IMG_0085“Dal punto di vista psicoanalitico, il comportamento competitivo nei confronti degli altri, di cui spesso l’individuo non è consapevole, è sovente motivato da inconsci sentimenti di inferiorità che il soggetto cerca di compensare attraverso il raggiungimento di risultati esteriori”. Così parlava Freud riferendosi ad alcuni degli aspetti inconsci relativi alla pulsione competitiva. In effetti è dagli anni ’30 del novecento che l’approccio psicanalitico si confronta con le problematiche relative alla connessione tra la competitività, l’aggressività e inconsci sentimenti di inferiorità; eppure, da quando abbiamo un minimo di consapevolezza di noi stessi, ci sentiamo ripetere che “un po′ di sana competizione non può far altro che bene”.
Questo perché la società ci spinge continuamente verso l’opposizione con l’altro, affinché ciò che il sistema definisce “sana competizione” serva a stabilire ruoli nelle gerarchie sociali. Rendere il soggetto incline all’accettazione di ruoli lo rende infatti più disposto a subire la dominazione senza reazione.
E’ opinione comune che la competizione sia parte della natura umana, ma quella che ci propinano, in realtà, non ha nulla a che vedere con la lotta per la vita bensì , in accordo con Bertrand Russel, con la lotta per il successo.
La separazione tra gli individui e lo scollamento della collettività, in favore del raggiungimento individuale del successo, sono i mattoni su cui è costruito questo sistema ineguale.
Il Surf ai suoi albori, alle Hawaii come negli Stati Uniti era espressione di un ventaglio di valori che confluivano nella più ampia, libertaria e mistica “ricerca della libertà individuale” con il conseguente rifiuto della piramide di classe, elemento distintivo della società capitalista.
Com’è che, non solo sono cambiate le carte in tavola, ma tutto quanto il banco sembra essersi rovesciato?Gisborne-1965-Cronulla-Keith-Paul-Dwyer-the-boys_zpsbc5e76f2
Nel 1968 Duke Boyd scriveva su Surfing magazine che il surf non era uno sport ma una forma d’arte, e che una delle più grosse opposizioni culturali al sistema era costituita “ da un uomo solo, sulla sua tavola da surf, che chiuda fuori il mondo e il suo clamore per il fragoroso silenzio di verdi linee d’acqua “, niente di più lontano da quello che la surf propaganda ci scarica addosso da una trentina d’anni.
In “Pugni chiusi e cerchi olimpici” Sergio Giuntini afferma come “ la competitività, per sua costituzione, è categoria totalitaria: vincola ad un confronto costante fra il proprio e l’altrui risultato. Non a caso è stata introdotta nel lavoro, nell’educazione scolastica e in ogni forma di relazione sociale. Lo sport come attività storicamente istituzionalizzata, pertanto, ha generato in sè la contraddizione: il bambino viene iniziato al gioco, ma, immediatamente dopo, con l’imperativo del risultato da conseguire, viene a svolgere un lavoro. Lo spettatore comincia a guardare per “divertirsi”, ma, nella maggior parte dei casi, non sa opporsi a quei processi di valorizzazione che lo coinvolgono nel ruolo di consumatore”.
In un mondo dove, quanto a contro cultura, siamo praticamente regrediti all’analfabetismo, i sentimenti che si accompagnano all’esaltazione dell’atto competitivo – vedi l’emulazione, l’idolatria e il nazionalismo – hanno trovato terreno fertile oltre ogni più rosea aspettativa.
BLW_1936-copyL’attuale WSL ( con la compagine brasiliana sempre attenta a identificarsi sotto la bandiera verde oro e il circuito mediatico audace ad identificarla sotto l’etichetta The Brazilian Storm) così come la ISA (promotrice dell’ingresso del surf alle olimpiadi) all’interno del loro mandato, stanno preparando il terreno per un amplificazione del sentire patriottico, con i suoi annessi e connessi. Assistiamo a fenomeni di santificazione che difficilmente riescono a trovare un collocamento razionale all’interno di quella che era una cultura senza confini, internazionalista, fatta di onde e di mare e non di bandiere e nazioni.
Nel surf, come nella vita, lo stringersi attorno a qualcuno che diventa emblema e simbolo, spingendo verso un’apologia religioso-nazionalistica, ci pare quanto di più funzionale ci possa essere per chi cerca di trasformare una cultura in un prodotto. Riteniamo, infine, come assioma tale enunciato: “the best surfer is the one having the most fun”.

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