita, ancora bianche di vernice, stringono una sigaretta da pochi spiccioli. Sul tavolo, di fronte a lui, c’è una Moretti vuota per metà e un posacenere pieno. Il tempo pare non passare mai.
Poi, dal fondo della strada, si avvicina – col suo ronzare tipico da moscone metallico – un’Ape Piaggio; alla guida c’è un cittadino cinese. Prima ancora di riuscire a vederla, Marco ne sente il rumore; si stira allora, e sorride. Ci vuole qualche minuto prima che il mezzo entri nella sua visuale e ne passano altri tre prima che gli sia davanti. E’ quello il momento in cui i nervi di Marco si attivano tutti assieme, fremendo, mentre i tendini si tirano per permettergli un balzo felino. In un attimo è in piedi, tre falcate veloci verso il centro della strada e poi un salto, ad impattare con la spalla contro il piccolo furgone a tre ruote, come un giocatore di rugby quando si butta nella mischia. Il rumore di lamiere che si piegano rompe la monotonia sonora della strada, il mezzo vacilla, dondola e tentenna. Ma non si ribalta. Marco rimane immobile, al centro della carreggiata, a guardarlo andare via; si gira poi e, lentamente, torna al suo posto.
“Cinesi di merda” mormora mentre si accende l’ennesima sigaretta.
Siamo a Prato ed è il 1999.
Anche oggi siamo a Prato, sono passati 17 anni e nella testa dei Pratesi non mi pare che sia cambiato un gran che. La penso da un sacco questa cosa – che questa città sia zeppa di razzismo intendo – e la penso pure oggi che sto per andare a vedere il primo concerto che un gruppo Punk Cinese si appresta a fare in città.

bambini

Mi ricordo come se fosse ieri di quella volta alle elementari, che mi venne a prendere il babbo all’uscita da scuola; non so come né perché, parlammo dei cinesi a Prato… non mi ricordo che anno era, forse il 1986, oppure il 1987… e lui mi disse che il tessile a Prato era finito, che sarebbero arrivate altre persone da altre parti del mondo (e ho vividissime immagini, in memoria, della prima immigrazione dall’estremo oriente negli anni ‘80). “Perché la Storia è un cerchio,” disse lui “fa curve come qualsiasi cosa in questa dimensione/universo e, a Prato, ritorna l’aver sottratto a Manchester nei bei tempi andati del – si stava meglio quando si stava peggio – l’Industria degli Stracci, forte di un lavoro a basso prezzo e con un alto livello di interazione sociale e cittadina. Il distretto industriale… la peculiarità italiana.”.
Sicché anche il mondo ha girato e, dopo anni di convivenza difficilissima (non prendiamoci in giro), assolutamente mal gestita e a tratti ingestibile, si presenta finalmente ciò che, all’apparenza, appare come il primo evento di un certo livello culturale e con buone possibilità integrative in tanti anni di nulla cosmico. Il concerto di una punk band cinese, i Demerit.
E non andiamoci a raccontare di carnevali, sfilate, mercatini e sciocchezze del genere. Anche qui, casomai si corresse il rischio di distinguersi in positivo dalla massa di nazioni che hanno conosciuto l’immigrazione ben prima di noi, è stata contrabbandata una pseudocultura fatta di dragoni di cartapesta e lanterne della felicità; che altro non è che un potpourri di ovvietà pari al ristorante italiano a Londra o a quello cinese in Italia. Possibile che con quasi cinquemila anni di storia sul groppone una civiltà, seppure in trasferta, non abbia saputo produrre altro che riso alla cantonese e vestiti a basso costo? Che non ci sia altro? Nemmeno qualche poverocristo a cui sia presa la voglia di mettere le mani su una chitarra?
A dar retta a quello che si vede e si sente a Prato parrebbe di si, almeno fino a oggi.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Il circolo Curiel si trova nel cuore della giungla del macrolotto zero, antica e prima zona industriale pratese, abbandonata progressivamente da fine anni ‘80 in seguito al trasferimento delle aziende tessili in favore della nuova zona industriale, macrolotto uno, al largo dei bastioni della città (poi è arrivato il due e poi forse verrà il trequattrocinque… che comunque non basterà a salvare dal declino postindustriale un sistema prima vampirizzato e poi divenuto più marcio di uno zombie con un paletto di frassino piantato proprio là dove non batte il sole).
Vista la progressiva soddisfazione dei cinesi ad abitare e lavorare qui – e la propensione dei pratesi a rivendergli a caro prezzo “i cari vecchi capannoni di famiglia”, salvo poi lamentarsi degli acquirenti al bar – la comune norma civica ha vivacemente ritenuto di ribattezzare il luogo Chinatown, dando ampio sfogo ad una mancanza di originalità di cui si fa vanto.
Perché alla fine anche la storia si ripete, e quindi perché provare ad essere innovativi quando in ogni parte del globo terracqueo – e in ogni tempo – si sono riviste le stesse modalità di gestione dell’immigrazione e si sono ripetuti allegramente i medesimi errori? I moderni ghetti non hanno nulla da invidiare a quelli antichi e l’odore del sudore, della merda e del frittume ne resta la declinazione più rappresentativa.
Chissà se la pensa così anche il vecchio cinese che, incrociatici sulla soglia del Curiel, senza fermarsi e lanciandoci solo un paio di occhiate, ha ripetuto tre volte punkpunkpunk; il che poteva sembrare tanto un anatema per esorcizzare qualcosa di estraneo, quanto l’espressione divertita di una volontà di partecipazione; quello che è certo è che la frase non è stata accompagnata dal consueto sputo in terra (ne vedi milioni, allargati sui marciapiedi e spiaccicati come tanti ragni tropicali). Proprio stavolta che ci sarebbe stato bene; sempre così, quando una cosa è ben contestualizzata, è la volta buona che non succede.
Beh, almeno il vecchio era consapevole di quello che gli stava accadendo intorno, chissà quanti altri pratesi possono dire lo stesso?
Perché il concerto dei Demerit è ben più di evento culturale in sé; cioè, lo sforzo di averli fatti suonare qui esula dalla semplice organizzazione di uno spettacolo, è la volontà di cercare di far uscire un’identità; e poco importa se suonare e fare punk alla fine è un’altra ennesima invenzione occidentale (come il fascismo, il comunismo e la dittatura). Anche ai ragazzi con gli occhi a mandorla che vivono in uno dei paesi più grandi, controllati e a tratti incomprensibili del mondo piace percuotere una fender bella distorta.

_DSF7145
La sala del concerto ha un pavimento piastrellato che non ha niente da invidiare a Doom Generation e, al momento della nostra entrata, era calpestato dagli anfibi dei Demerit che si accingevano al soundcheck (tranne uno dei due chitarristi che se la pisolava sdraiato su tre/quattro seggiole ad un lato della sala).
Siamo meno di una decina e nessuno di noi – a parte i ragazzi del gruppo – ha gli occhi a mandorla. Passano alcuni minuti poi succede qualcosa: dalla porta sul retro cominciano ad apparire i primi ragazzini cinesi, sono soltanto due all’inizio, poi diventano sempre più numerosi e la serata comincia ad acquistare un sapore diverso.
Ben presto la sala si colma e un nutrito gruppo di persone assiste anche all’esibizione dei Valvoliani Quite Pig, che meriterebbero un’attenzione del genere anche nelle altre occasioni in cui mettono piede su un palco.
Appena il tempo di due Tennent’s e arrivano i Demerit. Quello che si trovano davanti è il pubblico delle grande occasioni; loro urlano, cantano e bestemmiano mentre una folla eterogenea – probabilmente più esaltata dalla voglia di esserci che dalla passione per il punk rock – balla, suda e si diverte. Che badate, non c’era a mio avviso solo l’idea di venire a vedere l’altro, come lo chiamerebbe Kapuscinsky, con l’esotico rappresentato su un palco e i Western Guys in platea a motteggiare e ridacchiare. Se non fossimo dove siamo, e non avessi visto quello che ho viso in questi anni, potrei anche pensare che questa sia la ciliegina sulla torta dell’ottimo lavoro che Santa Valvola [determinante organizzatore della serata ed etichetta musicale pratese. N.d.R.]porta avanti da anni e che ci potrebbero anche essere i presupposti per la nascita di una bella scena; ma io lo conosco questo paesone che cerca di mettersi il cappello di città e credo che non sarà un’impresa facile. Sopratutto perché quando si porta qualcosa di vero in giro si da noia a chi campa cercando di far apparire vero quello che vero non è.
Comunque sia, fuori da qual si voglia opinione di merito, alla fine viene fuori un concerto come non se ne vedevano da anni da queste parti e, anche se credo che la momentanea simpatia verso i nostri fratelli cinesi sia poco più che una temporanea ipocrisia, va bene lo stesso; perché – a conti fatti e a pensarci bene – qualcosa che stimola e lascia intravedere un significato ben più profondo all’intera faccenda, non si può negare che ci sia.
In fin dei conti un bel concerto punk vale cento vassoi di salumi e formaggi in un centro storico “riqualificato”, mille settembri pratesi e centomila testosteroniche palle grosse; grosse come quelle che ci facciamo, da dieci anni a questa parte, in questa cazzo di città.

_DSF7046

Il soundcheck dei Demerit è lungo e meticoloso, la band ascolta attentamente suoni e volumi, prova ogni singolo strumento (facendoci gustare anche il riff di Breaking the Law) e finisce solo quando si ritiene completamente soddisfatta.

E’ solo allora che abbiamo la nostra occasione.

Ci sediamo in terra – sul marciapiede del vicolo che costeggia il circolo, tra il puzzo di ravioli e il rumore di un muletto che incessantemente carica e scarica da due vecchi furgoni – e proviamo a scambiare due parole col gruppo, aiutati da due traduttori simultanei col giubbotto di pelle.

Chi risponde è quasi sempre il bassista e cantante del gruppo, Xue Yang.

  • Venite da una lunga tournée, com’è andata?

    • Faticoso, ma ci stiamo divertendo.

  • Sapete dove siete a suonare? Avete un approccio diverso a suonare qui rispetto a un’altra città?

    • Sappiamo che c’è una nutrita comunità cinese, il che è anche uno dei motivi per cui abbiamo spinto per suonare qui. Del resto, situazione di integrazione e di lavoro, non ne sappiamo molto. Ci aspettiamo comunque una bella risposta da parte della comunità cinese.

  • Com’è l’accessibilità alla musica in Cina? Si trovano dischi facilmente? E gli strumenti?

    • La situazione adesso è diversa rispetto ad anni fa, gli strumenti si trovano dappertutto e formare una band non è più difficile che farlo in una qualsiasi altra parte del mondo. Per quanto riguarda i dischi la situazione è piuttosto interessante; fino agli anni 90 si andava avanti con i dakou , musicassette dismesse dall’occidente – volontariamente rotte nel vano tentativo di renderle inutilizzabili – e spedite in Cina, per essere smaltite. Adesso è tutto diverso e l’accessibilità alla musica occidentale è, tutto sommato, accettabile.

  • Essere Punk è essere “Contro”, “AGAINST” l’ordine costituito, voi come vi ponete nei confronti del governo cinese?

    • In Cina fin dal raggiungimento dell’età adulta c’è una via definita su come agire, trovare o lasciarsi affibbiare il proprio posto nella società. In quanto punk ci sentiamo Against, ma l’opposizione, l’essere contro, è soprattutto un’esperienza personale; ognuno trova dentro di sé le motivazioni o le risposte al bisogno di opposizione, se c’è. L’idea generale è generalmente stardardizzata. La misura del contrasto sono le iniziative personali, un esempio sono i blog sul web; si può esprimere la propria opinione, magari la differenza rispetto a prima è che non necessariamente finirai in carcere o a un campo di lavoro/rieducazione, magari ti cancellano il commento o, in casi estremi, il profilo o l’account. Vi è comunque un controllo su ciò che viene scritto ed espresso in rete.

  • Vi sentite parte di una scena punk cinese? E quanto è sviluppata?

    • [A questa domanda interviene anche uno dei due chitarristi, è l’unica volta N.D.R] C’è una movimento che può definirsi Punk, ma vari modi di approcciarsi alla cosa; non c’è un’identità definita. Una certa dissidenza è diffusa in particolare nelle grandi città, dove è più facile, ma non c’è omogeneità.

  • Chi si è accorto di voi? DiY, talent scout cinesi o occidentali?

    • E’ stata una ragazza Danese a permetterci di “venire fuori”, e anche di fare questa tournée.

  • Come è la birra in Cina?

    • Noi veniamo da Tsin Tao, la città dove producono la birra di consumo di massa e da esportazione più famosa del… beh… meglio quella belga!

  • E la droga?

    • La droga in Cina è tutta quanta considerata droga pesante… se ti fai di qualsiasi cosa – che sia erba o eroina non fa differenza – diventi un paria… sei marchiato ed etichettato… diventa un grossissimo problema.

  • Le ragazze?

    • Sono diverse da quelle di qua… io per esempio sono stato con una ragazza italiana… le ragazze cinesi hanno un altro tipo di pressione proveniente dalla società, è diverso con loro.

_DSF7090

Siamo interrotti dall’annuncio della cena, anche i punk devono mangiare, e Robert dei Quiet Pig ha passato tutto il pomeriggio ai fornelli per riempire la pancia di questi nerboruti Mangiaravioli (ebbene si, i 4 – con l’esclusione del chitarrista – hanno due braccia che sono quanto di più lontano ci possa essere dall’immaginario che l’esile corporatura di Bruce Lee ci ha lasciato in eredità).

Rimane la sensazione di qualcosa che manca forse, di aver voluto parlare e capirsi di più, di aver voluto approfondire mentre pare solo di essere appena riusciti a scalfire quella che, a noi occidentali, appare spesso come la proverbiale riservatezza asiatica. Ma vuoi le difficoltà linguistiche, vuoi la stanchezza di un tour a 8000 km da casa (ininterrotto da circa tre settimane), e probabilmente anche un po’ di tensione pre-show, che ci è parso anche giusto finirla lì.

1Nella cina maoista l’importazione di musica dall’occidente era illegale, per questo le cassette venivano rotte, per renderle inutilizzabilli.

Annunci