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Testo : Andrea Fedi
Foto : gentile concessione di Underdog Collective

Ieri mattina mi sono svegliato come ogni giorno ma a sto giro non credo che sarei dovuto stare a letto. Come al solito la ralla tra i denti, lo stomaco in subbuglio e la vera voglia della colazione del campione, caffè e cannone.
Ma la prima cosa che si fa appena svegli è prendere il cellulare, se non altro per guardare l’ora; prima cipolloni, sveglie maligne e quant’altro ti rompevano i coglioni con trilli insopportabili da giorno del giudizio ogni-maledetta-mattina, adesso il telefono gioca scherzi più subdoli per irretirti nella dipendenza, tant’è che spesso appena sveglio mi pare che sia una siringa. E allora va da sé che ti inietti subito la tua dose di social per vederti gli ultimi aggiornamenti: mi fa schifo pure a pensarla sta roba.
World has changed, dice Galadriel. Sarà il caso di farcene tutto sommato una ragione.
Bada bene, questa non è un’apologia, semmai una denuncia delle droghe sintetiche modello ultimate ventesimo livello di disgrazia applicata.
Mi suona sempre strano stare a ricevere i messaggi sul cellulare, fondamentalmente perché appartengo alla generazione in via d’estinzione che si ricorda ancora com’era il mondo senza, una delle ultime cazzo, ultimi pure in questo, ma se non altro ha i suoi lati positivi.
Oltremodo era non un sms ma un messenger quindi forse ancora meno formale, azzardo più intimo, o almeno me l’interpreto così, cercando di indicizzare tutto senza perdere la ragione (come insegna il Cervello gigante di Futurama, gli umani sono patetici perché dediti a catalogare tutto per facilitarne la comprensione). So do I.
Insomma, questi ragazzi della Underdog ci sono rimasti in maniera oltremodo tenebrosa con l’hardcore, passano i concerti davanti ai palchi sudici di ettolitri di birra rovesciata e pestata con anfibi motosi per centinaia di volte nello stesso punto a formare una palude isterica che racconta di pogo e testate, annuendo mentre sorridono soddisfatti.
Stasera devi venire, scrivono. Serata international al Cienfuegos, Austria e Costa Rica, ne vedremo delle belle.
Breve chiamata all’editore che nella testa ha solamente il baluginare della luce del sole che disegna arabeschi sulle onde increspate del mare davanti all’isola del Giglio. Zastava porcodio. Vai vai. Ok, vado.14859436_1297214780312570_1687210027_o

Diciamo che il pubblico della serata è scafato, composto da aficionados abituati a gestire e partecipare a serate simili. Ed inizialmente non ce n’è tanti e durante la serata la cosa varierà di non molto, l’hardcore attrae poca gente, ma perlomeno bella sana.
Il furgone nero degli Spider Crew calamita il mio sguardo mentre mi rullo un cicchino, che i due frontmen si stanno preparando allacciandosi gli anfibi; tra le varie parole in inglese (e già mi suona strano perché pensavo fossero austriaci ma poi vengo a sapere che Sean, uno dei due cantanti, è americano, from White Plains, NY) e frasi pronunciate, afferro distrattamente un “…these assholes…” che mi suona come qualcosa che non va, salvo poi sentirlo ripetere per tutto il concerto e quindi capire che è proprio il loro modo di arringare una platea/relazionarsi a tutti quanti.
Il loro set comincia sfigatamente perché comprende il suondcheck che non va almeno sulla voce e questo genera un concreto giramento di coglioni alla band, in particolare al solito Sean, che è pure parecchio grosso e pare che con il passare degli anni si sia convinto che il suo corpo sia una tela sulla quale sia possibile inscrivere ogni genere di frase e disegno e che ha assunto, con il passare del tempo e nonostante tutto, una romantica vena da filibustiere. Sinceramente mi è venuto da pensare che, cazzo sei punk, siamo in un centro sociale, adeguati e suona, che cazzo di senso ha fare tutte quelle scene, il suono si aggiusterà nel live. Ma da ormai ex musicista capisco anche che ti piace suonare se hai un minimo di ritorno, se non per gli altri perlomeno per sé stessi. E questo è comprensibile e condivisibile.
Sicché, sciolto il nodo dei suoni, gli Spider Crew cominciano a fare macello e a cercare di coinvolgere la crew italiana, dannandosi l’anima nel vano tentativo di convincerci ad andare sotto il palco a rendergli in soddisfazione quello che loro danno in impegno e sudore. Un plauso allo sforzo, ben coadiuvato da un set rumoroso, intenso e coinvolgente. Tanto che il loro singolo più corale, “Still Crazy But Not Insane”, diviene effetto di bis, grazie al ritornello cantabile ed accattivante; noi siamo Vienna old school austriaca stronzi, urlano nel microfono, e non possiamo che dargli ragione. E Sean ci tiene a precisare, in un post sul web, che croci celtiche, carrarmati sulle copertine degli album e una canzone che si intitola “Guerriero dal Sangue Blu” non c’entrano niente con fasci/nazi e merdate del genere, perché sono un gruppo apolitico e multietnico che fa punk oi! old school e fuck this shit assholes oi! Voglio credergli.14876235_1297214690312579_608290732_o

I Billy The Kid mi sono stati presentati come una delle migliori live band del mondo; devo dire che ne ho visti di concerti e di live band. Adesso non esagererei, sono bravi e si muovono bene, e quando attaccano con la prima canzone il loro moto assomiglia ad un’onda montante, spalle e strumenti in sincrono impattanti a voler schiacciare le note come si usa nella pallavolo, tra il palco e la platea una rete immaginaria e la palla fatta di accordi in quinta e palm mute lanciati all’inverosimile, una schiacciata dritta contro ai nostri volti, tant’è che mi sento esclamare: porca puttana!
Punk, Hardcore, Metal Core, ma l’anima caraibica non si tiene a bada, i latini se lo sentono addosso quello che sono, da dove vengono, una cultura che parla anche di tormentoni su strabasi in cui fighe con chiappe come comodini e machi con fisici come armadi, quasi a poter arredare tutta una camera intera con bella vista sul mar dei Caraibi, cantano di quanto si sono parlati ai cellulari. Questi ragazzi sono insolenti come il bandito a cui si riferiscono nel loro nome, alternando a pezzi iperpesi stacchetti D&B ai limiti di certa roba R&B che preferiscono chiamare HH anche se meno commerciale e probabilmente con testi di tutt’altro tipo, voglio sperare ma mi riserverò di verificare.

In fondo non c’è niente di male, la contaminazione è la linfa della musica, è l’evoluzione, il non essere fermi, altrimenti adesso si starebbe ancora a musica popolare e pastorale osannante santi e angeli e sinfonie che le pubblicità dei telefoni avrebbero il loro gran daffare a renderle adatte ai propri schemi di vendita.
Però gli Spider Crew scuotevano parecchio la testa, a simboleggiare forse uno scontro generazionale tra la old school oi! you stupid assholes e i giovani del nuovo mondo a sommergere con la loro carica di energia che però a tratti ammicca.

E al termine del concerto vengo a sapere che Sean non fuma tabacco. Mi ha fatto un po’ pena poverino, nel senso ovviamente troppo buono del termine, si è pure cambiato i pantaloni mentre era a vedere il concerto e ci ha provato con tutte le tipe che erano nel locale per la serata; non credo che abbia combinato qualcosa. Ma alla fine gli ho lasciato un paio di canne, prima di andar via.
A buon rendere.

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