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Testo : Andrea Fedi
Foto : David Marsili

In una calda serata del mese di Luglio del 2012 la fenomenale chitarrista newyorkese Kaki King, in bilico su un palco sospeso montato di fronte alla Rocca di Carmignano, volgeva lo sguardo ad abbracciare la piana che si stende sotto; da quell’altezza è possibile vedere il susseguirsi degli agglomerati urbani da Pistoia a Firenze e la musicista, ammirata, esclamava al microfono “sembra Los Angeles”. Questo, tra i non molti italiani che avevano capito una frase pronunciata in inglese, ha suscitato qualche sorrisetto ironico e timidi applausi: ne avremmo di strada da fare.
Eppure il territorio delle tre province comprende più di un milione e mezzo di abitanti di cui centottantamila solo a Prato, capoluogo di un distretto che ospita, nella sua totalità, più di duecentocinquantamila residenti. Quindi forse il colpo d’occhio avuto da Kaki King aveva una sua ragione d’essere.
Verrebbe quindi da pensare che, con un tale recipiente di teste (si dice) pensanti, iniziative, opportunità e proposte di tipo culturale, e in particolare musicale, ce ne sia, sia state e saranno. Abito da quasi quarantanni a Prato e sinceramente poi molte non ne ho viste, almeno di un certo tipo e sicuramente non nell’ultimo periodo.
Siamo passati da uno scavallamento di millennio che ha prodotto qualche risultato contenuto, avendo avuto per esempio: l’occasione di godere di uno dei locali rock più grandi d’Italia (il defunto Cencio’s, che ha potuto pure attirare la crème del panorama alternativo nazionale con “Le Notti di Maciste”); di poter vedere uno spazio pubblico inutilizzato proclamarsi altisonantemente Laboratorio Culturale (gli “ex Macelli”, che sarebbe una figata se ci facessero qualcosa di stimolante e musicalmente serio invece di giochini, teatrini e balletti); di vedere un fiorire di gruppi indipendenti e intraprendenti che suonavano e suonavano, fino all’inimmaginabile concretizzarsi di un album compilation completamente prodotto dal Comune di Prato (chi si ricorda di “Cardato Rockato Appalla”? Io sì) a supporto di una fantomatica seppur presente scena cittadina.

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Bene, l’occasione è l’opportunità resa da risultati concreti che realizzano una teoria che è allo stesso tempo sogno, istinto ed espressione. E’ la riprova che provoca la consapevolezza che noi, piccoli uomini, possiamo lasciare una traccia, anche minima ma significativa, alla quale un giorno, qualcuno, dovrà rendere conto e riconoscere che qualcosa, in ogni caso, è stata provata a fare.
Questo è quello che nelle varie branche della psicologia potrebbe essere chiamato “realizzazione” (sticazzi!) e che assume un ruolo così importante per chi non si è ancora fottuto il cervello o non è stato completamente annientato dall’equazione casa/lavoro/ferie/pensione/morte in vario ordine casuale-quanto-si-desidera, a poter generare un grande slam della miseria; pure triste che non c’entra manco la sega.
Siamo in pochi, amen fratello.
E’ che pare essersi profilato con il passare degli anni e in maniera sempre più potente uno stato dell’unione (umana, parafrasando il buon vecchio sistema di rappresentanza passiva, con ironia ci mancherebbe) che privilegia quell’espressione che non produce idea ragionamento e libero pensiero ma sempre e comunque quattrini soldi dinero. Ma va?!
E così la terra del panna-e-miele che per quanto facesse vomitare rendeva nonostante tutto qualcosa, se non altro a livello di impegno mentale concettuale e musicale (si campava ancora), si è improvvisamente svuotata con varie scuse. La crisi, il tracollo politico, l’immigrazione, la globalizzazione, le nutrie e quanto erano buoni i pesciolini fritti del Bisenzio. Gli alieni venuti dal lontano oriente.
In realtà probabilmente il disegno era già volto a ridefinire tutto secondo istruzioni prestabilite dettate da chiunque sapesse già tutto e come sarebbe andata a finire, avesse più soldi e quindi più potere di chi c’era al momento; le istruzioni hanno un po’ tardato a venire, forse. Sicché, dopo qualche anno di tracollo drammatico (drammatico cazzo), il rifiorire del Rinascimento pratese avanza trionfante sulla carrozza di mercatini teutonici, riqualificazioni cittadine a base di cuccioli ovini in umido e derrate provenienti dai bunker dell’Osmannoro (FI), e rispolveri di pseudotradizioni di giochi fatti con palle belle grosse (per i non pratesi: non si sta parlando di coglioni. O forse sì?).

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E’ come una talpa con la trivella in testa che scava e scava il filone aureo che alla fine è composto dai corpi di noi, maciullati e inchiodati a ridere e bere in una notte sfavillante rischiarata dal fuoco dell’alcool, innaffiata dal grasso del prosciutto e risuonante delle risate circensi provenienti da bocche ritorte in rossi sorrisi sdegnati. Federico ti prego torna tra noi, la vena non si è ancora esaurita!
Ora, non me ne vogliano calcianti o presunti tali, probabilmente tutte brave persone, o perlomeno posso dirlo di quelli che conosco anche personalmente. Belli grossi poi, come le palle che si giocano.
Ma si tratta sostanzialmente ed essenzialmente di rappresentanza autoreferenziale di un potere che non ha saputo produrre niente di meglio che rispolverare la formula originalissima e strautilizzata del panem et circenses, regalandocela e presentandola come la via nuova, comodamente ignorando i circa duemila natali che gli possiamo attribuire, pargolo nato da una civiltà morta e sepolta che però ha avuto, tra gli altri, il pregio di descrivere tutte le bassezze umane e tutti modi in cui si potevano utilizzare per tenere buona la gente. E considerando che ne avevano ben donde visto che, a quelle epoche, le persone tendevano, se sollecitate efficacemente, a rispondere con inaudita violenza sia alle provocazioni che alle decisioni pacifiche, figuriamoci come può funzionare adesso la formula, applicata ad una platea che agisce generalmente come un personaggio cattivo in un livello di Super Mario, girellando avanti e indietro in spazi ristretti e bloccandosi solo per un paio di passi di danza o, quando va meglio, facendo un giro su sé stessi con un dito indice puntato in cima alla testa. Kepp calm and Donkey Kong.
Ma c’è chi, nel chiasso della vita mineraria o nella comodità dell’adeguatezza o nel pigro abisso dell’indolenza o nell’untuosa voragine dell’ingordigia di cose e persone si è volutamente e autonomamente creato uno spiraglio, seguendo una tradizione che è forse più appartenente alla cultura angloamericana che a quella italiana, anche se in casa nostra gli esempi, soprattutto passati, non mancano. Si torna sempre al DIY e come al solito funziona.
Nasce timidamente il Santa Valvola che in giro a pochi anni prepotentemente prende la scena, non solo alzando il sipario sommerso dei gruppetti di Prato e dintorni, ma anche defibrillando i cuori di chi, dagli anni novanta a questa parte, pensa a come sarebbe bello veder realizzato e riuscire a vivere, anche solo da spettatore, un progetto che come obiettivo non si pone quattrini soldi dinero ma musica cultura espressione. Un rebel yell coraggioso che riesce a montare anche in tempi di magra, dove i campi sterili nei quali siamo costretti a bivaccare, stretti intorno ai fuochi freddi delle nostre debolezze, sono spazzati dal vento mortifero del settembre pratese, portatore di miraggi, frizzi e lazzi.
Con un festival al secondo anno di vita la Resistenza potrebbe assumere il carattere di realtà, traghettandosi dal mare dell’utopia fino ad approdare a litorali più recettivi e, a quanto è risultato dalla presenza, anche più popolosi. Poiché almeno al sottoscritto sembra che ora come non se ne vedeva da settantanni sia il caso di parlare proprio di Resistenza, proprio ora che il nemico è più subdolo perché il fascio lo riconoscevi e tutto era più definito nei comportamenti e nelle idee. Mentre adesso l’indeterminatezza regna sovrana, che i rapporti con gli altri pare che sia preferito tenerli attraverso il filtro fisso di un un monitor a cristalli liquidi che non hanno nemmeno il piacere di essere seminali.

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