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Foto: David Marsili

Non c’è niente di più bello che la bellezza dei boschi prima dell’alba

Raymond Carver

E’ un tardo pomeriggio di fine maggio nell’appennino Tosco Emiliano, in casa la stufa è ancora accesa e fuori una nebbia sottile e insistente sale lenta ad abbracciare i pini.
Curvo sulla tavola, con le chiavi in mano, cerco di capire se l’indomani mattina sarà possibile lasciare un po’ di uretano sui bellissimi tornanti, sparsi dappertutto in questo territorio così aspro.
Oggi come oggi, pensi al Longboard skate e subito ti vengono in mente ragazzoni biondi in stand up toeside, giù per qualcuna di quelle belle colline che incorniciano la San Diego Bay. Niente di più lontano dall’aria che si respira quassù.
Siamo in Toscana, ma il Chianti è ben lontano; qui i lunghi e ordinati filari di viti lasciano il posto a fitte foreste di faggi e a castagni così anziani da aver visto soldati in armatura di piastre camminare sopra i muschi sottili che coprono, come un prato, le loro radici nodose. Non c’è turismo quassù e, sulle strade, i contadini col trattore non sono ancora stati sfrattati da Morgan decapottabili imbottite di attempate coppie inglesi, in frenetica ricerca del panorama perfetto. Qui siamo lontani da tutto, in piena montagna e, sopratutto, siamo nel paradiso del Predrift.
Strade strette e scarsamente trafficate si inerpicano su per i monti, salendo verso gli innumerevoli passi con una libidinosa overdose di curve a gomito. Più che la velocità è il drifting quello che viene messo alla prova qui da noi e, se sentire 70mm di uretano che partono in scivolamento controllato vi provoca insane fitte di piacere, beh, questo è il posto per voi!_MG_1831
Con queste immagini stampate nella mente ci sediamo, in silenzio, sotto la veranda di casa. Nell’aria si sente soltanto il fischio del vento e il tintinnio dei campanacci delle capre arriva incredibilmente a tempo con il blues di Robert Johnson che, uscendo dal piccolo stereo sul davanzale, apre come una finestra sull’inferno, dalla quale entra una brezza calda che contribuisce non poco a riscaldare l’ambiente e l’anima.

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La preoccupazione non è poca, inutile negarlo; Tra di noi c’è chi si è fatto 900 chilometri salendo fin da Bari e chi ha faticosamente rinunciato ad una delle prime mareggiate primaverili per venire a skateare quelli che, in pratica, possiamo chiamare Home spots. La prospettiva di un ennesimo giorno di pioggia è, quindi, difficilmente digeribile.
Il cielo denso di nuvole grigie non ci fa ben sperare, ma l’attesa e la tensione, si sa, sono più facilmente tollerabili davanti a un bel pezzo di carne alla brace e a una bottiglia di vino; materiale di cui, grazie a dio, non siamo carenti.
Fu così che il pomeriggio divenne sera e, inaspettatamente, con il buio che arrivava, la nebbia se ne andò lasciando il posto a un manto di tenebre carico di stelle.DSCF4596
La mattina seguente il mondo ci apparve con tutta la bellezza che è capace di regalare a queste latitudini e noi, rincuorati ed efficacemente rifocillati, ci buttammo a capofitto ad onorare al meglio quell’asfalto montano.
Nei due giorni seguenti non c’è stato un centimetro di strada a cui non sia stata dedicata la giusta attenzione e tributati i dovuti onori; spot suggestivi e dall’asfalto non facile hanno contribuito in maniera considerevole a ridefinire il nostro concetto di freeride, oltre che alla distruzione di svariati set di ruote.
Quando poi, spinti dall’inflessibilità del calendario, siamo stati costretti a scendere a valle, un tramonto rosso sangue ci ha accolto incendiando la piana e io, con le note di Robert Johnson che ancora mi rimbalzavano nelle orecchie, non ho potuto fare a meno di pensare, non senza un certo sarcasmo, che se un aiuto era giunto per la buona riuscita di quelle giornate era più facile che fosse arrivato dalle profondità della terra piuttosto che dall’alto dei cieli.

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