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Intro: Dario Nincheri
Testo : Andrea Fedi
Foto: David Marsili

Intro

La periferia di una città di provincia è un ambiente difficile, ripiegato su se stesso, rabbioso quasi.
Qui in Toscana, dell’orgoglio proletario portato a bandiera non c’è più traccia; quel poco di benessere che è rimasto non basta a sopportare il peso di una auto determinazione fondata su delle radici industriali ormai secche come un fiume ad agosto.
Il lavoro è un inganno e l’industria una frode; si attacca, come un parassita, e succhia fino a diventare grande; così grande che la sua grandezza pare quella del corpo che lo ospita. E capita spesso, alla vittima, di gongolarsi su quella grandezza, come se fosse sua. Capita di costruirsi un identità sulle briciole che cadono da quella bocca ingorda. Poi il sangue da succhiare finisce, il parassita se ne va, e il corpo rimane li, esanime, a contemplare le macerie che gli squarciano l’anima.
Questo è quello che mi viene in mente a vedere la miriade di capannoni vuoti che invadono il territorio come lucciole nelle sere di estate. Riappropriarsi degli spazi non è una cosa facile, mai; figuriamoci in una città come questa.
Una città che ha scelto di buttarsi a capofitto nel baratro dell’istinto più banale, quello del proteggo il nulla che ho da chi ha meno di me e che, oltretutto, non sta rubando un bel niente, quello del ‘ci rubano il lavoro’, quello del ‘poco rumore la sera che c’è gente che lavora’; insomma, quello dei rossi che son diventati neri.
Tutt’intorno le città sono preda della noia, i cinema si spengono, gli spazi di aggregazione culturale chiudono e i locali che aprono paiono servire nient’altro che una squallida movida simil-vacanziera. In mezzo a tutto questo c’è il K100 che, nonostante l’inevitabile odore di naftalina, una boccata d’aria te la fa prendere lo stesso; qualche tempo fa, su di un volantino anacronisticamente incollato su di un muro a Livorno, lessi: In un paese in cui i centri sociali, prima o dopo, vengono sgomberati in nome di opportunità di bandiera e di un’idea a senso unico di rispetto della legge, investire – cuore e fatica – in uno spazio occupato è una scelta difficile quanto coraggiosa.
Alla luce di tutto questo, penso che, malgrado irrinunciabili difficoltà e contraddizioni, questa sia una delle definizioni migliori per descrivere lo spazio nel quale, in un afoso martedì di luglio, si è svolto il concerto dei Californiani The Adolescents, seminale punk band Losangelina dei primi anni ottanta._DSF8382
The Adolescents Live at K100
Forse l’unico gruppo con cui posso dire di essere veramente stato in una band è un gruppo punk, di cui non dirò il nome per dovere di privacy. Anzi no, lo dico, perché lo meritano e tutti fareste bene ad ascoltarli: sono i Drunken Nights di Prato, andateveli a cercare.
C’erano le risse e le bestemmie, il DIY e le casse di birra che duravano una prova, c’erano le stalle dove fare i concerti che, inevitabilmente, finivano con una testa penzolante bagnata di lacrime che si appoggiava sulla tua spalla per tutto il viaggio di ritorno, nel mentre guidavi la panda piena di strumenti, rendendoti difficile, e a tratti pericoloso, il cambiare e lo svoltare a destra. C’erano i rottweiler che sfondavano le porte dello studio (tipo la stanza a casa d’uno) mentre registravi l’EP. Ma, soprattutto, c’era un sacco di musica buona, da ascoltare e suonare, e testi e idee. Con loro si era definito efficacemente il punk, a mio avviso: è sangue, lacrime e sudore. Sembrerebbe scontato, ma è così. Tante le definizioni che si sono succedute in quasi 40 (quaranta! Fate il calcolo, 2016-1977) anni di storia, in una linea ininterrotta e supportata, che possiamo far partire da Iggy Pop (e allora siamo a 50, cinquanta!, anni di storia) e passare da Richard Hell e Johnny Rotten, attraversare Shane MacGowan fino a Jello Biafra ed Henry Rollins, per arrivare all’impressione – in senso pittorico in quanto immagine e percezione di una figura fisica e culturale – dell’ombra di Cobain che è stato, forse, l’ultima rockstar – così come la immaginiamo – di un genere, il rock – perdio!, che probabilmente sarà relegato e ricordato come un’espressione tipica dell’ultimo decennio del ventesimo secolo – dove la gente non stava tranquilla, faceva ancora problemi, si lamentava e ancora si dava da fare che cazzo!, rimpiazzata dal niente successivo, molto più godibile e in linea con quanto atteso dall’umanità occidentale (e surrogati) moderna contemporanea, ovvero assenza assoluta e totale di pensiero e di tutto ciò che può in qualche modo stimolarlo, per essere liberi di librarsi tra leggende metropolitane, nazionalpopulismi socialnetworkiani, pokemon e porke.mon. Guai a mettere in dubbio le insicurezze mascherate da certezze, c’è il rischio concreto di far crollare tutto ancora più velocemente di quanto stia in effetti già accadendo.
Alla fine degli anni settanta c’erano due scuole di pensiero su cosa fosse stato il movimento punk, persino Lester Bangs, che era testimone del periodo, le cita entrambe in due articoli diversi dando credito – pare – una volta all’una e una volta all’altra: ovvero fosse stato “La Grande Truffa del Rock & Roll” di Malcom McLaren (R.I.P.?) o un progetto a cui ragazzi giovani e senza prospettive credevano fermamente, come soluzione per provare a scrivere, a loro volta, un capitolo in più sul libro del “proviamo a cambiare il mondo”, e uscirsene dalle giornate in cui potevi ritenerti fortunato se avevi trovato un vestito decente e bisognoso di pochi rattoppi nel cassonetto in prossimità dell’entrata all’Underground di Holloway Road.
Io non sono in grado di definire il punk propriamente, potrei provare a fare degli esempi: il punk è essere costretti a lavorare in uno schifo di ufficio e dannarsi l’anima per non socializzare con i colleghi evitando di pranzare con loro; potrebbe essere il vecchio alle otto di mattina che se la fuma sul marciapiede ghignando, con i pantaloni all’ombelico del ventre grasso e la cintura a fargli da reggicalze; potrebbe essere il secchio del muratore che ti casca a cinquanta centimetri di distanza dall’impalcatura, che non ti ingiuria ma ti dà la scossa; punk non sono i soldati alla stazione di Santa Maria Novella; non è il Settembre Pratese; non sono i Green Day – sì, avete letto bene, i Green Day non sono punk, esattamente come i Foo Fighters sarebbero Ligabue se fossero italiani. Come anche i Pearl Jam, giusto. Punk è stato il concerto degli Adolescents, perché poi si torna lì, sangue, lacrime e sudore. E ci son stati tutti e tre, nella calda e periferica serata di martedì 19 al K100 di Campi Bisenzio, degno locale di supporto a quel circuito solidale che esiste, purtroppo, solo per un genere, ma che il suo lo fa sempre e comunque, lo ha sempre fatto ed è per questo che nel 2016, a distanza di quaranta (quaranta! O cinquanta? Cinquanta!) anni, se ne parla e si va a vedere, ancora, il punk.

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L’impatto con il sangue avviene dopo circa metà concerto, alla seconda boccata d’aria. Il clima bollente che si respira all’interno del K100 non deriva soltanto dallo show passionale messo in atto da musicisti di sessanta (sessanta!) anni ma, soprattutto, dall’insieme di corpi che si dimenano saltando, pogando e surfando la platea; anche con le mani appoggiate ai fianchi e i gomiti sporgenti all’altezza dei visi (come il tipo che ho davanti). Una mia personale ossessione/compulsione per i concerti mi obbliga a vedermeli tutti dall’inizio alla fine; come a succhiare latte da una mammella rigonfia mi ci abbevero ingordo di ogni immagine e suono e parola e movimento degli attori protagonisti, sostanzialmente perché ci sento. Ma siccome ormai comincio a fare – e finalmente anche a sentirmi – parte di un ciclo (musicale e culturale – storico praticamente) finito, come assistere alla conclusione dell’omelia recitata durante un rito funebre, noto con orrore che, soprattutto in situazioni di estremo sudore condiviso e allegra prossimità tra il genere umano che popola questi eventi, una boccata di aria fresca ha per me l’effetto che avrebbe tipo piazzarsi sotto un condizionatore in pieno deserto. Ci dobbiamo inscatolare come sardine per vedere un buon concerto punk? Perché siamo tanti alla fine, e gli spazi (almeno di un certo tipo ma che, soprattutto, permettono situazioni di un certo tipo) invece no. Comunque tornando al sangue avevo appena raggiunto dei miei compari e mi ero seduto che sento un tonfo e scorgo, proprio dietro me, un tipo cappottato. Pareva niente, roba che un suo amico lo aiuta a rizzarsi e, una volta in piedi, scopre che il tipo si è spaccato la testa. Niente di grave, mancamento banalissimo dovuto a ragioni perlopiù scontate e facilmente immaginabili da chiunque. Ma ha avuto il merito, se non altro, di innescare ovviamente l’intervento di tutta una serie di crocerossine e autoproclamati (in culo a “sedicenti”) medicinfermieri a cui nonostante tutto ho partecipato, dispensando saggi e ubriachi consigli, che fra tutti ci si poteva scrivere un manuale. Ma il sangue resta a benedire la serata, tutto sommato ci stava e con questo colgo pure l’occasione per ringraziare il tipo che si è spaccato la testa al concerto degli Adolescents._DSF8365
Dal concerto mi sono assentato circa tre volte ed è stato interrotto se non sbaglio due volte, una prima a causa di un ultrasuono dovuto a una cassa che era presumibilmente riuscita ad evolversi autonomamente in una banshee, forse inviata dallo spirito caruso e monello del punk irlandese che è fatto soprattutto di whiskey, birra scura e malinconia. La seconda interruzione l’ha chiesta proprio il gruppo, dieci minuti di pausa per ripigliarsi, che a quella velocità e abnegazione con cui suonavano c’era da stupirsi a vederli compiere diligentemente il loro sporco mestiere senza mai batter ciglio. Non hanno fatto bis. Una volta finito la folla ha cominciato a riversarsi, ordinatamente direi comunque lentamente, verso l’uscita. Ed è sulle scale alla mia destra, nel passaggio dalla stanza del concerto alla porta di entrata al locale che vedo la ragazza che si asciuga gli occhi. Le lacrime! Oppure si asciugava il sudore o le era colato il mascara o qualcuno le aveva tirato una sberla (cazzo, spero di no) ma comunque erano lacrime ed io le stavo cercando e alla fine sono sicuro che quello erano. Perché magari non tutti si rendono conto che la musica, la scena, suonare e anche ascoltare (non sentire, meramente) non è un esercizio fisico fatto in serate incastrate tra l’uscita del lavoro e portare il figlio a karate o andare dalla parrucchiera e non mancare a un aperitivo. In tutte (quasi) le sue declinazioni la musica resta un’arte essenzialmente perché è espressione e meriterebbe il rispetto che le è dovuto e che sono anni che, con la complicità di molti, le viene a mancare. Ecco perché sono necessarie e importanti le lacrime di quella ragazza e perché, vere o no, mi piace pensare che ci siano state.
Vidi i Mudhoney per la prima volta che erano dieci anni che gli aspettavo e siccome avevano costituito una bella fetta della mia personale torta musicale da figlio, non anagrafico, degli anni novanta – che per inciso ti permettevano ancora di avere il primo album degli Adolescents su cassetta doppiata da una cassetta doppiata da una cassetta doppiata da una cassetta doppiata e così via fino a un fantomatico e leggendario originale che mi sono sempre chiesto chi ce lo avesse e credo di averne visti meno di cinque in tutta la mia vita – decisi di sdarmi non disdegnando di farmi aiutare anche da svariate sostanze illegali (visto che ero pure da solo a trecento km da casa, quella che si suol dire un’idea geniale). Ma quello che mi è rimasto (oltre a un fantastico concerto – ora forse stanno un po’ cedendo il passo anche loro, da quel che ho visto successivamente, o forse è solo l’idea malsana dei “bei vecchi tempi”) è come un’istantanea fotografica che ritrae il momento in cui io, stanco e felice (assolutamente non ero confuso, ci tengo a sottolinearlo), strizzo la maglietta che avevo avuto addosso durante tutto il concerto dopo essermela tolta e due tipe, insieme a uno in odore di threesome che, dall’altra parte del locale, indicano me e la cascata di sudore che ne fuoriesce, come quando si strizza un cencio dopo averlo tolto da un secchio colmo d’acqua. Caravaggio ne sarebbe stato sicuramente entusiasta, che il contesto era pure scuro. I loro volti atteggiati a un misto di meraviglia e disgusto… Penso che forse per loro potrei essere diventato un aneddoto ilare da ricordare con amici nelle squallide serate del “ti ricordi di quella volta che” (risate) o educativo ad illustrare i mali che il rock compie sul suo popolo che lo ciba: si ingrassa prima come un ragno edonista e panciuto e poi, come una mantide, ti taglia la testa con il disagio le droghe e il pensiero autonomo, dannandoti per l’eternità. Bel siparietto. Invece, particolarmente nel punk, il sudore è il brodo di pollo che ci somministrano i dottori negli ospedali itineranti che sono i festival e i live, dove si cura l’anima dalle pressioni e il cervello dallo stress. Il sudore è la risposta fisica alle sollecitazioni mentali di più persone che hanno qualcosa che è sia in comune che in singola custodia gelosa e personalizzata. E’ l’acqua in cui cuoci la pasta che è il tuo corpo che è fatto anche di sangue, per condirla poi con le tue lacrime. Sudiamo perché ci spurghiamo e mi sento di poter affermare che a vedere gli Adolescents ci siamo, in un modo o nell’altro, spurgati in molti.
E consiglierei a tutti, nel ricettario, una bella dose di concerti punk, prediligendo quelli di gruppi, come dire, datati, se si ha la fortuna e il fegato di andarli a vedere. Perché è molto meglio che vomitarlo in spiaggia lo stress, al primo giorno di vacanza, ve lo garantisco._DSF8413

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